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Pensando alla felicità forse a nessuno verrebbero in mente persone afflitte, oppure che subiscono ingiustizia o povere e, tanto meno, perseguitate. Immaginando la felicità la associamo subito a delle situazioni opposte a queste. Eppure con le Beatitudini (Matteo 5,1-12), Gesù per ben otto volte dichiara beate le persone che si trovano in situazioni assai faticose da attraversare. Si tratta di una felicità capovolta quella che viene dichiarata da tale testo veramente controcorrente. Chi ha vissuto, infatti, questa felicità?

«Fin qui arriviamo, per i miracoli dobbiamo ancora organizzarci». Facendo due conti, resta forse a malapena il tempo di dormire, perché anche le pause pranzo ormai sono state rimpiazzate con le “cose veloci”, quelle che la logica vorrebbe sbrigare in breve tempo ma che alla fine fanno passare da un impegno all’altro senza soluzione di continuità. Ogni giorno è un’impresa da costruire che comincia da un progetto, ovvero una pagina d’agenda sapientemente organizzata, che non ha paura di riempire gli spazi, anzi, non li conta nemmeno.

Possiamo accedere a miliardi di cose online, direttamente dal dispositivo che abbiamo. Ma quante password dobbiamo ricordarci per entrare ogni volta in un posto! La nostra sembra essere l’epoca delle registrazioni e delle password, dei “pin”, dei “numeri segreti”. Conoscere un codice, racchiudere tutto in un numero, ci dà allo stesso tempo un potere immenso e un approccio fragilissimo alle cose.

Buon anno nuovo! È l’augurio ricorrente in questi giorni. Cambiano giorno e mese nel calendario e un’unità scatta in avanti, quasi a chiudere un tempo e aprirne un altro, archiviando eventi e situazioni da ricordare con gioia o da mettere nel cassetto per dimenticare. «Chissà che l’anno nuovo sia meglio di quello vecchio», mi capita di sentirmi dire. Eppure i giorni del calendario, per quanto vi sia un’unità in più, si ripropongono sempre allo stesso modo. Che cosa rende nuovo l’anno davanti a noi? Cos’è quel “meglio” che ci attende?

Che sfida scrivere le mie ultime “tracce quotidiane” sulla fraternità civica e politica. Per fortuna oggi in classe ragioniamo di comunità: sette anni, nessuno sa cosa significhi questa parola. Escono termini simili che contribuiscono a far uscire dalla nebbia del mistero: comunicazione vuol dire parlare uno con l’altro, comune è il parco del municipio, la casa di tutti gli abitanti del paese, precisa la maestra.

Tra cristiani parliamo molto di fraternità e utilizziamo questa parola in senso più o meno universale, accogliendola come constatazione, annuncio e comando del Signore Gesù che, con la sua fine capacità di osservare le cose semplici e quotidiane della vita, di rifletterci sopra e leggerle con gli occhi di Dio, estende l’esperienza di essere fratelli e sorelle oltre i muri di casa. Ci provo anch’io.

Alcune colleghe hanno l’abitudine di piegare una pagina dell’agenda quando è passato un giorno di lavoro, contando, in modo concreto, quanto manca alle ferie, ma lo fanno dall’inizio dell’anno! Le prendo in giro dicendo che così corrono velocemente verso la fine della vita!

Affermava il mio parroco che quando ascoltiamo la Parola di Dio siamo all’università: il Maestro con la maiuscola è Gesù! Dice appunto il Signore: «Voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (Matteo 23,8). Quando studiavo pedagogia ho imparato il concetto di asimmetria educativa: tra chi educa e chi viene educato ci deve essere un dislivello.

Ho paura della sofferenza! Ma so che la sofferenza, quella del corpo e quella della vita, è inevitabile, fa parte dell’esperienza umana. È un ingrediente così inaggirabile che la riflessione dell’umanità, in ogni tempo e in ogni luogo, si è sempre concentrata sul dolore, la morte, la sofferenza. La bibbia ci racconta questa realtà come presente nel mondo nonostante le intenzioni originarie di Dio, come dire: «Ne prendiamo atto, non possiamo dimenticarla, ma un Dio che ci ama e ci ha creati per essere felici non può averla pensata e voluta». 

Ero una ragazzina quando con i miei genitori partecipai ad una settimana del Segretariato per le Attività Ecumeniche al passo della Mendola, che loro hanno continuato a frequentare con molto entusiasmo. Forse anche per questo resto sempre di stucco quando sento persone impegnate nel mondo ecclesiale parlare di ortodossi e riformati come «altra religione».

Passeggio per il mercato tenendo in braccio Alice. Una signora mi guarda perplessa e subito la rassicuro che la piccolina non è figlia mia, ma della cara amica che ho accanto. Allora ci chiede se sono la nonna. Mi viene spontaneo affermare: «Ci sono legami importanti anche fuori dalla famiglia!». Devo ringraziare i miei genitori per avermi mostrato questa grande opportunità.

Ieri, davanti a un monumento che ricorda l’antica vocazione guerresca di una fortezza, ho visto un cannone. Non è la prima volta. Ma questo mi ha attirato perché sopra, a cavalcioni, c’era una bambina di circa otto anni, come si trattasse di una di quelle altalene che dondolano su e giù sotto il peso di due bambini. Mi è sembrata un’incarnazione attuale del profeta Isaia che racconta così la pace di Dio: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Isaia 2,4).

L’esperienza scoutistica, come altre esperienze associative, è una vera palestra di fraternità. Non è la mia, ma la conosco e la osservo con interesse, soprattutto attraverso i racconti di mia figlia. «Anche stasera vado a scout!». Quando le chiedo che riunione abbia, spuntano sigle sempre nuove. La staff per preparare le attività del reparto, momenti di confronto tra capi e la formazione.

Mi chiedevo: cosa posso raccontare sull’esperienza del carcere? Poi ho ascoltato questa Parola: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri» (Isaia 61,1-2). L’inviato di Dio, tra le azioni belle e forti che compirà, scarcererà i prigionieri. Ma è giusto?

Ogni tanto ricevo qualche osservazione, qualche critica su certe scelte di Dall’alba al tramonto. Così, rileggendo i testi che proponiamo in questo mese e la sempre intensa proposta di Toffanello, i miei pensieri sono corsi avanti a immaginare possibili dubbi, rimostranze, fatiche. Non per tutti i cristiani è facile considerare la fraternità come esperienza che va oltrepassa la propria appartenenza alla chiesa, che supera i confini religiosi conosciuti.