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Viviamo nell’epoca delle reti. In inglese sia il vocabolo web che net dicono rete. Web però dice anche ragnatela, come net indica la rete di pallavolo, da cui anche inter-net, tra-la-rete. Ogni rete parla di legami e legacci, di nodi che uniscono e, allo stesso tempo, possono imprigionare. 

Molti film e serie di genere fantascientifico prodotti negli ultimi anni hanno un tratto in comune: mostrano un futuro distopico, in cui il nostro pianeta è reso invivibile dalle conseguenze di un uso indiscriminato delle sue risorse. Il progresso tecnologico è spinto dalla convinzione che le potenzialità dell’essere umano non abbiano limiti e che tutto ciò che si può immaginare sia in qualche modo anche realizzabile.

«Laudato si’ cum tutte le tue creature…»: questo è l’inizio del ritornello di lode che innerva per otto volte il Cantico di Frate Sole, detto anche Cantico delle creature, composto da san Francesco d’Assisi nel 1225, poco più di un anno prima della morte. Come interpretare questo «cum tutte le creature»? L’analisi di questo celebre testo, che inaugura la letteratura italiana, è arrivata a suggerire fino a sei interpretazioni del valore della preposizione «cum».

In questo tempo dell’anno tutto intorno a noi si rinnova. Nei colori, nei profumi, nel moltiplicarsi della natura, nel risveglio degli animali, nel ronzio degli insetti è presente un movimento inarrestabile che porta e trasporta vita. È la creazione che si trasforma, che riemerge dal sonno e dalla morte apparente per tornare a splendere, in tutta la sua bellezza e la sua forza.

Dire creazione è diverso dal parlare di natura. Le “cose” abbracciate da queste due parole sono, in fin dei conti, le stesse. La differenza sta tutta nella qualità delle relazioni. Parlare di creazione significa riconoscere, infatti, il legame con il creatore e considerare gli esseri viventi delle creature. Tutto si gioca nel riconoscere e custodire questi legami. 

«Anche l’occhio vuole la sua parte», dice un noto proverbio, a indicare che nel valutare qualcosa è necessario guardare anche alla sua componente estetica. Questo detto all’apparenza banale porta con sé una verità profonda: ciò che siamo si riflette inequivocabilmente sul mondo che ci circonda e viceversa.

Quando una persona sembra lontana dalla realtà esprimiamo la nostra percezione di tale distanza con due domande: «Ma dove vivi? Ma sei fuori del mondo?». Queste espressioni colgono la tentazione, sempre in agguato, di vivere in modo distorto, con degli occhiali nella mente e nel cuore che ci fanno perdere il contatto con la realtà.

Nel corso dei secoli è emersa la diceria che il sorriso mai avesse sfiorato le labbra di Gesù. Tale convinzione è stata diffusa, tra i tanti modi, anche attraverso il geniale romanzo Il nome della rosa (1980). Questa leggenda è un sintomo del fatto che il legame tra fede e umorismo spesso è stato connotato dalla diffidenza, dal sospetto, addirittura dall’incompatibilità.

Vigilare è un verbo di movimento. Si muove l’occhio che segue da lontano i giochi dei bimbi, si muovono le gambe pronte a cambiare direzione, si muovono i pensieri che entrano ed escono di continuo. Dentro al movimento della vigilanza si formano parole, si concretizzano gesti, si prendono decisioni. Vigilare è il verbo della cura. Fa parte del vocabolario dell’amore: mette insieme l’attenzione per il tutto con la passione per i dettagli.

Di un albero ammiriamo l’altezza del tronco, lo splendore della chioma, la quantità delle foglie, lo splendore dei fiori o il sapore dei frutti. Tutto questo è impossibile senza la parte dell’albero che rimane nascosta nella terra: le radici. Se tagliamo le radici tutto finisce. Se le radici sono deboli, o poco profonde, tutto è instabile, precario e anche sterile.

Ci sono quelli che ne fanno parte da sempre. Hanno trovato la loro dimensione e la vivono con passione, in un cammino personale fatto di preghiera e ascolto. A volte può succedere che il farne parte diventi l’“occupare un posto”, con il rischio di perdere l’attenzione per le relazioni. Ci sono quelli che la approcciano con timidezza o perplessità, o perché l’hanno abbandonata da tempo o perché nutrono il desiderio di tornare a farne parte: un passaggio delicato e impegnativo, tanto per loro quanto per chi deve imparare l’accoglienza.

La consapevolezza di doverci difendere accompagna la nostra vita. Difenderci dal freddo, dal caldo, dalle malattie, da tutto ciò che mette in pericolo la nostra esistenza. Tra sicurezza e assicurazioni siamo tutti sommersi da norme e clausole. Tra munizioni e sistema immunitario la parentela è stretta. Infatti, spesso proprio nell’ambito della salute emerge con forza la figura del combattente, di chi lotta contro una malattia, di chi combatte un’epidemia con le armi della ricerca, della cura sanitaria.

Il desiderio ha a che fare con le stelle. Non mi è difficile immaginare un cielo gremito di luci, come ho contemplato più volte, e fare memoria di quell’apertura di occhi e di cuore che sembra volersi riempire il più possibile di bellezza. Il desiderio ha a che fare con i sogni. «Che cosa vuoi fare da grande?» mi chiedevano quand’ero bambina. La mia risposta era sempre alla ricerca di qualcosa di sorprendente, di grande, più di quanto potessi capire allora.

Parresìa è una parola greca presente anche nel Nuovo Testamento. È una parola strana e ricca che possiamo tradurre con audacia, fervore, entusiasmo, passione, slancio, intraprendenza. Si tratta di una di quelle parole che sono come un prisma, in grado di far riverberare tutte le sfumature della luce. Essere senza parresìa è, infatti, come perdere i colori dell’arcobaleno e ridursi a un’infinita scala di grigi.

Sono in macchina in mezzo al traffico, un po’ in ritardo. Spero che la coda non si fermi ma continui nel suo moto costante, seppure lento. Ho spento la radio preferendo la mia musica, che mi mette nelle condizioni di rendere più sopportabile il tempo apparentemente inutile della strada.