Fatti
Le mosse della Casa Bianca nell’ultima settimana diradano la nebbia che ha avvolto la visita a Mosca del capo della Cia Ratcliffe, offrendo indizi sul tentativo di aprire uno spazio diplomatico per trarsi fuori dalla trappola iraniana.
Lo schema riesumerebbe lo “spirito di Anchorage”, ma differenti sono le variabili del contesto in cui si iscriveva l’incontro in Alaska. Per intenderci: nonostante i grattacapi dati da Israele, allora gli Usa non si trovavano nelle sabbie mobili in cui oggi si dimenano a causa di Hormuz. E che dettano l’urgenza di ottenere la sponda russa per risolvere, mediante il suo ascendente sull’Iran, il brutto affare in cui si sono cacciati.
Lo sbarco a Mosca di Ratcliffe a bordo del mastodontico C-17 è stato un messaggio ai falchi nella compagine euroatlantista, ostentando l’esclusività del dialogo bilaterale per gestire la partita ucraina senza scatenare lo scontro frontale tra Russia e Nato. Ad avvalorare la lettura sta il successivo scalo moscovita di Witkoff e Kushner prima di raggiungere Kiev. Tanto più alla luce delle indiscrezioni, sia russe che ucraine, sulla proposta di un piano di pace che imbarazza i sostenitori della guerra a oltranza: da un lato, riconoscimento da parte di Kiev della sovranità russa su Donbass e Crimea, elezioni presidenziali entro 100 giorni dalla firma e impegno a formalizzare in costituzione la neutralità militare (niente ingresso nella Nato); dall’altro, alleggerimento della presenza militare russa negli oblast russofoni e garanzie per un cuscinetto di interposizione presidiato dai caschi blu.
In attesa di conoscere se i suoi sponsor europei si lasceranno davvero persuadere dalla Casa Bianca, Zelensky si dice disposto a soluzioni di compromesso. Anche perché, mentre l’inverno si avvicina, l’isolamento marittimo di Odessa e il martellamento sulle infrastrutture ostacolano sempre più le forniture anche dei beni al consumo. Inoltre gli scandali di corruzione si associano alle notizie sulle faide tra i ranghi dell’intelligence civile (Sbu) e militare (Gur). Il tutto coronato dalla nota diffusa da Budanov, secondo la quale, per reggere fino a dicembre, l’esercito necessita di 30mila reclutamenti al mese: soglia a cui non bastano né gli arruolamenti forzati nelle strade né le raccomandazioni di Kiev ai governi europei affinché siano efficaci nell’impedire l’ingresso nei loro territori di ucraini in età arruolabile e nel rimpatriare i precettati.
Ai Volenterosi Washington sembra chiedere di non intralciare i tentativi di abboccamento, smettendo di agitare lo spettro delle mire espansionistiche del Cremlino verso Occidente. Ecco dunque Trump escludere espressamente, in quanto irrazionale e immotivata, l’intenzione di Putin di aggredire l’Europa, a condizione che non vi sia indotto dalle provocazioni di chi grida “al lupo al lupo”. Con il seguente sottotesto: in caso di scontro, gli Usa terrebbero a mente che l’art. 5 Nato non contempla alcun automatismo. D’altronde, è palese l’interesse Usa a disimpegnarsi da un teatro che ha già fruttato il divorzio euro-russo: insistere oltre non solo assottiglia il saggio di profitto ma espone a pericoli inusitati. E soprattutto pregiudica la carta utile a salvare la faccia nel Golfo Persico, ossia chiedere a Mosca di ammorbidire l’Iran, rivelatosi così pugnace da compattarsi sulla linea dell’intransigenza nell’odierna lotta esistenziale, infliggendo agli Usa un boomerang che ne porta alla luce criticità militari, strategiche ed economiche. Anche questo spiega l’invito di Bessent all’omologo russo di presenziare al vertice G20, nonostante il rifiuto di Mosca di aderire al diktat con cui Washington intima al mondo di cessare ogni rapporto commerciale con Teheran, per agevolarne lo strangolamento, sotto pena di sanzioni e dazi per gli inottemperanti.
Frattanto, nuove tegole piovono sulla testa Trump. In Yemen, la controffensiva dopo gli attacchi dei filosauditi ha portato gli Huthi a conquistare altro territorio sulla sponda orientale del Mar Rosso e in diverse isole prospicienti: la presenza di questi ultimi direttamente sullo Stretto di Bab el-Mandeb, aggiungendosi al blocco iraniano di Hormuz, materializza sempre più l’incubo di una chiusura a tenaglia dei flussi petroliferi della regione. Il che aggraverebbe gli effetti sistemici avvertiti anche dalle tasche del ceto medio statunitense, assieme ai costi che la guerra sta comportando sul debito pubblico. Cresce il malcontento nell’elettorato che denuncia il tradimento dell’agenda neo-isolazionista di Trump, costretto a promettere la soluzione della crisi del Golfo rimandandola all’indomani del voto Midterm. Come se non bastasse, nell’amministrazione continuano le defezioni eccellenti: le dimissioni del segretario dell’esercito prolunga la serie degli abbandoni che la Casa Bianca va collezionando ai vertici degli apparati.
Mentre la nave imbarca acqua, Washington chiama Mosca, invitando le punte oltranziste dell’euroatlantismo a non disturbare i manovratori della Casa Bianca insistendo sull’imminente aggressione russa quale fattore motivazionale di un riarmo che sia volano di riconversione e ripresa economica. Invito dietro al quale però Bruxelles teme, come risvolto, un disimpegno Usa capace di aprire la breccia alle rivalità intestine per occupare gli spazi di leadership residua, ridisegnando geometrie e cordate concorrenti tra Stati membri. All’orizzonte si profilano dinamiche disgregative che farebbero della guerra in Ucraina la tempesta perfetta del naufragio Ue. Le risposte di Mosca e dei Volenterosi ai segnali di fumo sollevati dalla Casa Bianca sapranno aggiungere tasselli utili a tratteggiare gli sviluppi e gli effetti allargati dei nuovi passi di Washington.