Quest’anno si è giunti a una svolta epocale: quello che si temeva è iniziato, con la “guerra per l’acqua”. Roma insegna, ma tante altre località hanno subito la medesima sorte, con il futuro che non promette niente di buono. Ma c’è un lato “educativo” che dovrebbe – ma il condizionale è tristemente d’obbligo – indurci a riflettere su alcune nostre dissennate abitudini, derivate dall’abitudine allo spreco cui partecipiamo tutti.È bene quindi, che si rimanga senz’acqua per capirne il valore?

Nella vicenda del piccolo Charlie s’intravede uno dei problemi morali più complessi e delicati del nostro tempo. Quando una vita umana appare come sola sofferenza si deve continuare a vivere solo per amore della vita? La domanda ovviamente si pone a ogni uomo quando la sofferenza diventa insopportabile e la malattia è incurabile. Si pone in un modo ancora più drammatico quando la decisione se continuare a vivere o meno passa ad altri, siano essi coniugi, genitori, medici, giudici.

di don Marco Cagol, vicario episcopale per i rapporti con le istituzioni
Non è stato un inizio facile, per l’amministrazione Giordani. Complice forse il caldo delle ultime settimane, i toni si sono via via surriscaldati. Segno, evidentemente, che il risultato elettorale è ancora troppo fresco e le divisioni in città ancora troppo marcate. Lo scenario ideale, in sostanza, perché il fuoco che cova sotto la cenere divampi con facilità. Ma una politica che non sappia scegliere con cura le parole, che lascia che vengano inquinate dalla violenza, difficilmente saprà costruire davvero il bene comune.

Quando un bambino muore ancor prima di giungere a un anno di vita è una sconfitta per tutti. In questo silenzio tre mani si intrecciano: le accomuna non tanto il medesimo braccialetto che dà un nome alla lotta per la vita, quanto l’amore che le tiene insieme, un amore più forte della morte.

Nel numero di domenica 6 agosto della Difesa, approfondiamo il tema del fine vita e dell'eutanasia, che la vicenda di Charlie ha comprensibilmente riportato all'attenzione dell'opinione pubblica, anche con la riflessione del teologo Giuseppe Trentin. 

Dall’esterno ognuno di noi ha un abito diverso che può, a prima vista, creare barriere. Ma se troviamo la porta giusta ed entriamo nel suo spazio interiore e lasciamo che l’altro entri nel nostro, allora scopriamo che l’altro è più simile a noi di quanto si immagini.

Cento anni fa Benedetto XV scriveva ai “capi dei popoli belligeranti” per cercare di giungere “quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage”. Un’espressione la cui carica profetica risuonerà per tutto il XX secolo e che anche oggi risulta drammaticamente attuale.
La riflessione di Giovanni Ricchiuti, arcivescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi.

In un’intervista al Mattino di Napoli l’ex-presidente del Senato Marcello Pera accusa papa Francesco e lo fa senza mezzi termini. «Questo Papa – dice – non lo capisco, è fuori di ogni comprensione razionale. È evidente a tutti che un'accoglienza indiscriminata, senza limiti, non è possibile. Non ci sono motivazioni razionali e nemmeno evangeliche che spieghino quello che il papa dice sull'immigrazione». Un colpo di sole, o un'obiezione sensata?

Non avere un lavoro, un posto dove vivere, non essere nelle condizioni di garantire alla propria famiglia un futuro materialmente dignitoso, significa esporsi alla dipendenza, intesa come sudditanza politica, economica, sociale e culturale. È su questo terreno che il futuro del welfare si lega indissolubilmente al contrasto alla corruzione nelle istituzioni politiche ed economiche.

Non ci si può inventare un simile passo. Non c’è masochismo che regga ad una simile certezza di morte terrificante. Solo la vita antecedente, in ascolto della Parola, spesa in aiuto agli altri, ha costituito l’humus su cui poteva germinare il seme di quel dono che chiedeva di esplodere in piena fioritura. Si distingue dal martirio per la sua spontaneità che rompe tutte le riserve e gli attaccamenti alla vita che in ogni persona scattano subito in presenza del pericolo di morte. Non è solo quindi accettazione, se si vuole passiva, di una realtà che incombe minacciosamente ma una corsa, un andare incontro con piena lucidità e sicura fierezza. Non contando su se stessi ma sciogliendo gli ormeggi e aprendo la vela del proprio esistere al Soffio che attendeva di poter soffiare e sospingere. In una immediatezza che rispondeva al bisogno immediato

Fallimentari i due “grandi” appuntamenti della scorsa settimana. Non solo è stato ribadito che i migranti non potranno essere sbarcati da alcun’altra parte se non in Italia, ma siamo stati richiamati perché non abbiamo ancora svolto tutti i compiti a casa, a partire dall’aumento dei centri di detenzione sul territorio e dal rafforzamento del sistema dei rimpatri. Messaggio chiaro, dunque: meno solidarietà! 
La riflessione di Oliviero Forti, responsabile dell'ufficio immigrazione di Caritas Italiana