Archivio editoriali

Durante un momento di preghiera, il coro propone molti canti su Gesù re. Un amico mi provoca: perché cantare un regno? Non è esperienza di oggi, è un linguaggio incomprensibile. Ho pensato ai bambini: con loro si può parlare di regno, le favole ne sono piene.

Sono figlia di Dio: un fatto! È questo che ho imparato in tanti anni di catechismo e formazione cristiana: ogni persona è figlia di Dio, anche se a volte qualcuno fa distinzioni tra battezzati e non battezzati che penso non fossero proprio nel pensiero di Gesù.

Ricompensa nei cieli? Per secoli si è creduto che la fede cristiana chiedesse alle persone di sopportare qualsiasi cosa in vista di un bene che sarebbe arrivato dopo. Così il cristianesimo è stato definito “oppio dei popoli”. Ma è questo che intendeva Gesù in quest’ultima beatitudine? Voleva dirci che saremo felici, beati, fortunati quando dicono male di noi, ci insultano o addirittura ci uccidono per la nostra fede perché riceveremo una ricompensa quando saremo morti?

Ecco una beatitudine senza promessa. Mi chiedo se Gesù non voglia dirci proprio questo: chi ascolta la parola di Dio e la osserva, è beato e basta! Ascoltare e vivere rende piena l’esistenza di per sé.
Non contenta, ho frugato nel vangelo e ho trovato un altro momento in cui il Signore ripete le stesse parole: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Luca 8,21). Chi ascolta la parola di Dio e la trasforma in vita, appartiene alla famiglia del Signore.

Questa sì che è una promessa interessante! Di chi è la terra? Nella storia del nostro paese per la terra si sono fatte, e ancora si fanno, lotte ereditarie. In altri paesi del mondo le lotte dei contadini contro i latifondisti sono ancora una realtà. In Africa c’è oggi un accaparramento delle terre da parte di potenti stranieri.

Ho il dono di fare un mestiere che mi piace e mi soddisfa, nonostante le fatiche e le energie che mi prosciuga. Sarà per questo o per lo stile che ho imparato dai miei genitori, ma mi accorgo di dedicare al lavoro una gran parte del tempo della mia vita, con un forte investimento di pensieri, emozioni, studio, progetti, capacità e competenze. Indubbiamente mi sento molto laboriosa e sono convinta di lavorare per il regno di Dio: come dice il Concilio, i laici vivono la propria vocazione cristiana nel costruire il regno dentro la vita quotidiana.

Ho imparato tardi a sentire la sete, ad accorgermi del bisogno di bere del mio corpo. Da quando gli presto ascolto, ho cominciato a gustare un bel bicchiere di acqua fresca. La promessa di Dio è così: sarà saziato il nostro desiderio di giustizia, la giustizia per me, ma soprattutto la giustizia per te che non sei riconosciuto nella tua umanità, nei tuoi bisogni profondi. Giustizia è dare a ognuno ciò che gli spetta, come uomo e come donna.

Giovanni piange: ha messo il piede dentro la zanzariera che è saltata tagliandogli il labbro. Lo consolo sciacquandogli la bocca e mostrandogli cosa è successo. Nicolò piange per la rabbia che gli si scatena dentro ogni volta che non vince. Consolarlo è difficile. Provo ancora una volta ad aiutarlo a riconoscere questa rabbia e a lasciarla uscire senza fare troppo male. Sofia piange perché l’ho ferita rimproverandola: non se l’aspettava, di solito andiamo d’accordo.

È morta la zia Luciana, la mia madrina di cresima, la “mamma” come l’ho chiamata per un periodo della mia vita. La mia mamma, sua sorella, il giorno prima del funerale, me l’ha raccontata ripercorrendo le storie della sua lunga vita, quelle che conosco bene e anche altre di quando erano bambine e poi giovani.

È proprio questa la prima opera di misericordia che mi salta in mente: “Dar da mangiare agli affamati”. Una folla di immagini mi riempie la mente e il cuore. Innanzitutto i milioni di persone affamate che vivono nel mondo, ma anche la tendenza a sprecare il cibo nei vassoi dei bambini alla mensa della mia scuola seguita dalla classica frase: «Pensa ai bambini che non hanno da mangiare», a cui prontamente i piccoli rispondono: «Glielo mando volentieri questo cibo che non mi piace!».

Ammonire! Che verbaccio! In uno scambio con alcuni amici sono venuti a galla i pochi significati ancora in uso nella vita quotidiana. L’arbitro, nelle partite, ammonisce chi non rispetta pesantemente le regole del gioco, in particolare offendendo o facendo male. Anche nel rapporto di lavoro si può chiamare ammonizione ciò che precede la sanzione disciplinare.

Insegnare agli ignoranti è il mio mestiere: da trent’anni accolgo bimbi di sei anni che non sanno né leggere né scrivere e li accompagno alle soglie dell’adolescenza dopo che hanno compiuto passi enormi nel sapere, nel fare, nell’essere. Eppure le cose non stanno solo così. Ignoranti è una parola bruttissima, assolutamente fuori dal nostro linguaggio, offensiva. Infatti i bimbi, con cui ogni cinque anni inizio l’avventura, non sono affatto ignoranti: possiedono già un mondo ricco di conoscenze, esperienze, emozioni, affetti.

Nel progettare quest’anno di Dall’alba al tramonto sono stata infastidita da quest’opera di misericordia: non mi piace l’idea di sopportare, mi sembra passiva. Non mi piace nemmeno pensare che ci siano persone moleste, anche se devo riconoscere che pure nella mia vita c’è gente fastidiosa, qualcuno che mi viene subito in mente quando Gesù dice: «Amate i vostri nemici».

Profughi, stranieri, immigrati, rifugiati! Quanto parlare di queste persone. A volte come fossero casi da studiare. Spesso generalizzando. Difficile tenere conto della complessità di ragioni che le spingono a spostarsi da casa loro, dai loro affetti, dalle loro abitudini e tradizioni e venire qui in una terra quasi sempre inospitale. Perché? Per capire abbiamo a disposizione molti studi che ci aiutano ad andare oltre i facili luoghi comuni.

L’anno scorso volevo proporre il succo del messaggio di Gesù scegliendo di raccontare ai miei alunni di scuola primaria poche cose e non scontate, quelle che mettono in evidenza la differenza portata dal vangelo. Il perdono mi è apparso subito come un ingrediente fondamentale di questo succo.

I consigli non mi vengono spontanei! Ho scelto, per il mio vissuto, di non elargire consigli non richiesti. Preferisco ascoltare quello che le persone hanno da dirmi e raccontare, a mia volta, la mia esperienza. Nel mio lavoro, invece, più che consigliare affermo, osservo e a volte anche ordino.

Sono tentata di tradurre le opere di misericordia perché hanno un sapore un po’ antico. Eppure sono parole del vangelo, parole di Gesù: «Ero malato e mi avete visitato» è vangelo secondo Matteo al capitolo 25, al versetto 36. Visitare i malati, dedicare del tempo, stare insieme, questo mi chiede il Signore. La bellezza delle opere di misericordia è la loro semplicità, sono proprio dirette, inutile interpretarle: così dice la parola del Signore.

Cominciamo bene! Visitare i carcerati: forse l’opera di misericordia più difficile, almeno per me. Ho cercato di trovare delle spiegazioni simboliche, delle vie di uscita che mi semplifichino la fatica. Non ci sono! Visitare: non è pregare, ricordare, conoscere, informarsi ... è visitare.

È il luogo della Galilea che amo di più! Là in alto ho ammirato il lago, abbracciato l’orizzonte, respirato il profumo dei fiori e ascoltato il silenzio: il monte delle beatitudini. Lassù ho intuito come quelle parole tanto paradossali possano essere uscite da Gesù. «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».

Un viaggio lungo un anno dentro la carità, dentro l’amore di Dio che possiamo sperimentare nelle mille forme dell’amore umano. Mi auguro che quest’anno Dall’alba al tramonto ci abbia aiutato a gustare, a intravedere quanto la carità sia più dell’elemosina con cui si confonde nel linguaggio comune.

La giustizia non è sorpassata. Qualcuno lo pensa, oggi come un tempo. Vale la pena dedicare la vita al servizio della giustizia come racconta la storia di Rosario Livatino che leggiamo in questo mese. Affermare che la carità supera la giustizia non è vivere in un mondo fuori da questo.

Beati gli ultimi, perché saranno primi. Un proverbio che possiede una serie di versioni, più o meno dialettali, che lo stravolgono. Mettere gli ultimi al primo posto sta proprio fuori della mentalità umana che, in ogni ambito e ambiente, inclusi quelli religiosi anche cristiani, si fonda su criteri di preferenza completamente altri. Ma Dio è di parte? Sceglie gli ultimi e trascura i primi?

Un cielo pieno di nuvole. Così mi sento certi giorni, affollati di pensieri, di scelte difficili. Così mi sento leggendo il giornale, ascoltando i fatti di cronaca o le questioni politiche e sociali che si dibattono intorno a me. Così mi sento soprattutto quando i criteri che orientano la mia vita, proprio quelli che mi sembrano più fondamentali e radicati nella mia umanità, sono così poco condivisi, addirittura avversati o irrisi in ambienti lontani o vicini a me.

Mi dice una cara amica: «Perché viviamo così? Non riusciamo a raccontarci niente di bello».
Muore il figlio diciottenne di un amico, così, all’improvviso. I figli crescono e non sappiamo come accompagnarli in percorsi di autonomia per nulla semplici. Conosco bimbi anche piccolissimi già alle prese con visite, operazioni e ospedali. Ascolto racconti di colleghe impegnate a farsi carico dei genitori anziani che chiedono ascolto e accudimento.

Dag Hammarskjöld, uomo politico svedese, visse dal 1905 al 1961, quando morì in un incidente aereo in Africa meridionale durante una missione di pace. Per otto anni fu segretario generale delle Nazioni Unite e dopo la sua morte gli fu conferito il premio Nobel per la pace per la sua attività umanitaria. Fu dunque uomo noto negli ambienti politici internazionali, di quelli che conosciamo dai mezzi di comunicazione.

Otto anni fa, al funerale, don Franco durante l’omelia disse che Stefano era stato un grande educatore perché prima di tutto aveva saputo tirare fuori il meglio da se stesso. Educare vuol dire tirare fuori. Don Lorenzo Milani, che ci aiuta a riflettere in questo mese, è stato certamente un educatore esemplare per la sua capacità di tirare fuori il meglio dai suoi ragazzi, con tenacia e fiducia, puntando in alto e chiedendo forte impegno.

Sono proprio contenta di proporre questo mese Gino Bartali come testimone di carità. Tutti conosciamo il campione della bicicletta, non tutti sanno di altri aspetti belli della sua vita. Ma lo proponiamo in un mensile di spiritualità perché attraverso la sua esperienza di credente possa aiutarci a vedere Dio che ci ama e ci chiede di amare, qualsiasi sia la nostra condizione di vita.

Avevo quasi sedici anni il 12 febbraio del 1980 quando vidi quelle immagini alla televisione: non conoscevo tanto Vittorio Bachelet, sapevo che era stato il presidente dell’Azione cattolica a cui anch’io appartenevo da un paio d’anni.

«I poveri li avrete sempre con voi»: quanto mi inquieta questa affermazione di Gesù, quanto mi sento tanto inadeguata di fronte a ogni povero che incontro sulla mia strada. Ho letto “Ciò che inferno non è”, il romanzo di Alessandro D’Avenia dedicato a padre Pino Puglisi, prete palermitano ucciso dalla mafia.

Alla messa del campo, quando il papà fa la comunione, Nicolò, che ha quattro anni ed è in braccio a lui, osserva la particola e sussurra: «Papà, ma Gesù esiste?». Non so a cosa pensa il bimbo, ma comprendo che può essere complicato credere in un Dio che ci viene così vicino, che si lascia mangiare, che diventa tanto piccolo e fragile.