Girandola geometrica: ovvero dell’esagono di Netanyahu. Ma andiamo per ordine. Con l’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, la grande potenza militare americana ha iniziato un cammino di involuzione incredibile. Trump ha deciso unilateralmente di ritirarsi da molti aspetti della politica internazionale statunitense. A farne le spese sono stati soprattutto i programmi di aiuto ai Paesi più poveri e ai rifugiati internazionali. La grande potenza americana ha anche iniziato a disinteressarsi delle alleanze internazionali. Tutto ciò ha dato spazio a quei Paesi che intendono giocare un ruolo più incisivo nella politica internazionale. La geopolitica, si sa, vuol dire controllo, ma anche benefici finanziari.
Qui si innestano i movimenti internazionali di molti Paesi. Come la vivacità mostrata dai Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che stanno cercando di allargare i loro confini politici, militari ed economici. Qui si innesta l’idea dell’esagono di Netanyahu. Il premier israeliano ha espresso questo suo piano politico durante un incontro di gabinetto del governo in febbraio: creare un blocco macroregionale di alleanze con Paesi arabi e asiatici per contrastare l’influenza dell’Iran e degli altri estremismi islamici in Medio Oriente e nel Mediterraneo. «Nella mia visione, creeremo un intero sistema, un “esagono” di alleanze intorno o all’interno del Medio Oriente. Questo include l’India, le nazioni arabe, le nazioni africane, le nazioni del Mediterraneo (Grecia e Cipro) e nazioni in Asia che per il momento non intendo specificare», ha affermato. La visione è di creare una rete di intese con Israele al centro, e altre potenze periferiche in grado di garantire un certo controllo sul Mediterraneo e l’area indo-pacifica.
Questa nuova visione geo-politica ha degli spunti interessanti. Israele è stato da sempre un rappresentante del mondo occidentale in Medio-Oriente. Si consideri che il cosiddetto Stato ebraico ha ben poco di religioso. La maggioranza del mondo politico ed economico di Israele usa la religione come specchietto per le allodole. La vera anima di Israele è quella di un Paese legato a doppia mandata con l’Europa e ancor più con gli Stati Uniti. La nuova visione dell’esagono è la prima strategia di Israele tesa a includere il Grande Sud: quei Paesi emergenti o già preminenti che promettono di sviluppare un potere geopolitico considerevole negli anni a venire. Si tratta di una visione che esclude direttamente la Turchia – Paese che vede crescere la propria influenza nel Mediterraneo, in Siria e in Nord Africa – e che sembra mettere da parte l’Egitto, che pur controlla il Canale di Suez, il quale non va sottovalutato. Qui transita una bella fetta del commercio globale, il 30 per cento dei container trasportati da navi per un valore di milioni di miliardi di euro. Da Suez transita il 40 per cento dell’import-export italiano per un valore di 154 miliardi di euro nel 2025.
L’esagono di Netanyahu rappresenta un allontanamento dal mondo occidentale. Quel mondo che ha iniziato a essere critico del vecchio alleato, complici le nefandezze commesse a Gaza e l’attacco all’Iran. Si tratta anche di una svolta rispetto al passato. Dopo anni di attrito con i Paesi arabi, adesso Israele cerca alleanza proprio tra questi, e inspiegabilmente con il Somaliland e l’Etiopia. In altre parole, Israele sta diversificando le sue alleanze con Paesi che possono diventare partner tecnologici, ma anche strategici.
Che ne sarà dell’esagono lo dirà la storia. Certo è che il potere e il controllo geopolitico del mondo è in pieno fermento e non è facile capire quali saranno le alleanze che meglio sapranno permettere stabilità e crescita. La certezza è che i Paesi più deboli continueranno a essere le cenerentole costrette a ballare al ritmo di altri.