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Di un albero ammiriamo l’altezza del tronco, lo splendore della chioma, la quantità delle foglie, lo splendore dei fiori o il sapore dei frutti. Tutto questo è impossibile senza la parte dell’albero che rimane nascosta nella terra: le radici. Se tagliamo le radici tutto finisce. Se le radici sono deboli, o poco profonde, tutto è instabile, precario e anche sterile.

Ci sono quelli che ne fanno parte da sempre. Hanno trovato la loro dimensione e la vivono con passione, in un cammino personale fatto di preghiera e ascolto. A volte può succedere che il farne parte diventi l’“occupare un posto”, con il rischio di perdere l’attenzione per le relazioni. Ci sono quelli che la approcciano con timidezza o perplessità, o perché l’hanno abbandonata da tempo o perché nutrono il desiderio di tornare a farne parte: un passaggio delicato e impegnativo, tanto per loro quanto per chi deve imparare l’accoglienza.

La consapevolezza di doverci difendere accompagna la nostra vita. Difenderci dal freddo, dal caldo, dalle malattie, da tutto ciò che mette in pericolo la nostra esistenza. Tra sicurezza e assicurazioni siamo tutti sommersi da norme e clausole. Tra munizioni e sistema immunitario la parentela è stretta. Infatti, spesso proprio nell’ambito della salute emerge con forza la figura del combattente, di chi lotta contro una malattia, di chi combatte un’epidemia con le armi della ricerca, della cura sanitaria.

Il desiderio ha a che fare con le stelle. Non mi è difficile immaginare un cielo gremito di luci, come ho contemplato più volte, e fare memoria di quell’apertura di occhi e di cuore che sembra volersi riempire il più possibile di bellezza. Il desiderio ha a che fare con i sogni. «Che cosa vuoi fare da grande?» mi chiedevano quand’ero bambina. La mia risposta era sempre alla ricerca di qualcosa di sorprendente, di grande, più di quanto potessi capire allora.

Parresìa è una parola greca presente anche nel Nuovo Testamento. È una parola strana e ricca che possiamo tradurre con audacia, fervore, entusiasmo, passione, slancio, intraprendenza. Si tratta di una di quelle parole che sono come un prisma, in grado di far riverberare tutte le sfumature della luce. Essere senza parresìa è, infatti, come perdere i colori dell’arcobaleno e ridursi a un’infinita scala di grigi.

Sono in macchina in mezzo al traffico, un po’ in ritardo. Spero che la coda non si fermi ma continui nel suo moto costante, seppure lento. Ho spento la radio preferendo la mia musica, che mi mette nelle condizioni di rendere più sopportabile il tempo apparentemente inutile della strada.

Pensando alla felicità forse a nessuno verrebbero in mente persone afflitte, oppure che subiscono ingiustizia o povere e, tanto meno, perseguitate. Immaginando la felicità la associamo subito a delle situazioni opposte a queste. Eppure con le Beatitudini (Matteo 5,1-12), Gesù per ben otto volte dichiara beate le persone che si trovano in situazioni assai faticose da attraversare. Si tratta di una felicità capovolta quella che viene dichiarata da tale testo veramente controcorrente. Chi ha vissuto, infatti, questa felicità?

«Fin qui arriviamo, per i miracoli dobbiamo ancora organizzarci». Facendo due conti, resta forse a malapena il tempo di dormire, perché anche le pause pranzo ormai sono state rimpiazzate con le “cose veloci”, quelle che la logica vorrebbe sbrigare in breve tempo ma che alla fine fanno passare da un impegno all’altro senza soluzione di continuità. Ogni giorno è un’impresa da costruire che comincia da un progetto, ovvero una pagina d’agenda sapientemente organizzata, che non ha paura di riempire gli spazi, anzi, non li conta nemmeno.

Possiamo accedere a miliardi di cose online, direttamente dal dispositivo che abbiamo. Ma quante password dobbiamo ricordarci per entrare ogni volta in un posto! La nostra sembra essere l’epoca delle registrazioni e delle password, dei “pin”, dei “numeri segreti”. Conoscere un codice, racchiudere tutto in un numero, ci dà allo stesso tempo un potere immenso e un approccio fragilissimo alle cose.

Buon anno nuovo! È l’augurio ricorrente in questi giorni. Cambiano giorno e mese nel calendario e un’unità scatta in avanti, quasi a chiudere un tempo e aprirne un altro, archiviando eventi e situazioni da ricordare con gioia o da mettere nel cassetto per dimenticare. «Chissà che l’anno nuovo sia meglio di quello vecchio», mi capita di sentirmi dire. Eppure i giorni del calendario, per quanto vi sia un’unità in più, si ripropongono sempre allo stesso modo. Che cosa rende nuovo l’anno davanti a noi? Cos’è quel “meglio” che ci attende?

Che sfida scrivere le mie ultime “tracce quotidiane” sulla fraternità civica e politica. Per fortuna oggi in classe ragioniamo di comunità: sette anni, nessuno sa cosa significhi questa parola. Escono termini simili che contribuiscono a far uscire dalla nebbia del mistero: comunicazione vuol dire parlare uno con l’altro, comune è il parco del municipio, la casa di tutti gli abitanti del paese, precisa la maestra.

Tra cristiani parliamo molto di fraternità e utilizziamo questa parola in senso più o meno universale, accogliendola come constatazione, annuncio e comando del Signore Gesù che, con la sua fine capacità di osservare le cose semplici e quotidiane della vita, di rifletterci sopra e leggerle con gli occhi di Dio, estende l’esperienza di essere fratelli e sorelle oltre i muri di casa. Ci provo anch’io.

Alcune colleghe hanno l’abitudine di piegare una pagina dell’agenda quando è passato un giorno di lavoro, contando, in modo concreto, quanto manca alle ferie, ma lo fanno dall’inizio dell’anno! Le prendo in giro dicendo che così corrono velocemente verso la fine della vita!

Affermava il mio parroco che quando ascoltiamo la Parola di Dio siamo all’università: il Maestro con la maiuscola è Gesù! Dice appunto il Signore: «Voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (Matteo 23,8). Quando studiavo pedagogia ho imparato il concetto di asimmetria educativa: tra chi educa e chi viene educato ci deve essere un dislivello.

Ho paura della sofferenza! Ma so che la sofferenza, quella del corpo e quella della vita, è inevitabile, fa parte dell’esperienza umana. È un ingrediente così inaggirabile che la riflessione dell’umanità, in ogni tempo e in ogni luogo, si è sempre concentrata sul dolore, la morte, la sofferenza. La bibbia ci racconta questa realtà come presente nel mondo nonostante le intenzioni originarie di Dio, come dire: «Ne prendiamo atto, non possiamo dimenticarla, ma un Dio che ci ama e ci ha creati per essere felici non può averla pensata e voluta».