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Ogni tanto ricevo qualche osservazione, qualche critica su certe scelte di Dall’alba al tramonto. Così, rileggendo i testi che proponiamo in questo mese e la sempre intensa proposta di Toffanello, i miei pensieri sono corsi avanti a immaginare possibili dubbi, rimostranze, fatiche. Non per tutti i cristiani è facile considerare la fraternità come esperienza che va oltrepassa la propria appartenenza alla chiesa, che supera i confini religiosi conosciuti.

A tavola, a scuola, Stefano mi parla di sua sorella. A me risulta che sia figlio unico, così gli chiedo: «Chi è la mamma di questa sorella?». E scopro che Stefano chiama sorella una vicina di casa con cui gioca sempre e a cui è molto affezionato. Mi è capitato spesso con i bambini piccoli che abbiano un po’ di confusione sui rapporti di parentela e scambino un cugino per un fratello. 

Venticinque anni fa è nata la mia prima figlia. Ricordo bene il giorno in cui, dopo le feste e le visite di parenti e amici, mi sono ritrovata con lei da sola. Tenendola in braccio, mentre si addormentava, le ho detto: «Non mi libererò mai più di te» percependo che la mia vita era irrimediabilmente cambiata e che la mia libertà da quel momento aveva un’altra faccia.

Il regno è dei poveri e dei perseguitati. E non dei perseguitati per Gesù, ma per la giustizia. Sento forte questa promessa, quasi apparentasse i poveri, coloro che si fidano solo di Dio, agli uomini e alle donne che puntano dritta la loro vita verso la giustizia. Sento larga questa promessa che esce dal recinto e vorrebbe abbracciare ogni uomo, ogni donna, ogni popolo, al di là delle fedi. Sento profonda questa promessa che unisce i poveri e i cercatori della giustizia, chi non ha nessun appoggio, nessun potere e per questo si affida a Dio e chi impegna la sua vita nel dare a ciascuna persona, soprattutto se è debole, e a ciascun popolo, soprattutto il più sfruttato, ciò che gli spetta.

Mi dispiace, Tommaso, oltre le solite battute su di te, la beatitudine che ci hai conquistato, non si porta nemmeno una promessa. Perché siamo beati se crediamo senza vedere? La fede è proprio cieca com’è stata raffigurata per tanti secoli dagli artisti? Mi chiedo di cosa parli il Signore, a te, Tommaso, e a me. Era morto Gesù: non uno scherzo, proprio per davvero, tu c’eri, lontano, fuori dalla vista dei soldati, ma nessun dubbio. La morte non è per finta, da lì nessuno torna: chi è morto non si vede più, uno strappo netto e senza alternative.

Oggi sono in ospedale. Una signora, in attesa accanto a me, piange silenziosamente. Un infermiere si fa in quattro per rassicurarla: le manda il primario perché le spieghi, la conforta. Passa un medico e le offre di prendere un caffè insieme. I figli l’abbracciano e le parlano con dolcezza. Saranno consolati. Per questo sono beati quelli che piangono: perché sono consolati, sperimentano la premura, l’abbraccio, la carezza di chi è vicino per consolare e, nella carezza dei fratelli, incontrano la carezza di Dio.

Un giorno, in chiesa, mia figlia di cinque anni mi domandava con insistenza: «Dio abita qui: perché non lo vedo? Dov’è?» e stringeva le mani cercando di afferrare qualcosa nell’aria. Esprimeva, a suo modo, una ricerca lunghissima comune a persone di ogni tempo e luogo. La promessa di Gesù è davvero forte: posso vedere Dio!

Durante un momento di preghiera, il coro propone molti canti su Gesù re. Un amico mi provoca: perché cantare un regno? Non è esperienza di oggi, è un linguaggio incomprensibile. Ho pensato ai bambini: con loro si può parlare di regno, le favole ne sono piene.

Sono figlia di Dio: un fatto! È questo che ho imparato in tanti anni di catechismo e formazione cristiana: ogni persona è figlia di Dio, anche se a volte qualcuno fa distinzioni tra battezzati e non battezzati che penso non fossero proprio nel pensiero di Gesù.

Ricompensa nei cieli? Per secoli si è creduto che la fede cristiana chiedesse alle persone di sopportare qualsiasi cosa in vista di un bene che sarebbe arrivato dopo. Così il cristianesimo è stato definito “oppio dei popoli”. Ma è questo che intendeva Gesù in quest’ultima beatitudine? Voleva dirci che saremo felici, beati, fortunati quando dicono male di noi, ci insultano o addirittura ci uccidono per la nostra fede perché riceveremo una ricompensa quando saremo morti?

Ecco una beatitudine senza promessa. Mi chiedo se Gesù non voglia dirci proprio questo: chi ascolta la parola di Dio e la osserva, è beato e basta! Ascoltare e vivere rende piena l’esistenza di per sé.
Non contenta, ho frugato nel vangelo e ho trovato un altro momento in cui il Signore ripete le stesse parole: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Luca 8,21). Chi ascolta la parola di Dio e la trasforma in vita, appartiene alla famiglia del Signore.

Questa sì che è una promessa interessante! Di chi è la terra? Nella storia del nostro paese per la terra si sono fatte, e ancora si fanno, lotte ereditarie. In altri paesi del mondo le lotte dei contadini contro i latifondisti sono ancora una realtà. In Africa c’è oggi un accaparramento delle terre da parte di potenti stranieri.

Ho il dono di fare un mestiere che mi piace e mi soddisfa, nonostante le fatiche e le energie che mi prosciuga. Sarà per questo o per lo stile che ho imparato dai miei genitori, ma mi accorgo di dedicare al lavoro una gran parte del tempo della mia vita, con un forte investimento di pensieri, emozioni, studio, progetti, capacità e competenze. Indubbiamente mi sento molto laboriosa e sono convinta di lavorare per il regno di Dio: come dice il Concilio, i laici vivono la propria vocazione cristiana nel costruire il regno dentro la vita quotidiana.

Ho imparato tardi a sentire la sete, ad accorgermi del bisogno di bere del mio corpo. Da quando gli presto ascolto, ho cominciato a gustare un bel bicchiere di acqua fresca. La promessa di Dio è così: sarà saziato il nostro desiderio di giustizia, la giustizia per me, ma soprattutto la giustizia per te che non sei riconosciuto nella tua umanità, nei tuoi bisogni profondi. Giustizia è dare a ognuno ciò che gli spetta, come uomo e come donna.

Giovanni piange: ha messo il piede dentro la zanzariera che è saltata tagliandogli il labbro. Lo consolo sciacquandogli la bocca e mostrandogli cosa è successo. Nicolò piange per la rabbia che gli si scatena dentro ogni volta che non vince. Consolarlo è difficile. Provo ancora una volta ad aiutarlo a riconoscere questa rabbia e a lasciarla uscire senza fare troppo male. Sofia piange perché l’ho ferita rimproverandola: non se l’aspettava, di solito andiamo d’accordo.

È morta la zia Luciana, la mia madrina di cresima, la “mamma” come l’ho chiamata per un periodo della mia vita. La mia mamma, sua sorella, il giorno prima del funerale, me l’ha raccontata ripercorrendo le storie della sua lunga vita, quelle che conosco bene e anche altre di quando erano bambine e poi giovani.

È proprio questa la prima opera di misericordia che mi salta in mente: “Dar da mangiare agli affamati”. Una folla di immagini mi riempie la mente e il cuore. Innanzitutto i milioni di persone affamate che vivono nel mondo, ma anche la tendenza a sprecare il cibo nei vassoi dei bambini alla mensa della mia scuola seguita dalla classica frase: «Pensa ai bambini che non hanno da mangiare», a cui prontamente i piccoli rispondono: «Glielo mando volentieri questo cibo che non mi piace!».

Ammonire! Che verbaccio! In uno scambio con alcuni amici sono venuti a galla i pochi significati ancora in uso nella vita quotidiana. L’arbitro, nelle partite, ammonisce chi non rispetta pesantemente le regole del gioco, in particolare offendendo o facendo male. Anche nel rapporto di lavoro si può chiamare ammonizione ciò che precede la sanzione disciplinare.

Insegnare agli ignoranti è il mio mestiere: da trent’anni accolgo bimbi di sei anni che non sanno né leggere né scrivere e li accompagno alle soglie dell’adolescenza dopo che hanno compiuto passi enormi nel sapere, nel fare, nell’essere. Eppure le cose non stanno solo così. Ignoranti è una parola bruttissima, assolutamente fuori dal nostro linguaggio, offensiva. Infatti i bimbi, con cui ogni cinque anni inizio l’avventura, non sono affatto ignoranti: possiedono già un mondo ricco di conoscenze, esperienze, emozioni, affetti.

Nel progettare quest’anno di Dall’alba al tramonto sono stata infastidita da quest’opera di misericordia: non mi piace l’idea di sopportare, mi sembra passiva. Non mi piace nemmeno pensare che ci siano persone moleste, anche se devo riconoscere che pure nella mia vita c’è gente fastidiosa, qualcuno che mi viene subito in mente quando Gesù dice: «Amate i vostri nemici».

Profughi, stranieri, immigrati, rifugiati! Quanto parlare di queste persone. A volte come fossero casi da studiare. Spesso generalizzando. Difficile tenere conto della complessità di ragioni che le spingono a spostarsi da casa loro, dai loro affetti, dalle loro abitudini e tradizioni e venire qui in una terra quasi sempre inospitale. Perché? Per capire abbiamo a disposizione molti studi che ci aiutano ad andare oltre i facili luoghi comuni.

L’anno scorso volevo proporre il succo del messaggio di Gesù scegliendo di raccontare ai miei alunni di scuola primaria poche cose e non scontate, quelle che mettono in evidenza la differenza portata dal vangelo. Il perdono mi è apparso subito come un ingrediente fondamentale di questo succo.

I consigli non mi vengono spontanei! Ho scelto, per il mio vissuto, di non elargire consigli non richiesti. Preferisco ascoltare quello che le persone hanno da dirmi e raccontare, a mia volta, la mia esperienza. Nel mio lavoro, invece, più che consigliare affermo, osservo e a volte anche ordino.

Sono tentata di tradurre le opere di misericordia perché hanno un sapore un po’ antico. Eppure sono parole del vangelo, parole di Gesù: «Ero malato e mi avete visitato» è vangelo secondo Matteo al capitolo 25, al versetto 36. Visitare i malati, dedicare del tempo, stare insieme, questo mi chiede il Signore. La bellezza delle opere di misericordia è la loro semplicità, sono proprio dirette, inutile interpretarle: così dice la parola del Signore.

Cominciamo bene! Visitare i carcerati: forse l’opera di misericordia più difficile, almeno per me. Ho cercato di trovare delle spiegazioni simboliche, delle vie di uscita che mi semplifichino la fatica. Non ci sono! Visitare: non è pregare, ricordare, conoscere, informarsi ... è visitare.

È il luogo della Galilea che amo di più! Là in alto ho ammirato il lago, abbracciato l’orizzonte, respirato il profumo dei fiori e ascoltato il silenzio: il monte delle beatitudini. Lassù ho intuito come quelle parole tanto paradossali possano essere uscite da Gesù. «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».

Un viaggio lungo un anno dentro la carità, dentro l’amore di Dio che possiamo sperimentare nelle mille forme dell’amore umano. Mi auguro che quest’anno Dall’alba al tramonto ci abbia aiutato a gustare, a intravedere quanto la carità sia più dell’elemosina con cui si confonde nel linguaggio comune.

La giustizia non è sorpassata. Qualcuno lo pensa, oggi come un tempo. Vale la pena dedicare la vita al servizio della giustizia come racconta la storia di Rosario Livatino che leggiamo in questo mese. Affermare che la carità supera la giustizia non è vivere in un mondo fuori da questo.

Beati gli ultimi, perché saranno primi. Un proverbio che possiede una serie di versioni, più o meno dialettali, che lo stravolgono. Mettere gli ultimi al primo posto sta proprio fuori della mentalità umana che, in ogni ambito e ambiente, inclusi quelli religiosi anche cristiani, si fonda su criteri di preferenza completamente altri. Ma Dio è di parte? Sceglie gli ultimi e trascura i primi?

Un cielo pieno di nuvole. Così mi sento certi giorni, affollati di pensieri, di scelte difficili. Così mi sento leggendo il giornale, ascoltando i fatti di cronaca o le questioni politiche e sociali che si dibattono intorno a me. Così mi sento soprattutto quando i criteri che orientano la mia vita, proprio quelli che mi sembrano più fondamentali e radicati nella mia umanità, sono così poco condivisi, addirittura avversati o irrisi in ambienti lontani o vicini a me.