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Il riposo è un tempo di cui il nostro corpo necessita per la sua salute. Non si tratta di una concessione che ci facciamo né di un lusso che ci prendiamo...

Il 3 giugno 2016 la memoria di Maria Maddalena, il 22 luglio, venne elevata al grado liturgico più solenne di festa. Un piccolo grande cambiamento a sottolineare che fu proprio una donna a essere la prima annunciatrice del Signore Risorto. 

Pane e parole. Di questo, in fondo, sono fatte le nostre mense quotidiane. Possiamo scegliere qualsiasi cosa dal menù, quello del cibo ma anche quello delle parole. Può capitare che qualcuno scelga per noi, o che ci ritroviamo a scegliere per gli altri: nello scambio di sguardi e di pietanze, sulla tavola si intrecciano spezzoni di vita che dicono chi siamo, chi siamo stati e chi vorremmo essere.

Può capitarci di pensare che il Vangelo sia tutta un’illusione, che le esortazioni di Gesù siano solo delle vuote utopie. È proprio vero che risorgeremo? È proprio vero che «nulla è impossibile a Dio»? Come possiamo credere che siano «beati quelli che piangono…»? 

Tra le tante domande senza risposta che contrassegnano il nostro tempo, così incerto, così vicino al non-senso, ce n’è una che risuona più forte delle altre: «Dove riporre la mia speranza?». Come i discepoli di Emmaus, non vediamo l’ora di allontanarci da quella non-sensatezza che ci ha colto, per la quale sembra non esistere parola alcuna che ci faccia tornare indietro. Eppure è sempre possibile cambiare rotta. 

Il vangelo che ogni anno dà inizio alla Quaresima il Mercoledì delle Ceneri ci provoca con un ritornello speciale: «che vede nel segreto». Questo segreto nel testo greco è en tò crypto, quasi a dire “nella cripta”. Le grandi basiliche, infatti, possiedono tre “livelli”: il sagrato, la navata e la cripta che, appunto, di solito è nascosta, è sotterranea.

I nostri corpi sono organismi meravigliosi, capaci di un dinamismo e di una coordinazione così precisi da farci partecipi dello sguardo divino nel riconoscerne l’essere «cosa molto buona». Ma questi meccanismi così straordinari possono rivelarsi anche molto fragili. Non si tratta solo di un virus sconosciuto per il quale il corpo non ha difese.

Nella storia e nella stessa materia fisica si intrecciano costantemente varie forze. Ci sono spinte che aggregano e altre invece che disgregano. Ci sono movimenti che uniscono e ci sono tendenze che dividono. Unità e disgregazioni, legami e fratture sembrano essere come un ritmo costante che innerva il vivere. Ci sono persone impegnate a separare, a distinguere, a precisare e altre invece a riparare, riabilitare, ricucire e ricostruire.

Si parla spesso, nell’impegno socio-politico, di bene comune, anche se non sempre se ne coglie appieno il significato. Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes al n. 74, lo definisce come «l’insieme di quelle condizioni di vita sociale che consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione».

Possiamo impostare la nostra vita sull’estensione, cioè sul criterio della quantità, sempre con il metro “in testa”, ossessionati da numeri e quantità. Illimitato, all inclusive, a fondo perduto sono tra i migliori sintomi di questo atteggiamento dove la crescita e l’aumento sono gli dèi da onorare. Di più, sempre di più.

«Ho fatto una bella esperienza!». Quante volte abbiamo usato quest’espressione per dire qualcosa di più di una semplice conoscenza acquisita, o una serie di azioni compiute! Usare il termine «esperienza» indica il bisogno di allargare la propria visuale fino a comprendere le molteplici dimensioni di cui siamo costituiti, al punto da sentire che qualcosa in noi è cambiato tanto che, almeno una parte di noi, non sarà più come prima.

Chi cambia se stesso cambia il mondo, oppure la frase di Gandhi: «Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo». E si potrebbero aggiungere altre forti esortazioni che parlano del potere affidato a ciascuno di noi. Siamo, infatti, tutti onnipotenti in molte occasioni.

Il termine «cultura» ha strettamente a che fare con il verbo «coltivare». È la crescita paziente e attenta dell’uomo che si mette in relazione con gli altri esseri umani, con l’ambiente in cui vive, con l’intelligenza di cui dispone, con la trascendenza cui è abilitato. 

Viviamo nell’epoca delle reti. In inglese sia il vocabolo web che net dicono rete. Web però dice anche ragnatela, come net indica la rete di pallavolo, da cui anche inter-net, tra-la-rete. Ogni rete parla di legami e legacci, di nodi che uniscono e, allo stesso tempo, possono imprigionare. 

Molti film e serie di genere fantascientifico prodotti negli ultimi anni hanno un tratto in comune: mostrano un futuro distopico, in cui il nostro pianeta è reso invivibile dalle conseguenze di un uso indiscriminato delle sue risorse. Il progresso tecnologico è spinto dalla convinzione che le potenzialità dell’essere umano non abbiano limiti e che tutto ciò che si può immaginare sia in qualche modo anche realizzabile.