Idee
Un corpo magro è per molti adolescenti (e non solo) sinonimo di bellezza. È il dato più netto emerso dall’indagine “Alla ricerca della perfezione: il benessere psicologico degli adolescenti lombardi raccontato da ragazze e ragazzi”, presentata nei giorni scorsi dalla Fondazione The Bridge e realizzata nell’ambito del progetto Food For Fine di Terre des Hommes Italia. Su 415 studenti delle scuole superiori di Milano, Monza, Como, Varese e Lecco, la parola “magro” è quella più associata all’idea di bellezza, mentre solo il 20% collega il corpo bello alla salute.
Secondo i dati raccolti, le ragazze sono quelle che avvertono maggiormente la pressione sociale legata ai modelli di bellezza imposti dalla società: l’indice di soddisfazione corporea femminile si ferma a 2,47 su 5, ben sotto la soglia di problematicità fissata a 3, mentre per i coetanei maschi è 2,99. Occorre evidenziare che il rapporto con il cibo conserva, per molti adolescenti, una dimensione positiva e quotidiana. Il 59,5% lo associa a parole come “pizza”, “sapore”, “fame”, mentre il 54% richiama il piacere, con termini come “buono”, “felicità”, “sfizio”. Emerge, però, anche un dato più problematico: per il 20,5% degli studenti il cibo si lega a disagio, ansia, paura o sfogo. In altre parole, per circa un adolescente su cinque il cibo non è solo nutrimento o piacere, ma anche un “terreno emotivamente difficile”. A questo si aggiunge un ulteriore 13,7% che associa il cibo al controllo del peso, alle calorie, al grasso o alla dieta.
Risultano piuttosto diffusi tra i giovani integratori o sostanze per accelerare il dimagrimento o migliorare il proprio aspetto fisico, ma solo il 18% ammette di farne uso direttamente. In questo ambito, un ruolo importante sembra determinato dall’esposizione ai contenuti social. Gli adolescenti che dichiarano di vedere con maggiore frequenza contenuti su questi argomenti riportano infatti punteggi più bassi in tutte le dimensioni misurate dall’indagine: soddisfazione corporea, serenità nel rapporto con il cibo, benessere psicologico e funzionamento quotidiano. In altre parole, chi vede “molto spesso” contenuti su diete e integratori presenta un quadro di benessere più fragile.
Nello studio della Fondazione The Bridge viene approfondito anche il ruolo della scuola, definita “un osservatorio insostituibile”. I dati riportati, infatti, segnalano che sette insegnanti su dieci hanno riscontrato nelle classi, negli ultimi tre anni, casi sospetti o diagnosticati di disturbi alimentari. Purtroppo, la ricerca evidenzia anche una lacuna grave: quasi la metà degli insegnanti coinvolti ammette di conoscere poco o nulla il tema dei disturbi alimentari, e solo il 5,8% ha ricevuto una formazione specifica promossa dall’istituto.
È possibile invertire questa tendenza e aiutare gli adolescenti a sviluppare un rapporto più sano ed equilibrato con il proprio corpo?
Tra gli interventi con maggiori evidenze scientifiche alle spalle va segnalato il Body Project, un programma di prevenzione nato negli Stati Uniti circa vent’anni fa e oggi diffuso anche in Europa, Italia compresa. Il percorso si basa sulla tecnica della “dissonanza cognitiva”: in piccoli gruppi, ragazze e ragazzi vengono guidati a mettere in discussione attivamente – attraverso esercizi scritti, verbali e comportamenti – i modelli di bellezza irrealistici veicolati dai media. La letteratura scientifica lo indica come uno dei protocolli più solidi per ridurre l’insoddisfazione corporea, migliorare il tono dell’umore e prevenire l’insorgenza di comportamenti alimentari scorretti. Non è una terapia per chi ha già un disturbo conclamato, ma una prevenzione mirata su un fattore di rischio preciso: il modo in cui interiorizziamo l’ideale di magrezza.
Un altro interessante fronte d’intervento è la media literacy: si tratta, in pratica, di insegnare esplicitamente come funzionano filtri, algoritmi e fotoritocco, per smontare dall’interno l’illusione della perfezione digitale. I programmi che integrano questo tipo di alfabetizzazione critica nella didattica ordinaria – il cosiddetto approccio “whole school”, che coinvolge non solo le ore di educazione alla salute ma la vita scolastica nel suo insieme – mostrano risultati incoraggianti nel ridurre i confronti dannosi legati all’aspetto fisico.
Al di là dei percorsi educativi di prevenzione, qualche Paese ha scelto di intervenire fattivamente anche a livello normativo. La Norvegia ha introdotto una legge che obbliga influencer e inserzionisti a segnalare con un’etichetta ogni contenuto pubblicitario in cui il corpo sia stato modificato con filtri o ritocchi – dalle labbra “gonfiate” al punto vita assottigliato. L’obiettivo dichiarato dal Ministero norvegese per l’Infanzia e la Famiglia è ridurre l’esposizione dei più giovani a modelli di bellezza semplicemente impossibili da raggiungere nella realtà.
Dal punto di vista sistemico, gli sforzi di scuola, famiglie e altre agenzie educative dovrebbero convergere al fine di consolidare nei giovani e giovanissimi la fiducia in sé stessi e l’autostima. È un fattore su cui genitori, allenatori, insegnanti e adulti di riferimento possono lavorare ogni giorno, semplicemente valorizzando ciò che i ragazzi sanno fare, non solo come appaiono.
Proteggere gli adolescenti richiede scelte concrete e tempestive: solo un’azione coordinata può offrire un antidoto efficace contro modelli distorti e condizionamenti sociali.