Sì è pregato anche ieri, durante le messe domenicali, così come era stato fatto nei giorni scorsi, al Lido di Venezia, per la liberazione del cooperante Alberto Trentini, 45 anni, da due mesi detenuto in Venezuela, e per sostenere la sua famiglia.
Con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, si profila un ritorno alla geopolitica muscolare in un mondo multipolare. Gli Usa puntano a riaffermare la loro egemonia, riducendo il peso delle crisi locali su di sé e delegando agli alleati, come dimostra la richiesta ai membri Nato di aumentare le spese militari. Nel Medioriente, la tregua tra Israele e Hamas serve a rilanciare gli Accordi di Abramo, coinvolgendo l’Arabia Saudita per isolare l’Iran e contenere l’influenza cinese. Le mire geopolitiche su Groenlandia, Canada e Panama rispecchiano l’attenzione di Trump alle risorse e alle rotte strategiche. Restano però numerose incognite, tra cui le pressioni interne su Netanyahu e le tensioni internazionali con Cina, Russia e Turchia
Mons. José Domingo Ulloa, arcivescovo di Panama, ribadisce la sovranità del Paese sul Canale di Panama, simbolo dell’identità nazionale, dopo le dichiarazioni di Donald Trump che ne ha rivendicato la gestione per gli Stati Uniti. “Abbiamo dimostrato la nostra capacità di gestire e mantenere il Canale aperto al mondo”, afferma Ulloa, invitando alla costruzione di ponti di pace e giustizia. L’arcivescovo richiama la comunità internazionale al rispetto della sovranità panamense, auspicando dialogo e buon senso per evitare conflitti geopolitici
Un sistema di produzione dai campi alle tavole (quella che viene indicata come filiera agroalimentare allargata) che vale la bella cifra di 620 miliardi di euro circa
Lunedì 20 gennaio il rieletto presidente Usa, Donald Trump, si insedierà alla Casa Bianca. Cosa c’è da attendersi rispetto ai rapporti transatlantici? La debole e divisa Europa è chiamata a serrare i ranghi, a immaginare le proprie prossime mosse senza aspettare che altri – neppure gli Stati Uniti – decidano il suo futuro
Trentotto ex detenuti politici nicaraguensi, incarcerati dal regime di Daniel Ortega e deportati in Guatemala, non sono stati ammessi al programma Secure Mobility del Governo statunitense, e non potranno, almeno al momento, raggiungere gli Stati Uniti, per riunirsi, in molti casi, ai propri familiari.
Neppure le chiese, gli ospedali e le scuole potrebbero essere risparmiate da quella che il prossimo presidente americano, Donald Trump, ha definito la "più grande operazione di deportazione nella storia americana" che espellerà dal territorio statunitense 11 milioni di presunti immigrati illegali. A pochi giorni dall’insediamento di Trump, vari vescovi e diversi leader religiosi stanno correndo ai ripari, soprattutto dopo che il coordinatore delle politiche al confine, Tom Homan, ha già chiarito che le restrizioni sui luoghi protetti saranno accantonate e ha autorizzato un'incursione su larga scala vicino a Bakersfield, in California, facendo arrestare dozzine di lavoratori agricoli stagionali e terrorizzando gli altri lavoratori a giornata.