Archivio editoriali

Che sfida scrivere le mie ultime “tracce quotidiane” sulla fraternità civica e politica. Per fortuna oggi in classe ragioniamo di comunità: sette anni, nessuno sa cosa significhi questa parola. Escono termini simili che contribuiscono a far uscire dalla nebbia del mistero: comunicazione vuol dire parlare uno con l’altro, comune è il parco del municipio, la casa di tutti gli abitanti del paese, precisa la maestra.

Tra cristiani parliamo molto di fraternità e utilizziamo questa parola in senso più o meno universale, accogliendola come constatazione, annuncio e comando del Signore Gesù che, con la sua fine capacità di osservare le cose semplici e quotidiane della vita, di rifletterci sopra e leggerle con gli occhi di Dio, estende l’esperienza di essere fratelli e sorelle oltre i muri di casa. Ci provo anch’io.

Alcune colleghe hanno l’abitudine di piegare una pagina dell’agenda quando è passato un giorno di lavoro, contando, in modo concreto, quanto manca alle ferie, ma lo fanno dall’inizio dell’anno! Le prendo in giro dicendo che così corrono velocemente verso la fine della vita!

Affermava il mio parroco che quando ascoltiamo la Parola di Dio siamo all’università: il Maestro con la maiuscola è Gesù! Dice appunto il Signore: «Voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (Matteo 23,8). Quando studiavo pedagogia ho imparato il concetto di asimmetria educativa: tra chi educa e chi viene educato ci deve essere un dislivello.

Ho paura della sofferenza! Ma so che la sofferenza, quella del corpo e quella della vita, è inevitabile, fa parte dell’esperienza umana. È un ingrediente così inaggirabile che la riflessione dell’umanità, in ogni tempo e in ogni luogo, si è sempre concentrata sul dolore, la morte, la sofferenza. La bibbia ci racconta questa realtà come presente nel mondo nonostante le intenzioni originarie di Dio, come dire: «Ne prendiamo atto, non possiamo dimenticarla, ma un Dio che ci ama e ci ha creati per essere felici non può averla pensata e voluta». 

Ero una ragazzina quando con i miei genitori partecipai ad una settimana del Segretariato per le Attività Ecumeniche al passo della Mendola, che loro hanno continuato a frequentare con molto entusiasmo. Forse anche per questo resto sempre di stucco quando sento persone impegnate nel mondo ecclesiale parlare di ortodossi e riformati come «altra religione».

Passeggio per il mercato tenendo in braccio Alice. Una signora mi guarda perplessa e subito la rassicuro che la piccolina non è figlia mia, ma della cara amica che ho accanto. Allora ci chiede se sono la nonna. Mi viene spontaneo affermare: «Ci sono legami importanti anche fuori dalla famiglia!». Devo ringraziare i miei genitori per avermi mostrato questa grande opportunità.

Ieri, davanti a un monumento che ricorda l’antica vocazione guerresca di una fortezza, ho visto un cannone. Non è la prima volta. Ma questo mi ha attirato perché sopra, a cavalcioni, c’era una bambina di circa otto anni, come si trattasse di una di quelle altalene che dondolano su e giù sotto il peso di due bambini. Mi è sembrata un’incarnazione attuale del profeta Isaia che racconta così la pace di Dio: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Isaia 2,4).

L’esperienza scoutistica, come altre esperienze associative, è una vera palestra di fraternità. Non è la mia, ma la conosco e la osservo con interesse, soprattutto attraverso i racconti di mia figlia. «Anche stasera vado a scout!». Quando le chiedo che riunione abbia, spuntano sigle sempre nuove. La staff per preparare le attività del reparto, momenti di confronto tra capi e la formazione.

Mi chiedevo: cosa posso raccontare sull’esperienza del carcere? Poi ho ascoltato questa Parola: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri» (Isaia 61,1-2). L’inviato di Dio, tra le azioni belle e forti che compirà, scarcererà i prigionieri. Ma è giusto?

Ogni tanto ricevo qualche osservazione, qualche critica su certe scelte di Dall’alba al tramonto. Così, rileggendo i testi che proponiamo in questo mese e la sempre intensa proposta di Toffanello, i miei pensieri sono corsi avanti a immaginare possibili dubbi, rimostranze, fatiche. Non per tutti i cristiani è facile considerare la fraternità come esperienza che va oltrepassa la propria appartenenza alla chiesa, che supera i confini religiosi conosciuti.

A tavola, a scuola, Stefano mi parla di sua sorella. A me risulta che sia figlio unico, così gli chiedo: «Chi è la mamma di questa sorella?». E scopro che Stefano chiama sorella una vicina di casa con cui gioca sempre e a cui è molto affezionato. Mi è capitato spesso con i bambini piccoli che abbiano un po’ di confusione sui rapporti di parentela e scambino un cugino per un fratello. 

Venticinque anni fa è nata la mia prima figlia. Ricordo bene il giorno in cui, dopo le feste e le visite di parenti e amici, mi sono ritrovata con lei da sola. Tenendola in braccio, mentre si addormentava, le ho detto: «Non mi libererò mai più di te» percependo che la mia vita era irrimediabilmente cambiata e che la mia libertà da quel momento aveva un’altra faccia.

Il regno è dei poveri e dei perseguitati. E non dei perseguitati per Gesù, ma per la giustizia. Sento forte questa promessa, quasi apparentasse i poveri, coloro che si fidano solo di Dio, agli uomini e alle donne che puntano dritta la loro vita verso la giustizia. Sento larga questa promessa che esce dal recinto e vorrebbe abbracciare ogni uomo, ogni donna, ogni popolo, al di là delle fedi. Sento profonda questa promessa che unisce i poveri e i cercatori della giustizia, chi non ha nessun appoggio, nessun potere e per questo si affida a Dio e chi impegna la sua vita nel dare a ciascuna persona, soprattutto se è debole, e a ciascun popolo, soprattutto il più sfruttato, ciò che gli spetta.

Mi dispiace, Tommaso, oltre le solite battute su di te, la beatitudine che ci hai conquistato, non si porta nemmeno una promessa. Perché siamo beati se crediamo senza vedere? La fede è proprio cieca com’è stata raffigurata per tanti secoli dagli artisti? Mi chiedo di cosa parli il Signore, a te, Tommaso, e a me. Era morto Gesù: non uno scherzo, proprio per davvero, tu c’eri, lontano, fuori dalla vista dei soldati, ma nessun dubbio. La morte non è per finta, da lì nessuno torna: chi è morto non si vede più, uno strappo netto e senza alternative.