Chiesa | In dialogo con la Parola
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
Quando medito la Parola, sento l’esigenza sempre di interiorizzarla lasciandomi interpellare dal cammino e da ciò che mi circonda, dalla natura e dalle sue evoluzioni, dagli sguardi e dai vissuti. E così nei giorni scorsi ho ripensato a quel campo di frumento che in questi mesi ho accudito con il mio sguardo. Ho prima osservato la semina, ho dato poi fiducia ai primi steli e alla costante crescita, alle verdi spighe fino al biondeggiare del grano maturo prima del suo raccolto. E dinanzi a questo campo, ho ripensato allo sguardo di Gesù verso un’umanità potenzialmente matura, una «messe abbondante» che deve essere raccolta. Ancor di più, ho riflettuto sul suo sentimento umano, vedendo le folle di ieri e di oggi («ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore»). Perché anche noi possiamo sentirci come quella folla avvertendo un senso di smarrimento e di stanchezza in questo contesto storico di tensioni e insicurezze che si moltiplicano, nel quale abbiamo bisogno di punti di riferimento.
Dal Vangelo emerge un Gesù sensibile e umano, un Maestro che sa vedere, sa fermarsi, si lascia interpellare dagli occhi, dai bisogni delle persone, accogliendo in modo empatico il peso e la responsabilità di quelle storie. Quel “sentire compassione” poi nella tradizione biblica richiama l’immagine delle viscere, dell’utero materno: perciò, non è solo un’empatia profonda o la capacità di essere al posto dell’altro/altra, ma è una forza che genera, che fa venire fuori una nuova creatura. Ebbene, Gesù vede in quell’umanità una messe che è abbondante: infatti, vi sono bisogni, necessità, persone che si sono “perse” che devono essere accolte e raccolte. «La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi»: il Maestro, oltre a cogliere un senso di stanchezza e di smarrimento, di cuori spezzati e direzioni confuse, percepisce tanta vita ed è consapevole che lui non può tutto e ha bisogno di collaboratori. E questo è pedagogico perché spesso in noi c’è la tentazione di volerci essere per tutti o di sentirci adeguati a tutto. Nemmeno Gesù può fare tutto da solo. Fin dall’inizio ha sentito l’esigenza di “chiamare a sé i dodici”: un numero simbolico che sta a indicare una nuova famiglia, una nuova comunità e che ognuno è interpellato, soprattutto è chiamato per nome. E allora, nel sentire pronunciati i nomi dei dodici questa domenica non possiamo non sentire risuonare anche i nostri nomi: custodiscono le nostre storie, le nostre diverse radici e provenienze, i nostri variegati caratteri. E soprattutto in quei nomi viene ancora una volta svelato il criterio di un Gesù che sceglie persone comuni, scommette su persone che forse nessuno avrebbe mai chiamato; chiama me nonostante mi senta non all’altezza.
Ciò che è essenziale è la chiamata e la missione. Innanzitutto, è bello sentirsi chiamati per nome: questo vuol dire che qualcuno sceglie proprio me, riconosce chi sono, coglie il valore che sono. Oltre la chiamata, mi è affidata anche una responsabilità e questa nasce sempre dalla fiducia. La bellezza di tutto questo
è il fatto che siamo in tanti a essere chiamati, che non siamo soli in questa missione, che il lavorare insieme, per quanto sia complesso, è ciò che rende visibile il nostro essere una comunità di discepoli e di discepole. E la missione che Gesù ci affida non è un’opera di proselitismo, ma prima di tutto è la vocazione a diventare come lui, capaci anche noi di essere persone che vivono la sua stessa compassione e che si lasciano interpellare e coinvolgere, superando qualsiasi forma di superiorità o di indifferenza.
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino»: la prima missione è preparare la strada, è creare le condizioni perché lui possa arrivare e farsi incontrare. E poi seguono alcune azioni che sono chiamati a fare i discepoli: non sono altro che le opere che Gesù ha compiuto nella sua vita («guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificati i lebbrosi, scacciate i demòni»). Qualcuno di noi potrebbe obiettare sul fatto che forse nessuno abbia la capacità di fare tutto questo. Eppure, se ci pensiamo bene anche noi possiamo accostarci a chi è infermo, rialzando e guarendo con la nostra vicinanza; ancora, possiamo ridare vita a chi si trova nel buio di un fallimento e non ha speranza nel futuro. Forse non saremo in grado di purificare un lebbroso, ma abbiamo la potenzialità di riscattare da qualsiasi forma di emarginazione a chi viene etichettato e tenuto lontano; inoltre, possiamo aiutare le persone a liberarsi da quel male (demòni) che impedisce di essere liberi. In poche parole, insieme abbiamo la capacità di donare vita.
Gesù, infine, ci indica uno stile: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». In fondo, pensavo nei giorni scorsi, lo stile che ci propone Gesù è il linguaggio naturale della vita: è il dare senza aspettarmi nulla, senza nutrire false aspettative, senza porre il mio fare come il metro di misura sulla mia adeguatezza. Nella logica evangelica, la gratuità è il dare senza misura, senza calcoli e senza pretese ed è un messaggio profetico al giorno d’oggi in cui ogni cosa rischia di avere un prezzo e un costo.
Così ritorno a contemplare nuovamente quel campo biondeggiante di frumento maturo e chiedo per me e per le nostre comunità la capacità di imparare a commuovermi e a provare compassione come lui, soprattutto di accettare la sfida di sentirci chiamati a lavorare insieme come operai nella messe abbondante dell’umanità.