Le Borse hanno bisogno di volatilità, cioè di variazioni sensibili di prezzo nei due sensi (anche in calo c'è chi guadagna), perché nella discontinuità si creano margini aggiuntivi ai dividendi periodici distribuiti sulla base dell'utile. Quando si avvicinano grandi eventi, come sono state le elezioni negli Stati Uniti, è tutto un posizionamento sulla base di scenari di probabilità. Non stupisce la corsa al rialzo dopo la vittoria del candidato repubblicano ma non sorprende anche il ridimensionamento dei guadagni in alcune sedute successive.
Il successo elettorale di Donald Trump conferma che l’economia “vissuta”, non quella delle statistiche, è una motivazione sufficiente per indirizzare il consenso o il dissenso. Diventa rabbia quando i benefici vanno a pochi. Chi sta tentando di immaginare le mosse della nuova amministrazione Usa (che entrerà ufficialmente in carica il 20 gennaio) prevede l’immediata introduzione, tra gli ordini esecutivi, di dazi all’Europa e alla Cina. Si ipotizzano pari al 10% per il Vecchio Continente (vedremo se generalizzati o mirati) e un 60% per Pechino e altri Paesi ritenuti commercialmente ostili
Il legame tra i due mondi, quello finanziario e quello della produzione, certo esiste e buoni o cattivi andamenti societari prima o poi si riflettono sui listini. Sono però due mondi e due ritmi diversi. Come sta avvenendo in questi giorni, le Borse sono frenetiche, turbolente e le quotazioni volatili, cioè cambiano direzione in poche ore. La produzione reale e i commerci hanno tempi diversi e per cogliere un andamento bisogna mettere in fila i risultati di due o tre trimestri
Sconvolti dalla pandemia e poi dalla guerra in Ucraina, gli Stati nel 2020 avevano sospeso quegli accordi di stabilità che fissavano parametri di indebitamento rispetto all’evoluzione dell’economia. Ora i ministri delle Finanze dei Ventisette hanno raggiunto un nuovo accordo che, negli intenti, vuole tenere insieme investimenti, solidarietà e conti in ordine
Per avere un biglietto verde chi può offre almeno mille pesos. Gli stipendi popolari minimi sono di circa 150mila pesos. L'inflazione annua supera il 140% e non è leggenda che i negozi cambino i prezzi sui cartellini almeno una volta al giorno. In molti casi non li mettono neppure. Si comprano dollari appena possibile
Il rialzo dei tassi di interesse, in Europa e nel mondo, mette in difficoltà chi deve contrarre debiti (anche il mutuo casa è un debito) e permette a chi ha risparmi di ottenere un rendimento migliore. Chi ha dovuto chiedere un prestito negli ultimi 15 mesi ha dovuto pagare interessi molto più alti che in passato. Così come chi aveva finanziamenti a tasso variabile. Anche lo Stato italiano ha debiti, una montagna che a fine luglio era alta 2859 miliardi di euro.
La propagazione di un debito non pagato rischia di scaricarsi ovunque e non a caso si teme una nuova crisi Lehman, il fallimento nel 2008 di una grandissima banca d'affari Usa crollata per le sue iniziative speculative con riflessi negativi in tutto il mondo
Nell'inflazione che non scende molti economisti, e la stessa Banca Centrale Europea (Bce), intravedono la resistenza di aziende e di interi settori economici decisi a mantenere gli alti prezzi di vendita dei mesi scorsi. Che erano giustificati dal caro-energia per la guerra e qualche distorsione speculativa ad essa collegata
Ci sarà un altro aumento dei tassi di interesse, già dal 15 dicembre e probabilmente - stimano gli analisti - dello 0,50%. Peggiorerà lo scenario sfavorevole per le famiglie indebitate a tasso variabile, per chi ha necessità di nuovi prestiti, per chi sta cercando lavoro. Non sarà una buona notizia neppure per chi ha risparmi da investire perché nessun miglior rendimento, a rischio contenuto, potrà annullare l'effetto devastante di un'inflazione che marcia al ritmo annuo del 10% e oltre