Sono due anni che conviviamo con le guerre alle porte di casa al punto da essere assuefatti agli orrori. Da tempo infatti, mangiamo pane e dolore, servito dai teleschermi a pranzo o cena. Una sorta di voragine senza fondo, dove siamo finiti tutti, senza appigli di risalita. Ma se c’è un Premio Nobel per la Pace da assegnare, che questo vada indiscutibilmente a tutti gli atleti paralimpici e alla loro lezione di vita, quale memento universale, che ci ricorda come grazie alla loro “bellezza diversa”, si può riscattare l’intera umanità.
Da amanti dello sport, ci auguriamo che la testimonianza degli atleti paralimpici che hanno gareggiato a Parigi serva per abbattere definitivamente quel muro di ignoranza e falsità umane che genera l’esclusione di chi, per una malattia, per un incidente, risulta diverso, apparentemente più debole, a volte inutile. È vero, sono ancora tante le differenze, e per questo le luci, il clamore, non si debbono spegnere oggi. Perché il cambiamento incomincia con lo sport
Papa Francesco ha visitato per la prima volta l'Oceania chiedendo “pace per le nazioni e per tutto il creato”. L’incontro con i fedeli di Vanimo e con i bambini di strada e disabili. Ai missionari la richiesta di essere “vicini alle periferie”. Ai giovani: “nella vita l’importante non è non cadere, ma non rimanere caduto".
Dopo l’effetto Kursk, in Europa si consumano le divisioni tra chi spinge e chi frena sull’uso offensivo delle armi e l’invio scoperto di addestratori sul suolo ucraino