Se le cooperative assomigliano un po' troppo alle banche. Il caso Coop Alleanza 3.0

Lo scorso 1° gennaio dalla fusione di Coop Adriatica, Coop Estense e Coop Consumatori Nordest è nata Coop Alleanza 3.0: la più grande cooperativa di consumo italiana. Ma nonostante i suoi 400 negozi sparsi su tutto il territorio nazionale la sua principale attività è la raccolta di capitali di rischio dai propri soci per investirli in attività finanziarie (più o meno) rischiose. Vi spieghiamo perché.

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Se le cooperative assomigliano un po' troppo alle banche. Il caso Coop Alleanza 3.0

Dal 1 gennaio 2016 inizia la propria attività Coop Alleanza 3.0, la nuova società della grande distribuzione risultante dalla fusione di Coop Adriatica, Coop Estense e Coop Consumatori Nordest. È la più grande cooperativa di consumo italiana: quasi 400 negozi dislocati dal Friuli Venezia-Giulia alla Puglia, con 2 milioni 700 mila soci, oltre 4 miliardi di fatturato e 22 mila lavoratori.

Dal 1° gennaio 2016 è entrata in vigore la direttiva europea sulla risoluzione dei dissesti bancari (nota con l’acronimo BRRD o il giornalistico bail-in), già sperimentata in anteprima nel dicembre scorso con la gestione della bancarotta di Cassa di risparmio di Ferrara, Banca delle Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Chieti, a cui aggiungiamo Banca Padovana Credito Cooperativo. Gli investitori nel capitale di rischio, in azioni, di queste banche hanno visto azzerato il loro investimento. Stessa sorte per gli investitori in obbligazioni subordinate.

Nel crack delle 5 banche citate, sono stati coinvolti circa 150 mila azionisti (azzeramento del valore investito per circa euro 2 miliardi) e 10.559 obbligazionisti subordinati (azzeramento del valore investito per oltre 329 milioni) - ma non (ancora) gli altri obbligazionisti e i depositanti.

Cosa lega queste due notizie?

La tutela del risparmio, prevista nella nostra Costituzione e nelle leggi conseguenti; cosa ben diversa dagli investimenti (sempre rischiosi) – tale distinzione è ben nota nella Dottrina Sociale della Chiesa (cfr. §358, 360, 368) –, tutelati solo dalla buona fede e correttezza degli operatori. Il risparmio è una parte della remunerazione del lavoro depositata in un luogo sicuro, per sostenere in futuro consumi di beni o servizi e acquisti di proprietà (casa, mobili, ecc.). Può sostenere le spese anche quando il lavoro sarà cessato, se parte di quel reddito è stato depositato nella previdenza. O essere infine investito nell’economia, quale motore di progresso e sviluppo complessivo del sistema economico e sociale: il frutto del Lavoro va usato, conservato (risparmio), accresciuto (investimenti), come insegna la nota parabola dei talenti.

Ebbene, l’attività prevalente di Coop Alleanza 3.0 (come peraltro anche di altre cooperative di consumatori) non è la distribuzione di prodotti alimentari e non alimentari: è la raccolta di capitali di rischio dai propri soci per investirli in attività finanziarie (più o meno) rischiose.

In altri termini, le persone che investono in Coop Alleanza 3.0 non finanziano l’attività dei supermercati, ma un qualcosa più simile ad un hedge fund, un fondo di investimento in attività speculative. Senza il sistema di garanzia sui depositi bancari. È sufficiente uno sguardo ai dati di bilancio perché chiunque possa svelare il velo di ignoranza sul fenomeno, come si evince dalla tabella.

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Su un giro d’affari di oltre 4 miliardi di euro, al netto dei costi operativi il risultato è un risicato pareggio. Eppure generano utili: com’è possibile? È il risultato delle gestioni (finanziaria e straordinaria) che non sono quella dei supermercati. Ma da dove proviene il denaro investito in queste attività alternative?

Dai soci: quasi 3 miliardi in capitale di rischio (azioni) e quasi 5 miliardi da prestiti rischiosi (il lettore confronti da solo questi dati con quelli del crack delle cinque banche di cui sopra, allenandosi così nell’esercizio verso la verità). Sì, «rischiosi», perché solo alle banche è consentito raccogliere risparmio (tutelato) dal pubblico. A riguardo, la Banca d’Italia ha avviato una revisione della normativa proprio per «rafforzare la protezione dei risparmiatori rispetto a comportamenti elusivi e carenze informative emersi in alcuni casi».

Forse il sibillino riferimento è al crack di Coop Carnica di Tolmezzo: 10.400 soci hanno perso il capitale investito nelle azioni (circa euro 8 milioni) e finanziamenti per circa 30 milioni; o a quello della Coop Operaie di Trieste, dove i soci prestatori riceveranno solo il 30% di quanto investito?

Questi giganti finanziari che operano nell’ombra sono ora diventati “troppo grandi per fallire”?

Quel giorno pagherà allora lo Stato, pro quota tutti i suoi cittadini, in quanto, non essendo «banche», sono (paradossalmente) esclusi dalla normativa BRRD che vieta i “salvataggi di stato” di banche decotte?

La questione-chiave qui non è sulla cattiva gestione (tutte le imprese, prima o poi, cesseranno di esistere). È invece di finanza etica, proprio perché siamo nell’ambito della cooperazione e la sua funzione civile: concorrere in modo decisivo a civilizzare l’economia di mercato.

Infatti, come ci ha insegnato Stefano Zamagni, la cooperativa è «creata e mantenuta in vita dalle risorse e dalla passione di persone che pongono in cima al proprio sistema di valori la libertà positiva» (costruttiva e finalizzata), che nel caso di specie è il potere di esercitare il controllo sull’attività di impresa e di finalizzarlo al bene comune. A tal fine, serve allora partecipazione e trasparenza sull’attività della cooperativa: partecipazione nella discussione e condivisione delle scelte su dove investire il denaro; trasparenza per rendicontare fino all’ultimo euro sull’uso effettivo del denaro del socio cooperatore. Senza questo, è puro investimento finanziario, non è cooperazione, e molti altri sono gli strumenti finanziari a disposizione degli investitori.

È dunque possibile far maturare un po’ di cultura di finanziaria nei soci-investitori, che almeno chiedano conto di dove è stato investito il loro denaro? Sostengano il principio “non con i miei soldi finanzierete certe attività” o di orientare l’impiego del denaro non verso la sola ricerca del profitto, bensì verso l’economia reale, fatta di persone, idee e progetti, per la costruzione e la custodia dei beni comuni?

Se questa voce si solleverà in coro, se anche solo la minaccia del prelievo di questa enorme massa di denaro diventasse concreta, allora diventeremo partecipi del nostro futuro, custodi di valori etici e della cooperazione. Per le generazioni future.

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Parole chiave: finanza (28), Nordest (6), Coop Alleanza 3.0 (1)
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