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Tra le tante domande senza risposta che contrassegnano il nostro tempo, così incerto, così vicino al non-senso, ce n’è una che risuona più forte delle altre: «Dove riporre la mia speranza?». Come i discepoli di Emmaus, non vediamo l’ora di allontanarci da quella non-sensatezza che ci ha colto, per la quale sembra non esistere parola alcuna che ci faccia tornare indietro. Eppure è sempre possibile cambiare rotta. 

Il vangelo che ogni anno dà inizio alla Quaresima il Mercoledì delle Ceneri ci provoca con un ritornello speciale: «che vede nel segreto». Questo segreto nel testo greco è en tò crypto, quasi a dire “nella cripta”. Le grandi basiliche, infatti, possiedono tre “livelli”: il sagrato, la navata e la cripta che, appunto, di solito è nascosta, è sotterranea.

I nostri corpi sono organismi meravigliosi, capaci di un dinamismo e di una coordinazione così precisi da farci partecipi dello sguardo divino nel riconoscerne l’essere «cosa molto buona». Ma questi meccanismi così straordinari possono rivelarsi anche molto fragili. Non si tratta solo di un virus sconosciuto per il quale il corpo non ha difese.

Nella storia e nella stessa materia fisica si intrecciano costantemente varie forze. Ci sono spinte che aggregano e altre invece che disgregano. Ci sono movimenti che uniscono e ci sono tendenze che dividono. Unità e disgregazioni, legami e fratture sembrano essere come un ritmo costante che innerva il vivere. Ci sono persone impegnate a separare, a distinguere, a precisare e altre invece a riparare, riabilitare, ricucire e ricostruire.

Si parla spesso, nell’impegno socio-politico, di bene comune, anche se non sempre se ne coglie appieno il significato. Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes al n. 74, lo definisce come «l’insieme di quelle condizioni di vita sociale che consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione».

Possiamo impostare la nostra vita sull’estensione, cioè sul criterio della quantità, sempre con il metro “in testa”, ossessionati da numeri e quantità. Illimitato, all inclusive, a fondo perduto sono tra i migliori sintomi di questo atteggiamento dove la crescita e l’aumento sono gli dèi da onorare. Di più, sempre di più.

«Ho fatto una bella esperienza!». Quante volte abbiamo usato quest’espressione per dire qualcosa di più di una semplice conoscenza acquisita, o una serie di azioni compiute! Usare il termine «esperienza» indica il bisogno di allargare la propria visuale fino a comprendere le molteplici dimensioni di cui siamo costituiti, al punto da sentire che qualcosa in noi è cambiato tanto che, almeno una parte di noi, non sarà più come prima.

Chi cambia se stesso cambia il mondo, oppure la frase di Gandhi: «Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo». E si potrebbero aggiungere altre forti esortazioni che parlano del potere affidato a ciascuno di noi. Siamo, infatti, tutti onnipotenti in molte occasioni.

Il termine «cultura» ha strettamente a che fare con il verbo «coltivare». È la crescita paziente e attenta dell’uomo che si mette in relazione con gli altri esseri umani, con l’ambiente in cui vive, con l’intelligenza di cui dispone, con la trascendenza cui è abilitato. 

Viviamo nell’epoca delle reti. In inglese sia il vocabolo web che net dicono rete. Web però dice anche ragnatela, come net indica la rete di pallavolo, da cui anche inter-net, tra-la-rete. Ogni rete parla di legami e legacci, di nodi che uniscono e, allo stesso tempo, possono imprigionare. 

Molti film e serie di genere fantascientifico prodotti negli ultimi anni hanno un tratto in comune: mostrano un futuro distopico, in cui il nostro pianeta è reso invivibile dalle conseguenze di un uso indiscriminato delle sue risorse. Il progresso tecnologico è spinto dalla convinzione che le potenzialità dell’essere umano non abbiano limiti e che tutto ciò che si può immaginare sia in qualche modo anche realizzabile.

«Laudato si’ cum tutte le tue creature…»: questo è l’inizio del ritornello di lode che innerva per otto volte il Cantico di Frate Sole, detto anche Cantico delle creature, composto da san Francesco d’Assisi nel 1225, poco più di un anno prima della morte. Come interpretare questo «cum tutte le creature»? L’analisi di questo celebre testo, che inaugura la letteratura italiana, è arrivata a suggerire fino a sei interpretazioni del valore della preposizione «cum».

In questo tempo dell’anno tutto intorno a noi si rinnova. Nei colori, nei profumi, nel moltiplicarsi della natura, nel risveglio degli animali, nel ronzio degli insetti è presente un movimento inarrestabile che porta e trasporta vita. È la creazione che si trasforma, che riemerge dal sonno e dalla morte apparente per tornare a splendere, in tutta la sua bellezza e la sua forza.

Dire creazione è diverso dal parlare di natura. Le “cose” abbracciate da queste due parole sono, in fin dei conti, le stesse. La differenza sta tutta nella qualità delle relazioni. Parlare di creazione significa riconoscere, infatti, il legame con il creatore e considerare gli esseri viventi delle creature. Tutto si gioca nel riconoscere e custodire questi legami. 

«Anche l’occhio vuole la sua parte», dice un noto proverbio, a indicare che nel valutare qualcosa è necessario guardare anche alla sua componente estetica. Questo detto all’apparenza banale porta con sé una verità profonda: ciò che siamo si riflette inequivocabilmente sul mondo che ci circonda e viceversa.