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L’esperienza scoutistica, come altre esperienze associative, è una vera palestra di fraternità. Non è la mia, ma la conosco e la osservo con interesse, soprattutto attraverso i racconti di mia figlia. «Anche stasera vado a scout!». Quando le chiedo che riunione abbia, spuntano sigle sempre nuove. La staff per preparare le attività del reparto, momenti di confronto tra capi e la formazione.

Mi chiedevo: cosa posso raccontare sull’esperienza del carcere? Poi ho ascoltato questa Parola: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri» (Isaia 61,1-2). L’inviato di Dio, tra le azioni belle e forti che compirà, scarcererà i prigionieri. Ma è giusto?

Ogni tanto ricevo qualche osservazione, qualche critica su certe scelte di Dall’alba al tramonto. Così, rileggendo i testi che proponiamo in questo mese e la sempre intensa proposta di Toffanello, i miei pensieri sono corsi avanti a immaginare possibili dubbi, rimostranze, fatiche. Non per tutti i cristiani è facile considerare la fraternità come esperienza che va oltrepassa la propria appartenenza alla chiesa, che supera i confini religiosi conosciuti.

A tavola, a scuola, Stefano mi parla di sua sorella. A me risulta che sia figlio unico, così gli chiedo: «Chi è la mamma di questa sorella?». E scopro che Stefano chiama sorella una vicina di casa con cui gioca sempre e a cui è molto affezionato. Mi è capitato spesso con i bambini piccoli che abbiano un po’ di confusione sui rapporti di parentela e scambino un cugino per un fratello. 

Venticinque anni fa è nata la mia prima figlia. Ricordo bene il giorno in cui, dopo le feste e le visite di parenti e amici, mi sono ritrovata con lei da sola. Tenendola in braccio, mentre si addormentava, le ho detto: «Non mi libererò mai più di te» percependo che la mia vita era irrimediabilmente cambiata e che la mia libertà da quel momento aveva un’altra faccia.

Il regno è dei poveri e dei perseguitati. E non dei perseguitati per Gesù, ma per la giustizia. Sento forte questa promessa, quasi apparentasse i poveri, coloro che si fidano solo di Dio, agli uomini e alle donne che puntano dritta la loro vita verso la giustizia. Sento larga questa promessa che esce dal recinto e vorrebbe abbracciare ogni uomo, ogni donna, ogni popolo, al di là delle fedi. Sento profonda questa promessa che unisce i poveri e i cercatori della giustizia, chi non ha nessun appoggio, nessun potere e per questo si affida a Dio e chi impegna la sua vita nel dare a ciascuna persona, soprattutto se è debole, e a ciascun popolo, soprattutto il più sfruttato, ciò che gli spetta.

Mi dispiace, Tommaso, oltre le solite battute su di te, la beatitudine che ci hai conquistato, non si porta nemmeno una promessa. Perché siamo beati se crediamo senza vedere? La fede è proprio cieca com’è stata raffigurata per tanti secoli dagli artisti? Mi chiedo di cosa parli il Signore, a te, Tommaso, e a me. Era morto Gesù: non uno scherzo, proprio per davvero, tu c’eri, lontano, fuori dalla vista dei soldati, ma nessun dubbio. La morte non è per finta, da lì nessuno torna: chi è morto non si vede più, uno strappo netto e senza alternative.

Oggi sono in ospedale. Una signora, in attesa accanto a me, piange silenziosamente. Un infermiere si fa in quattro per rassicurarla: le manda il primario perché le spieghi, la conforta. Passa un medico e le offre di prendere un caffè insieme. I figli l’abbracciano e le parlano con dolcezza. Saranno consolati. Per questo sono beati quelli che piangono: perché sono consolati, sperimentano la premura, l’abbraccio, la carezza di chi è vicino per consolare e, nella carezza dei fratelli, incontrano la carezza di Dio.

Un giorno, in chiesa, mia figlia di cinque anni mi domandava con insistenza: «Dio abita qui: perché non lo vedo? Dov’è?» e stringeva le mani cercando di afferrare qualcosa nell’aria. Esprimeva, a suo modo, una ricerca lunghissima comune a persone di ogni tempo e luogo. La promessa di Gesù è davvero forte: posso vedere Dio!

Durante un momento di preghiera, il coro propone molti canti su Gesù re. Un amico mi provoca: perché cantare un regno? Non è esperienza di oggi, è un linguaggio incomprensibile. Ho pensato ai bambini: con loro si può parlare di regno, le favole ne sono piene.

Sono figlia di Dio: un fatto! È questo che ho imparato in tanti anni di catechismo e formazione cristiana: ogni persona è figlia di Dio, anche se a volte qualcuno fa distinzioni tra battezzati e non battezzati che penso non fossero proprio nel pensiero di Gesù.

Ricompensa nei cieli? Per secoli si è creduto che la fede cristiana chiedesse alle persone di sopportare qualsiasi cosa in vista di un bene che sarebbe arrivato dopo. Così il cristianesimo è stato definito “oppio dei popoli”. Ma è questo che intendeva Gesù in quest’ultima beatitudine? Voleva dirci che saremo felici, beati, fortunati quando dicono male di noi, ci insultano o addirittura ci uccidono per la nostra fede perché riceveremo una ricompensa quando saremo morti?

Ecco una beatitudine senza promessa. Mi chiedo se Gesù non voglia dirci proprio questo: chi ascolta la parola di Dio e la osserva, è beato e basta! Ascoltare e vivere rende piena l’esistenza di per sé.
Non contenta, ho frugato nel vangelo e ho trovato un altro momento in cui il Signore ripete le stesse parole: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Luca 8,21). Chi ascolta la parola di Dio e la trasforma in vita, appartiene alla famiglia del Signore.

Questa sì che è una promessa interessante! Di chi è la terra? Nella storia del nostro paese per la terra si sono fatte, e ancora si fanno, lotte ereditarie. In altri paesi del mondo le lotte dei contadini contro i latifondisti sono ancora una realtà. In Africa c’è oggi un accaparramento delle terre da parte di potenti stranieri.

Ho il dono di fare un mestiere che mi piace e mi soddisfa, nonostante le fatiche e le energie che mi prosciuga. Sarà per questo o per lo stile che ho imparato dai miei genitori, ma mi accorgo di dedicare al lavoro una gran parte del tempo della mia vita, con un forte investimento di pensieri, emozioni, studio, progetti, capacità e competenze. Indubbiamente mi sento molto laboriosa e sono convinta di lavorare per il regno di Dio: come dice il Concilio, i laici vivono la propria vocazione cristiana nel costruire il regno dentro la vita quotidiana.