Fatti
A breve, quando entrerà nel vivo il dibattito sulla legge di bilancio e la “manovra” per il 2027, l’accento si sposterà probabilmente sui temi economico-sociali. Ma per ora a tenere banco sono le regole del gioco in vista delle prossime consultazioni politiche, a cominciare dalla legge elettorale, che dovrà tornare alla Camera il 28 settembre per la terza e verosimilmente definitiva lettura, attesa a metà ottobre.
Il testo in discussione è incentrato sul premio di maggioranza che dovrebbe consentire dalla coalizione più votata oltre la soglia del 42% di avere un numero di seggi più che sufficiente per esprimere il governo (anche se il recente andamento dei sondaggi ha reso assai meno granitica questa convinzione). La soluzione del premio viene caldeggiata come meccanismo per attribuire direttamente agli elettori la scelta dell’esecutivo, non rinviandola al negoziato post-voto. Il paradosso è che nella stessa legge sono contenute norme che, invece, vanno nella direzione di impoverire il ruolo degli elettori e soprattutto di non incentivare la partecipazione, che resta il nodo principale da affrontare alla luce del responso delle urne nelle ultime tornate.
Il riferimento è all’introduzione di un requisito di firme che rende particolarmente ostico, se non impossibile, l’ingresso di nuovi soggetti nella competizione elettorale, e al recupero del voto di preferenza con modalità che però sanno di beffa. Circa la prima questione, con il pretesto di impedire la presentazione di liste-civetta si è stabilito che chi non ha già presenze parlamentari dovrà raccogliere a proprie spese ben 300 mila firme per poter partecipare alla competizione in tutti i collegi. Chi ha un gruppo parlamentare costituito entro la fine del 2025 è esentato dalla raccolta, mentre cospicui sconti sono previsti in misura variabile per chi ha già una qualche forma di rappresentanza (e così sono stati accontentati i partiti piccoli e medio-piccoli, compreso Vannacci). Lo scarto tra zero e 300 mila è così abnorme che non è necessario essere dei giuristi per ipotizzare che la Corte costituzionale potrebbe avere qualcosa da obiettare…
Per quanto riguarda le preferenze, a conclusione di un giro di capriole parlamentari che hanno visto vacillare la stessa maggioranza, la soluzione voluta dal centro-destra prevede ancora capilista bloccati e soltanto dal secondo in lista in giù la possibilità dell’elettore di esprimere tre preferenze mediante crocette accanto ai nomi sulla scheda; l’alternanza di genere varrà solo a partire dal secondo in lista. Con questo sistema i partiti di minori dimensioni eleggeranno quasi soltanto i capilista bloccati che saranno scelti dai leader (secondo una simulazione di YouTrend, per una lista che si attesta attorno al 10% dei voti la quota di eletti con preferenze è marginale, attorno al 5%). Per non parlare della penalizzazione della rappresentanza femminile. Ecco perché c’è chi non esclude ulteriori sorprese nell’ulteriore passaggio alla Camera, dove il voto – a differenza che al Senato – è segreto. Ma rischierebbe di saltare tutto ed è per questo che con molta probabilità il governo potrebbe porre la questione di fiducia.
L’altra grande incognita è quella della data del voto. Fermo restando che sciogliere le Camere spetta al Presidente della Repubblica, la scadenza naturale è a ottobre 2027. Ma il voto del 25 settembre 2022 è stata un’eccezione, l’unica volta dal 1948 in cui per il rinnovo del Parlamento si sia andati alle urne in autunno. E’ una valutazione dalle grandi implicazioni politiche e bisognerà riparlarne più avanti.