Chiesa | In dialogo con la Parola
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Quando mi sono trovato a leggere, meditare e riflettere sulle letture di questa domenica inevitabilmente ho ripensato alle esperienze di “distacco” che ho vissuto nella mia vita. E invito anche tu che leggi a ripensare alle esperienze di distacco che hai vissuto.
Ci si distacca da qualcuno o da qualcosa quando avviene un passaggio e un cambiamento. Ci sono così passaggi che si scelgono, altri che si desiderano e poi diventano complessi; altri passaggi che si subiscono. Qualsiasi passaggio, tuttavia, richiede la capacità di lasciare. Penso a quando ci si “distacca” dalla propria famiglia di origine per vivere un’esperienza formativa o di lavoro lontana da casa; penso quando si inizia un percorso di coppia o di vita in autonomia. Ancora penso ai distacchi e ai passaggi da una scuola ad un’altra o il cambio di lavoro o di parrocchia. A volte anche nelle relazioni sentiamo il bisogno di distanziarci da alcune realtà o da persone “tossiche” o negative; oppure il passaggio da un modello religioso a una fede adulta; un cambio di epoca con tutti i risvolti come sta capitando in questi anni.
Lasciare è complesso perché è necessario distanziarsi da alcune realtà e dimensioni che sono rassicuranti (paradossalmente lo possono essere anche le esperienze negative) per abitare un tempo, un luogo e una realtà ancora ignoti. Sono senza dubbio delle opportunità ma richiedono un adattamento faticoso a una nuova realtà. È tuttavia inscritto nell’evoluzione umana il fatto che per diventare adulti e per non assuefarsi nella vita sia necessario vivere dei passaggi. Nei distacchi vi sono paure, dinamiche che ci trattengono; tuttavia più rinviamo certe scelte più rischiamo di dipendere da qualcosa o da qualcuno e rimane in noi un senso di inquietudine.
Ho scritto questa premessa perché in fondo è ciò che celebriamo nella solennità dell’Ascensione del Signore. Infatti, quello che hanno vissuto gli Undici è stato ben descritto da Luca nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli. C’è stato un tempo, dopo la risurrezione, in cui Gesù per quaranta giorni (numero simbolico) si è preso cura degli amici aiutandoli a comprendere gli eventi, a rielaborare il loro vissuto, a riprendere fiducia in loro stessi.
Ora, proprio perché loro agiscano e diventino protagonisti è necessario che Lui salga al Padre: comincia, dunque, per loro il tempo di un nuovo inizio, il tempo della loro maturità e responsabilità. Perciò, intenerisce la loro reazione umana: il senso di smarrimento, la nostalgia, lo sguardo all’insù.
Ancora, Gesù con fermezza e tenerezza li invita nuovamente alla fiducia: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». Questa domanda di Gesù sta provocando loro e provoca noi sul fatto che spesso guardiamo nella direzione sbagliata. Non è il cielo che deve essere guardato ma il nostro sguardo è rivolto alla terra, alla realtà che va affrontata e abitata. E a supportare questo è il finale del Vangelo di Matteo proposto in questa domenica: «Gli undici andarono sul monte che Gesù aveva loro indicato».
In ogni “monte biblico” c’è un incontro e una consegna. A quale monte qui Matteo fa riferimento? Al monte dove Gesù ha proposto le Beatitudini come la Nuova Alleanza. In questo monte il gruppo degli undici (numero che ci ricorda che siamo una comunità imperfetta) vede Gesù: un vederlo che si trasforma in adorazione («si prostrarono») e nello stesso tempo rivela anche la fragilità che ci accomuna («essi però dubitavano»). Infatti, anche nell’esperienza apparentemente più alta della fede ci deve essere spazio per il dubbio perché permette alla fede di maturare sino alla pienezza perché una fede che non passa al vaglio del dubbio non sarà mai una fede seria. Ebbene, proprio a loro Gesù affida una missione espressa in quattro verbi. «Andate»: la fede e la missione non possono essere statiche, sono realtà in movimento continuo; «fate discepoli»: non è l’invito al proselitismo ma ad appassionare con le parole e con la vita al Vangelo, è farsi compagni di strada dietro il Maestro; «battezzando»: è l’invito a far fare esperienza di Dio perché le persone siano impregnate del suo amore e della sua presenza; «insegnando»: un insegnamento che non deve essere moralismo ma un vivere concreto il suo Vangelo, un insegnamento che sia riflesso di una vita autentica e credibile.
E allora, torno a ripensare agli undici. Probabilmente in quel momento si sono sentiti spaventati dinnanzi a questa prospettiva di responsabilità. Proprio per questo sento cariche di tenerezza e di coraggio le ultime parole del Vangelo di Matteo che possono diventare un’ancora di salvezza e di consapevolezza anche per noi: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Questa è la consapevolezza decisiva che ci può aiutare anche nei passaggi che stiamo vivendo per assumerci in pieno la nostra responsabilità di persone e di discepoli di Gesù. Così ci chiediamo: cosa siamo chiamati a lasciare affinché il nostro cuore possa trovare ciò che desidera? Come comunità cristiane cosa dobbiamo lasciare per vivere una nuova missione di annuncio in questi tempi di cambiamento?
Questa solennità risveglia quell’anelito a essere protagonisti responsabili della nostra storia, ad affrontare i cambiamenti senza nostalgie o rimpianti. Consapevoli che non siamo né saremo soli, perché Lui sarà con noi tutti i giorni, per sempre!