Idee
C’è qualcosa di divino nel tennis, scrive Ludwig Monti in “Il rovescio di un biblista. Lessico spirituale del tennis” (EDB, 2026, 144 pagine, 15 euro), e la realizzazione di questo soffio divino ha avuto i suoi natali in Svizzera, nel 1981, e ha percorso gli umani campi in terra, o in erba, o in cemento fino al 2022, quando, scrive il teologo già monaco di Bose e collaboratore di “Il Tennis Italiano”, è finita la grande stagione, l’incarnazione dello spirito del tennis: come disse Panatta, “oggi non si è ritirato Roger Federer, si è ritirato il Tennis”. Perché in realtà Federer è il centro focale di un libro che ci presenta i significati profondi di uno sport che rivela agli occhi dell’autore una scintilla del divino, anzi, la sua realizzazione nel qui e nell’ora.
È Federer in questo libro a rappresentare la perfezione umana, e quindi, come umana, destinata al consueto alternarsi di tempi e di stagioni, di bene e di male. Perfino il semidio Roger ha perso contro avversari molto meno dotati, perfino lui ha dovuto fermarsi per guai al ginocchio, e, lo abbiamo scritto in apertura, annunciare la fine del suo umano cammino sui campi.
La centralità di questo umano, troppo umano, avrebbe detto Nietzsche, qui peraltro citato, mito incarnato negli anni del nuovo millennio, che ci è stato concesso di ammirare dal vivo agli Internazionali di Roma, in tv e nelle innumerevoli registrazioni online, protagonista assoluto del tennis è qui narrata religiosamente. Non in modo blasfemo, anzi, tenendo conto proprio della umana caducità che viene spesso posta come ammonizione negli innumerevoli riferimenti a quel “C’è un tempo per ogni cosa” che è fondamentale in questo libro, ma lo è stato per molta parte della letteratura, soprattutto Eliot.
Non un libro di corrispondenza tra il lessico tennistico e quello biblico, ma un percorso attraverso le pietre miliari di una sapienza che viene da molto lontano, e che qui rivela tutta la sua feconda e profonda attualità. Capace di parlare non retoricamente, ma umanamente, quando attraversiamo momenti in cui tutto sembra perduto e invece è proprio là che dovremmo seguire il consiglio di Monti e andarci a leggere il Paolo della seconda lettera ai Corinzi: “quando sono debole, è allora che sono forte”.
Neanche una comparazione tra il lessico tennistico e le parole delle Scritture, ma qualcosa di molto più profondo. Qui il tennis è la vita, con le sue cadute, e poi di nuovo un inizio con il primo passo, anzi, il primo quindici, e via così, con inaspettate vittorie, quando pensavi che il fallimento era in agguato. E poi l’ultimo scambio, e tu, preso come eri dall’agonismo, non ricordavi che era proprio l’ultimo, quello della fine della tua storia tennistica, per Federer di un campione senza limiti e confini, o proprio tua, lettore che giochi a tennis e che devi smettere per raggiunti limiti, di età, di cartilagini e ossa, di tempo. Ma sapendo anche, e il libro ce lo ripete spesso, che è solo una ulteriore tappa di un cammino che non smette mai di ricominciare, anche perché, come scrive il cardinale Matteo M. Zuppi nella sua presentazione, questo sport è “un’impareggiabile metafora della ‘lotta spirituale’” che tutti noi combattiamo.
E quando cadiamo non è un fallimento, anche perché qualche volta è lo stesso avversario che viene ad aiutarci a rimetterci in piedi e ci sussurra all’orecchio “non vorrai smettere sul più bello”.
E allora riprendiamo la racchetta, o il tram che ci porta al lavoro, o, dopo la pensione, la strada verso la sede dell’associazione di volontariato dove diamo una mano a servire a tavola gli ultimi della terra.
Aveva ragione l’Ecclesiaste tanto caro all’autore di questo libro che parla anche di tennis: c’è un tempo opportuno per ogni cosa.