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giovedì 21 Maggio 2026

Pentecoste: esaltazione delle diversità

Domenica di Pentecoste (anno A) Atti degli apostoli 2,1-11 Salmo 103 (104) 1 Corinzi 12,3b-7. 12-13 Giovanni 20,19-23
don Riccardo Betto

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Per cinquanta giorni abbiamo celebrato la Pasqua, abbiamo lasciato che la vita del Risorto riscattasse le tante piccole morti che spesso portiamo dentro di noi, aprisse quei luoghi dove ci troviamo a porte chiuse per paura, ridestasse il desiderio di vivere e di amare. Con la solennità di Pentecoste si conclude liturgicamente il Tempo pasquale ma la Pasqua continua a interpellarci nella vita e nelle esperienze di tutti i giorni. Perché prima di tutto la Pentecoste porta pienezza a un tempo, dà inizio a una storia nuova nella quale noi siamo chiamati non solo a essere responsabili ma anche protagonisti. E ciò che è determinante è il dono vivo e vivace dello Spirito che irrompe in noi e nella vita della Chiesa in ogni giorno della nostra storia. La Pentecoste, quindi, è uno sguardo sul presente, è un essere proiettati in avanti, è un venire spinti fuori e altrove. Perché il rischio è di continuare a rimanere chiusi e rifugiati nei luoghi dove ci sentiamo maggiormente protetti e sicuri, di essere i primi a non credere che lo Spirito che è soffiato su di noi ha la capacità di ricrearci e di aprire strade nuove.

Partendo dal testo degli Atti degli apostoli, vogliamo accogliere i modi con i quali lo Spirito si manifesta: «Un fragore, quasi come un vento che si abbatte impetuoso», «lingue come di fuoco». Questa simbologia sta a sottolineare che lo Spirito fece davvero irruzione nella vita degli apostoli e a partire da questa esperienza nulla fu come prima, le paure lasciarono lo spazio al coraggio e alla creatività e anche le persone che li videro e li sentirono rimasero colpite e sorprese. E così ho ripensato a quando nella nostra vita abbiamo permesso allo Spirito di fare irruzione e ci siamo lasciati avvolgere, siamo usciti dalla palude per riappropriarci del nostro coraggio e per concedere opportunità nuove alla nostra vita. Perciò credo che il primo effetto dello Spirito sia quello di aiutarci a prendere consapevolezza delle nostre potenzialità e di ciò che noi siamo chiamati a essere.

A partire dalle letture di questa solennità mi hanno colpito in modo particolare alcuni versetti e passaggi degli Atti degli apostoli e della Prima lettera di Paolo ai Corinzi. «Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi». Innanzitutto, lo Spirito scende su ciascuno di noi, indistintamente. La differenza sta nella consapevolezza degli effetti dello Spirito: cioè iniziare a parlare in altre lingue e avere il proprio modo di esprimersi. E questo mi porta a riflettere che ognuno ha un linguaggio che gli appartiene: un linguaggio che forse non abbiamo ancora scoperto o che forse non è stato ancora rivelato. Oppure ci può essere un linguaggio che non crediamo e a cui non diamo la giusta fiducia. Eppure c’è un linguaggio “altro” che mi appartiene e che non ho ancora scoperto o creduto: perciò cosa mi impedisce di valorizzarlo e di esprimerlo?

«Vi sono diversi carismi… ministeri… attività ma uno solo è lo Spirito. A ciascuno è data una manifestazione dello Spirito per il bene comune». Quando mi sono messo a riflettere su questo versetto ho pensato che il linguaggio che adoperiamo può essere fuorviante: noi, infatti, spesso parliamo di “persone carismatiche”. Ci sono sicuramente delle persone che hanno la capacità di credere e di rivelare con sapienza e creatività il carisma che hanno. Ma il rischio è quando le assolutizziamo, pensando che il carisma appartenga solamente a loro o cadendo in rapporti di dipendenza o in dinamiche da tifoserie. Parlare di alcune persone carismatiche può diventare l’ennesimo tentativo per deresponsabilizzarci dimenticandoci che tutti noi siamo potenzialmente, in forza dello Spirito, persone carismatiche. Abbiamo tutti noi un carisma, qualcosa che è propriamente nostro; per usare un linguaggio comune, abbiamo il nostro “marchio di fabbrica” oppure il nostro “diritto d’autore”. Il punto decisivo sta nella consapevolezza e nella fiducia di scoprire, credere e valorizzare questo personale carisma che ci appartiene.

Noi tutti siamo chiamati nella comunità dei fratelli e delle sorelle a valorizzare questo nostro carisma, questo nostro ministero, le nostre attività, non sentendoci né superiori né inferiori a nessuno ma mettendolo a servizio “per il bene comune”. In fondo, credo che questo sia il messaggio più dirompente della Pentecoste: l’esaltazione delle diversità. Se ci pensiamo bene è un messaggio controcorrente in questo contesto storico in cui rischiamo la massificazione, il pensiero unico, in cui il dissenso viene messo a tacere o viene costantemente discriminato e etichettato chi legge e interpreta gli eventi con un approccio diverso dalla narrazione ufficiale. La Pentecoste legittima la pluralità delle idee, dei nostri linguaggi, dei nostri carismi e della nostra creatività perché lo Spirito è libertà. Perciò, la Chiesa nata a Pentecoste non può tradire questa sua vocazione a essere plurale; è o dovrebbe essere il luogo che accoglie e valorizza queste diversità per il bene comune. Mettere a tacere le voci scomode o fuori del coro, di fatto, significa rinnegare la Pentecoste e precluderci un futuro come comunità di discepoli. Infatti, il futuro è quell’altrove a cui siamo rivolti, partendo da un presente che siamo chiamati a abitare senza paure e consapevoli di quei linguaggi, di quei carismi e di quelle potenzialità che ci appartengono e che fanno già da ora la differenza.

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