Giovani e politica, il grande freddo

Il 4 marzo voteranno anche i primi “millennials”. Con quale atteggiamento verso la politica? La riflessione di Alessandro Rosina, coordinatore scientifico del Rapporto giovani, apre il primo numero della nuova serie di Tonioloricerca.  

Giovani e politica, il grande freddo

Li hanno già battezzati “ragazzi del ’99”. Sono i nati nell’ultimo anno del secolo scorso.
Se i coetanei di cento anni fa furono mandati al massacro al fronte e quelli di cinquant’anni fa furono protagonisti della grande contestazione studentesca, stavolta ai ragazzi che hanno da poco compiuto la maggiore età viene chiesto di fare una cosa molto più semplice: partecipare alle elezioni politiche del 4 marzo, alle quali voteranno, tra l’altro, anche i primi “millennials”, coloro che sono nati all’inizio del 2000.

Votare: una scelta tutt’altro che eroica, eppure ardua.
Tanto che alcuni studi hanno messo in luce l’eventualità che anche molti diciottenni scelgano di disertare le urne, unendosi alla già fitta schiera degli astensionisti. 

Uno studio in corso di pubblicazione nell’edizione 2018 del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo (che uscirà in aprile) rivela che il 40 per cento dei giovani italiani è lontano dalla politica. Solo il 35 per cento aderisce con convinzione a un partito o movimento in campo. Oltre il 40 per cento degli intervistati boccia tutte le forze politiche italiane. 

«Io però distinguerei tra giovani elettori e nuovi elettori – avverte Alessandro Rosina, docente di Demografia e statistica sociale alla Cattolica e coordinatore scientifico del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo – e sono convinto che l’astensionismo dei "debuttanti" non sarà così alto. Si tratta di un passaggio simbolico, di un’esperienza che comunque vale la pena di fare, come tale».

I giovani elettori in genere, invece? Sono tanti quelli che se ne staranno a casa?
«Quelli che l’esperienza del voto l'hanno già fatta sceglieranno invece in parte di astenersi, o di votare forze antisistema. Molti non se la sentiranno di ripetere una scelta che non è stata ritenuta soddisfacente, che non ha migliorato le vite delle giovani generazioni. Molti di loro parlano con i coetanei di altri paesi, e hanno la percezione che all’estero si pensi di più alla fascia giovanile. Qui, invece, i giovani si trovano di fronte a un’offerta insoddisfacente, che non incide sulle loro vite, i fatti concreti tardano ad arrivare».

I giovani di cinquant’anni fa contestarono apertamente la società. Come mai a suo avviso quelli di oggi non scendono in piazza e neppure partecipano alla vita politica?
«Le condizioni di vita sono molto diverse. Non dimentichiamoci che allora c’era comunque una società in forte crescita, anche demografica, e c’erano molti fermenti. C’erano famiglie tradizionali, soprattutto non c’era l’assillo del lavoro. Chi studiava all’università poteva rivolgere lo sguardo oltre alle proprie scelte personali. Oggi invece i giovani vivono in una società che invecchia e sentono il peso delle preoccupazioni personali, a cominciare dal lavoro. Per loro è più facile cambiare paese, piuttosto che cambiare il paese».

Resta il fatto, poi, che l’offerta politica verso i giovani è debole, non crede?
«Sì, e in questo c’è miopia da parte delle forze politiche. Si continua ad avere, da parte delle forze politiche, uno sguardo corto, si punta a risultati immediati. Per prima cosa si cerca il consenso elettorale di chi ha già posizioni consolidate. L’universo giovanile è debole, differenziato al suo interno, difficilmente interpretabile. Gli orientamenti politici sono meno consolidati. Gli elettori maturi sono più facili da interpretare. Si sa cosa vogliono, e sono pure di più».

Così però si entra in una spirale negativa...
«È proprio così. E man mano che passa il tempo è sempre più difficile invertire la tendenza. Il paese invecchia, gli anziani sono sempre di più, i giovani sempre di meno. Bisogna mettersi in testa che oggi con i giovani bisogna inventarsi nuove forme di partecipazione. Con loro bisogna fare un percorso! Le nuove generazioni ragionano così: aderisco, sposo una causa, ne vedo i frutti, vedo il cambiamento...Questo processo si avvia con una certa facilità nel territorio e per l’impegno sociale. La politica è invece incapace di accompagnare i giovani e di dare loro delle risposte».

Non le sembra che stavolta siano pure diminuiti i giovani candidati? Anche questo è un fatto preoccupante?
«Certo! La premessa è che la presenza dei giovani nelle istituzioni, e dunque anche in parlamento, è condizione necessaria ma non sufficiente perché si possa affermare che la politica è attenta ai giovani. L’eventuale presenza è positiva, ma poi bisogna anche riuscire a dare un’apertura nuova, portare la loro visione, altrimenti queste candidature sono solo funzionali. Tuttavia, il fatto che anche questo spazio si sia ridotto è la conferma che ormai non c’è neppure più lo sforzo di rivolgersi alle giovani generazioni».

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