Idee
Il 26 agosto scorso il maxi-processo federale, intentato da 29 Stati americani contro Meta, ha conferito ufficialità a quanto da tempo sostenuto dalla comunità scientifica: le piattaforme digitali e i social network generano dipendenza, sfruttando in modo sistematico le vulnerabilità psicologiche e i meccanismi cerebrali dei più giovani.
L’accusa alla base del procedimento ha contestato al colosso di Menlo Park l’inganno sulla sicurezza delle architetture digitali e la raccolta impropria dei dati personali dei minori. Pur senza ammettere esplicitamente la propria responsabilità, Meta ha accettato di sottoscrivere un accordo extragiudiziale: un risarcimento da circa 18 milioni di dollari e l’impegno ad adottare nuove tutele operative per i minori, come limiti di utilizzo e blocchi notturni.
L’impatto della vicenda supera dunque il perimetro dell’accordo economico. Come dichiarato nei giorni scorsi ad Adnkronos dal professor Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta, docente universitario e presidente onorario dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche e cyberbullismo “Di.Te.”: “Pagare una cifra di queste dimensioni e accettare di modificare il funzionamento delle piattaforme rende difficile sostenere che il problema riguardi soltanto la fragilità dei ragazzi, o la disattenzione delle famiglie. Questo processo ha costretto anche la piattaforma a rispondere delle proprie scelte: la tutela dei minori non può restare una funzione facoltativa nascosta nelle impostazioni”.
Il verdetto statunitense offre una base fattuale e giuridica destinata a rafforzare a livello globale le iniziative normative volte a tutelare l’accesso dei minori ai social. Nel nostro Paese, l’associazione Moige ha promosso la prima class action inibitoria in Europa contro Meta e TikTok a tutela della salute dei più piccoli. Il documento è stato sottoscritto da diversi genitori, tra cui una famiglia colpita dalla perdita di una figlia dodicenne a causa delle dinamiche social, e depositato il 24 luglio 2025 presso il Tribunale delle Imprese di Milano (RG n. 29994/2025) L’azione italiana si fonda sull’articolo 840-sexiesdecies del Codice di procedura civile e mira a ottenere un’inibitoria, ossia un ordine giudiziale che imponga la cessazione immediata di pratiche illecite quali la mancata verifica dell’età, lo scroll infinito, gli algoritmi manipolativi e la scarsa trasparenza sui rischi. Mentre il modello americano si è focalizzato originariamente sul risarcimento economico ottenuto tramite giurie popolari – vincolando gli impegni strutturali solo a seguito dell’intesa economica -, la strada italiana punta in prima battuta a bloccare i comportamenti dannosi per via giudiziaria (con pronuncia del Tribunale di Milano attesa per il 19 novembre 2026), rinviando la quantificazione dei danni a una fase successiva.
Accanto all’azione giudiziaria, il Moige ha elaborato una proposta di riforma legislativa (con petizione online www.moige.it) che include la fissazione a 16 anni dell’età minima per l’iscrizione autonoma ai social, l’introduzione di sistemi di verifica anagrafica effettivi, la trasparenza sugli algoritmi e il potenziamento dei centri territoriali per le dipendenze digitali.
L’efficacia di qualunque quadro normativo o giudiziario deve tuttavia misurarsi con la natura strutturale delle leve psicologiche impiegate dalle piattaforme, che devono essere ben chiarite agli utenti di qualsiasi età, ma in particolare ai più giovani:
Riconoscere i segnali di un utilizzo alterato – dall’ansia di disconnessione alla difficoltà di concentrazione nello studio, fino alla perdita di sonno – rappresenta uno step ineludibile per maturare una nuova posizione critica. In questa prospettiva, il dibattito sulla salute digitale può raggiungere un punto di svolta.
La protezione dei minori e la tutela del benessere psicologico non possono essere delegate esclusivamente all’autodisciplina dei singoli o all’efficacia delle sole sanzioni: richiedono un’architettura integrata in cui l’adeguamento delle piattaforme, le garanzie normative e l’educazione digitale concorrano a definire una reale responsabilità condivisa tra istituzioni, scuole, famiglie e colossi tecnologici.