Idee
Come cambieranno le medicine di gruppo? Dopo gli annunci della Regione e il tavolo ancora in corso sulle modifiche contrattuali, le minoranze in Consiglio regionale vogliono vederci chiaro. «Abbiamo chiesto audizione all’assessore alla sanità Gino Gerosa in Commissione sanità, ne parleremo questa settimana. Già il fatto che non ci siano informazioni chiare sul futuro per noi è un elemento critico perchè andrebbero coinvolti i medici e il Consiglio regionale» attacca la consigliera Elena Ostanel (Avs – Reti Civiche).
«Al momento sembra che la Regione intenda chiudere, e quindi non più finanziare, la medicina integrata: pertanto verrebbe a mancare il personale che supporta i medici nelle attività di back office e collaterali, ma in altre realtà ci sono anche servizi infermieristici che verranno meno. L’assessore Gerosa sostiene che è un intervento che viene dal Ministero, ma a noi non risulta» prosegue Ostanel.
Altro capitolo riguarda le Case di comunità, che già oggi affiancano i medici di famiglia e le medicine di gruppo nell’assistenza sanitaria, sebbene con una funzione diversa. «La medicina territoriale non può essere sostituita dalle Case di comunità perché sono state ideate per l’assistenza in casi di cronicità e per rispondere a piccole emergenze per le quali non è necessario rivolgersi ai Pronto soccorso. Il modello in linea teorica può funzionare ma va potenziato» continua nell’analisi la consigliera, rivolgendosi quindi alla maggioranza. «Chiediamo di farci capire qual è l’obiettivo della riorganizzazione territoriale. Oggi non tutti i cittadini hanno un medico di base mentre dovrebbe essere garantito. Come possiamo “scaricare” la mole di lavoro sui medici di famiglia che, in molti casi, oggi hanno più di 1.500 assistiti e non hanno il supporto del personale di segreteria?».
Dello stesso avviso è il collega di opposizione Andrea Micalizzi (Pd): «Le medicine di gruppo sono esperienze che stanno funzionando, eppure la Regione sembra orientata a non rinnovare le convenzioni con queste strutture. Non è chiaro il modello con cui vorranno sostituire questa forma organizzativa, ce lo diranno nelle prossime settimane dal momento che la convenzione scade a fine anno. Noi chiediamo che non si perda una capillarità di strutture organizzate con una maggiore efficienza per i medici di famiglia. La Regione sostiene che verranno mantenute delle forme di aggregazione, vedremo» dichiara con scetticismo il consigliere.
«Anche le Case di comunità soffrono questa situazione, mancano i medici e infermieri e mancano perché un medico ha già un numero alto di pazienti, quindi fatica a dare altro tempo alle Case di comunità. Se non si risolve prima il problema della medicina territoriale, si farà fatica a far funzionare al 100 per cento le Case di comunità – constata Micalizzi – L’incertezza sul futuro sta facendo del male, tanti medici stanno pensando ad altre strade. La Regione dice che salvaguarderanno le realtà territoriali ma non si sa come».
Quale sarà il futuro della medicina territoriale, tra Case di comunità, Aggregazioni Funzionali Territoriali, medicine di gruppo e medici che ancora operano in studi singoli?
Lo abbiamo chiesto all’assessore regionale alla Sanità, Gino Gerosa: «A partire dal prossimo anno prenderanno corpo le Aft, un modello che viene indicato direttamente dalle autorità centrali. Con le Aft bisognerà rimodulare la sanità territoriale, quindi medici di medicina generale, Case di comunità, medicine di gruppo integrate, medicine di gruppo semplici e quant’altro. Si valuterà caso per caso perchè nessuno vuole sguarnire il territorio dei medici di medicina generale, indipendentemente dalle forme in cui sono associati» entra nel merito l’assessore.
«C’è poi un altro problema: nelle medicine di gruppo integrate c’è anche del personale infermieristico e amministrativo con forme contrattuali abbastanza diverse sul territorio. Per questo c’è la necessità di riorganizzare il modello, per uniformare anche dal punto di vista contrattuale tutte queste figure professionali che non verranno disperse, bensì mantenute all’interno della nuova cornice strutturale e organizzativa» spiega ancora l’assessore.
«Al momento il nuovo modello è in fase di definizione perché prima abbiamo effettuato una mappatura della situazione; alla luce di quanto emerso verranno rimodulate le diverse organizzazioni per adempiere a quanto richiesto dal Governo centrale, quindi l’attivazione delle Aft mantenendo il personale infermieristico e amministrativo attualmente in carico alle medicine di gruppo. Non c’è quindi alcuna questione di tagli ai servizi, si tratta semplicemente di una rimodulazione» puntualizza l’assessore alla sanità della Regione Veneto.
La risposta, almeno sulla carta, sembra dunque chiara: le medicine di gruppo saranno riorganizzate all’interno della cornice delle Aft, che dovrebbero avere un bacino d’utenza più ampio e fornire un’assistenza più estesa in termini di orario d’apertura, grazie alla collaborazione tra i medici del territorio di riferimento.
Sono 102 le Case di comunità attive in Veneto di cui venti a Padova. Tra gli specialisti che si occupano delle patologie croniche sono presenti pneumologi, cardiologi e geriatri che, tuttavia, da un lato non sostituiscono i medici di medicina generale ma dall’altro lato dovrebbero limitare gli accessi impropri ai Pronto soccorso.
Medici e rappresentanti istituzionali sono d’accordo nel riconoscere a queste strutture una funzione positiva e vicina ai cittadini, pur evidenziando alcune criticità.
Le minoranze in Consiglio regionale, in particolare, fanno notare che non tutte, al momento, garantiscono i turni dalle 8 del mattino alle 20 di sera, il punto unico di accesso e mancano alcuni turni dei medici di base che dovrebbero essere distaccati. Infine, si segnala una scarsa campagna comunicativa, per cui gli accessi non sono ancora a pieno regime.

In Veneto ci sono 77 medicine di gruppo dove lavorano 139 medici che assistono 930 mila abitanti. In provincia di Padova sono 14 le medicine di gruppo integrate, con 520 medici di famiglia per 200 mila pazienti. In tutta la Regione il 23 per cento dei medici lavorano in medicine di gruppo integrate, il 42 per cento in medicine di gruppo semplici, mentre i restanti operano in rete o in ambulatori singoli. A questi numeri si aggiungono centinaia di infermieri e personale amministrativo.
Così come per le Case di comunità, anche questo modello è ritenuto funzionante, pur con alcune criticità. Il Veneto è la seconda Regione in Italia per numero di assistiti per singolo medico, con una media di 1.560 e punte di 2.100. Un possibile rimedio – condiviso da medici e politica – potrebbe essere quello di restituire attrattività alla professione.