Idee
Il 1956 è una data importante perché vede nascere il termine Intelligenza Artificiale (IA) che oggi regna sovrano nei dibattiti e nei media. Qualcosa che viene da lontano, oltre due millenni, perché, sostiene nel suo recente “La stupidità artificiale. Per una politica delle tecnologie digitali” (Vita e pensiero, 124 pagine, 15 euro) Anne Alombert, filosofa francese che si occupa dei rapporti tra pensiero e tecnologia digitale, per ritrovarne le radici dobbiamo tornare a Socrate e ai dialoghi di Platone. Nel Fedro emerge con forza un evento di cui si parla poco oggi ma che in realtà ha attraversato il sapere d’occidente: l’avvento della scrittura ha scatenato opposizioni da parte di chi, maestri, sacerdoti, filosofi, vedevano nel segno sulla carta la fine della vera saggezza. Anche perché permette agli speculatori della sapienza, spesso quella degli altri, i sofisti, di arricchirsi alle spalle dei creduloni e dei modaioli.
Allora la scrittura alfabetica è l’inizio della fine della vera sapienza? No, scrive Alombert, perché la trascrizione ha permesso di approfondire le conoscenze favorendo il perfezionamento e lo sviluppo delle ricerche in tutti i campi.
Dunque i sofisti avevano un po’ di ragione? Se si guarda bene a rapporti tra epoche e tecniche, che non possono essere semplificati, la risposta sarebbe -i condizionali ai nostri giorni sono quasi d’obbligo- no. Perché la replicazione massificata di dati, anche quella della attuale intelligenza artificiale non fa altro che agire in superficie, e soprattutto operando a servizio di multinazionali che guadagnano in questa massificazione non mediata dalla umana sensibilità.
A meno che, suggerisce l’autrice, la IA non si liberi dalla dimensione unicamente imitativa, che, dicono gli esperti, è una riproduzione senza vita, una imitazione senza la mediazione della spiritualità e della profondità della dimensione umana. Con il rischio che accada ciò che realizzò profeticamente nel suo “2001 Odissea nello spazio” il regista Kubrick: la possibilità che la macchina, dalla seducente, protettiva voce prenda il posto dell’uomo e lo porti là dove non vorrebbe e non dovrebbe.
La semplice imitazione non risolve i problemi, anzi, ci spinge verso una sorta di idiotismo culturale, fatto di ricorso alla IA per qualsiasi ricerca, con il conseguente appiattimento cerebrale: il nostro cervello ha bisogno di cercare, decidere, affrontare problemi, se vuole restare sveglio e capace di prendere posizione.
Ci sono rimedi? Sì, spiega Alombert, e sono costituiti da quella parte della nuova tecnologia che si oppone all’uso meccanicistico della IA per i soli obiettivi di guadagno ed espansione. Perché l’attuale forma di capitalismo basato proprio sull’imposizione pratica della IA ci sfrutta: da una parte c’è l’ impiego delle risorse naturali, dall’altra quello delle potenzialità culturali, obliterate dalla “automatizzazione dei saperi umani”, scrive l’autrice, la quale mette in guardia contro l’antico mito di un libertarismo fine a se stesso, e che con i governi dei plutocrati di oggi usa questo mito della libertà per arricchirsi e rendere più duraturo possibile il proprio potere. Alombert chiama questa falsa idea di libertà con il termine libertarismo, anche se sarebbe bene chiamarlo iper-liberismo, oppure con il neologismo citato in questo libro, di “Illuminismo oscuro”.
Alcune piattaforme, qui citate, si oppongono a questo sfruttamento materiale e culturale, e propongono un confronto dialettico, e non con fini di ulteriore arricchimento, tra voci diverse che si rapportano. Piattaforme che propongono anche la remunerazione di quanti mettono le loro conoscenze al servizio delle esigenze degli utenti, perché anche il sapere umano merita di essere riconosciuto e separato da quello della macchina senza anima.