Il viola plumbeo del deserto e della serietà necessaria arriverà a circondarci e forse a opprimerci con i toni del pericolo e dell’abbandono; quando per un istante apparirà il bianco candido dell’amore, dell’amicizia e del pane condiviso, fin troppo presto esso annegherà nel rosso silenzioso e tragico della violenza e di una condanna che inchioda e che sembrerà zittire nel buio la speranza… ma il bianco tornerà a sfolgorare, la speranza rifiorirà, vincerà, alla fine, la luce
Alcune delle domande più urgenti che questa crisi piena di stimoli spirituali e pastorali ha messo nel cuore di tanti di noi poveri preti, che in questi giorni del coronavirus stiamo lottando per essere “frati Cristoforo” e non “don Abbondi”
Sono nato nella prima metà degli anni ‘80. Faccio parte di una generazione che, nell’arco della propria iniziale parabola di vita, ha visto esplodere le possibilità personali. Una “libertà di” crescita incredibilmente agganciata all’idea di un mondo alla portata.
Siamo consapevoli che il razzismo è in crescita nelle paure del mondo globale, in questo momento difficile, in cui siamo aggrediti pesantemente da una pandemia che scatena pulsioni istintive di difesa e violenza. Non abbiamo bisogno di aggiungere altro alla sofferenza che già viviamo in questo tempo!
Buone pratiche.Possiamo fare di questo “isolamento” una solitudine abitata. Non sentirci abbandonati, ma prenderci cura di noi stessi, anche per quegli aspetti che nella vita ordinaria abbiamo magari dovuto trascurare.
Negli ultimi tre contributi che avrò il piacere di condividere con voi prima di congedarmi, vorrei mettere nero su bianco alcune delle domande che questa crisi solleva, spero non solo in me: in fondo, in questi giorni abbiamo tutti molto più tempo per pensare, no?
L'argomento del ci-dovevamo-muovere-prima che ogni tanto ricompare sulla scena deve fare i conti con l'evidenza che mentre da noi i morti erano già migliaia il Presidente degli Stati Uniti d'America e il Primo Ministro del Regno Unito ancora negavano la portata devastante dell'epidemia e tutt'oggi uno Stato europeo da molti considerato un faro di civiltà (la Svezia) ci comporta come se fossimo di fronte alla solita influenza stagionale. Se proprio vogliamo recriminare sul passato dobbiamo allargare e allungare lo sguardo, puntando su quei nodi strutturali che non sono stati affrontati da molti anni, forse decenni (burocrazia soffocante, debito pubblico accumulato non per investimenti, ma anche sistema sanitario regionalizzato) che oggi ci si rivoltano contro nel momento più duro. Ma non sono problemi che possono essere risolti ora
Il fatto è che lo star fermi conduce obbligatoriamente ad aumentare il tempo di pensiero. E se nessuno ci ha insegnato come e cosa pensare, noi semplicemente ospiteremo in testa quanto ci troviamo di disponibile, e quindi – di questi tempi, ben prima dell’epidemia – quanto di letteralmente disponibile troviamo tra le mani, scorrendo le schermate del telefono.
Una sola è l’opera decisiva e definitiva del Figlio: la vittoria sulla morte attraverso la Pasqua, anticipata in questa vita, in chi crede, dalla vittoria sulla paura della morte che, finché rimane operativa, sarà la sorgente oscura di tutto ciò che in noi è menzogna, violenza, disperazione