Non è mai facile né scontato celebrare un giorno così drammatico e denso di dolore, come quello del 3 ottobre 2013. Le centinaia di bare, allineate quattro anni fa nell’hangar del piccolo aeroporto di Lampedusa, devono costituire un monito per coloro che stanno tentando di sabotare il progetto europeo, minandolo alle fondamenta con politiche irresponsabili, per nulla ispirate ai nostri valori fondamentali.

C’è una riflessione di fondo, che mi pare sia chiaramente emersa dalla mattinata di presentazione del bilancio diocesano: la chiesa del futuro sarà profondamente diversa da quel modello in cui tanti di noi – e forse si potrebbe persino dire tutti – si sono formati, sono cresciuti, hanno investito energie e passione. Cambiare può essere faticoso, ma è una strada obbligata. Perché è il mondo a essere già cambiato.

L’iniziativa di proclamare patrono dell’esercito italiano san Giovanni XXIII, il papa della Pacem in terris, la famosa enciclica sulla pace, non poteva che suscitare, come di fatto ha suscitato, meraviglia, ma anche sconcerto in larga parte del mondo cattolico e della stessa opinione pubblica. Una cosa è certa, e lo ha ricordato recentemente anche papa Francesco: «Nessuna guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace».

Piazzale antistante l’ingresso di villa Immacolata. Sto osservando dal poggiolo della casa un centinaio di giovani, tutti moderatori del prossimo sinodo dei giovani. Sono tutti in silenzio. E costituiscono un perimetro umano fatto di corpi a un labirinto un po’ più piccolo di quello della cattedrale di Chartres. Al centro ci sta la parola di Dio.  

Le domande di partenza di questo pezzo possono essere diverse. Ma in realtà, la domanda vera, più atroce, è quella che forse nessuno ha il coraggio di esplicitare a voce alta: fra dieci o trenta o cinquant’anni, ci sarà ancora chi “farà” (cioè presiederà) la messa nella nostra comunità?

Il 18 ottobre 2015 il vescovo Claudio faceva il suo ingresso in diocesi. Il desiderio di comunità di cristiani vere, lo sguardo privilegiato ai poveri, la grande scommessa sui giovani, il desiderio di trasparenza nell’uso delle risorse. Il ruolo del vescovo e dei preti come aiuto al cammino di fede dei laici cristiani: sono tanti gli stimoli che hanno contrassegnato questi primi due anni e che attendono ora di maturare pienamente nella vita della diocesi.

Il 28 e 29 settembre si tiene a Roma la terza Conferenza nazionale sulla famiglia. L'appuntamento, che arriva a ben sette anni da quello di Milano, è stato in dubbio fino all'ultimo. Anche per questo, è un'occasione da non sprecare per concentrarsi sui problemi reali e non perdersi in dispute ideologiche.

Il ricordo dei 500 anni della Riforma ha vissuto a Trento uno dei suoi momenti più forti, con la reciproca lavanda dei piedi. Il passato di ogni chiesa e di ogni uomo è carico di memoria positiva e negativa allo stesso tempo: se il negativo va riconosciuto e affidato alla misericordia di Dio, il positivo va sostenuto e consegnato alla memoria futura, come incoraggiamento e forza per il cammino che verrà.

Una lettera di 25 pagine firmata da 40 sacerdoti e studiosi laici cattolici è stata spedita a papa Francesco l'11 agosto scorso. Il titolo della lettera è in latino: Correctio filialis de haeresibus propagatis (Correzione filiale circa la propagazione di eresie). Segno che i firmatari intendono rivolgersi pubblicamente non solo agli italiani ma al mondo intero. Con quali ragioni? C'è davvero qualcosa di "eretico" nel magistero di papa Francesco e in particolare in Amoris laetitia?

Il referendum c’è. Si poteva certo avviare la procedura per richiedere maggiore autonomia anche senza. Ci si sarebbe riusciti? Forse. Ma con i se, i ma e i forse non si va lontano. Oggi il referendum c’è e vale la pena interrogarsi su come fare in modo che sia un’occasione per crescere come comunità, veneta e italiana.
Perché tale opportunità sia colta in pieno, tuttavia, ci sono alcune premesse e condizioni che devono essere ben chiare, sgombrando il campo da ambiguità inaccettabili e promesse irrealizzabili che rischiano di dare al voto ben altro profilo di quello che è indicato nel quesito referendario.