L’economia dopo il coronavirus

Città svuotate, stabilimenti chiusi o costretti a chiudere, famiglie segregate in casa per limitare i contagi. 

Lo scenario di questi giorni è inedito sotto tutti i punti di vista ma lo è anche da un punto di vista economico: le banche centrali sono in difficolt,  governi impacciati e i mercati isterici. 

Una tempesta perfetta? Forse, sicuramente l’avvio di una nuova epoca. 

L’economia dopo il coronavirus

Fra le tante certezze che il coronavirus ha smontato nelle ultime settimane c’è quella della globalizzazione: dopo decenni a senso unico, la pandemia ha rimesso in discussione equilibri che si consideravano intoccabili.

È solo il primo segnale di un cambio di scenario inatteso, la fine di una stagione figlia di equilibri vecchi di decenni e l’inizio di una nuova epoca.

Aspettavamo un '29. E invece sta arrivando un '45

Nicola Graziani, giornalista dell’Agi, ha riassunto l’attuale situazione con una battuta destinata a fare epoca: «Tutti pronti a scommettere su un '29, e invece arriva un '45».

In un lungo e interessante articolo  ricco di fotografie, il giornalista mette a confronto le più grandi crisi degli ultimi decenni ed arriva ad una conclusione nient’affatto scontata: non siamo di fronte solo all’ennesima recessione ma ad un cambio di rotta globale i cui effetti sono ancora avvolti da una fitta nebbia.

«Dobbiamo usare — scrive Nicola Graziani — dei nomi che fanno paura nella loro stridente sonorità. Il primo è Kriegswirtschaft, e vuol dire appunto economia di guerra».

In guerra il sistema economico vive spinte contrastanti: deve sostenere l’impiego bellico, subire pesanti ingerenze politiche e, soprattutto, accettare il ruolo dello stato nelle imprese

Armi spuntate 

Per superare la crisi del 2008 e la sua lunga coda, lo strumento principale a disposizione è stato il ricorso massiccio alle risorse delle banche centrali.

Una politica fortemente espansiva che ha abbassato i tassi d’interesse, iniettato enormi quantità di capitali nel mercato e ammansito paure ancestrali a suon di denari sonanti.

Oggi quest’arma risulta quantomeno spuntata di fronte alla crisi: liquidità ce n’è molta, i tassi sono bassi e gli interventi degli ultimi giorni hanno dimostrato che la sola forza delle banche centrali non è sufficiente a rasserenare il clima.

Nonostante ciò, dopo una prima fase di incertezza — benché il governatore Christine Lagarde non avesse tutti i torti a richiamare all’ordine la classe politica europea — la Bce ha deciso di inondare con 750 miliardi di euro i mercati nel tentativo di contenere l’emorragia di fiducia degli ultimi giorni e l’effetto immediato è risultato positivo in in termini di calo dei rendimenti dei titoli di stato.

Il nodo Eurobond

La situazione è inedita e la speranza di porvi rimedio con soluzioni già sperimentate risulta quantomeno risibile.

Anche per questo sono in molti ad essere tornati a parlare di Eurobond: una sorta di titoli di stato ad emissione europea, capaci di unire i singoli stati sotto l’ombrello di un’unica garanzia comunitaria.

Una forma di solidarietà economica che l’Unione non è mai riuscita a concretizzare in momenti di pace, si preannuncia come una delle ultime risorse in questa stagione di guerra.

«È arrivato il momento — ha dichiarato nei giorni scorsi l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi — di mettere in atto un salto di solidarietà, di lanciare una strategia europea per impedire una crisi irreversibile che toccherà anche gli altri Paesi europei».

«Se varato in fretta — ragionava invece Federico Fubini in un articolo del Corriere della Sera —con l’accordo convinto di tutti i governi e in dimensioni sufficienti, questo eurobond per il coronavirus sarebbe una svolta istituzionale fondamentale per l’area euro. Il progetto (se credibile) potenzialmente può contribuire a far scendere i rendimenti dei titoli di Stato italiani che negli ultimi giorni si sono pericolosamente impennati e a ridurre lo spread (lo scarto di rendimento) con i loro equivalenti tedeschi».

Verso un nuovo equilibrio continentale 

Se gli Eurobond potrebbero rappresentare una concreta ancora di salvezza per le economie continentali — anche qualora fossero approvati in forma ridotta, i cosiddetti Coronabond — non bisogna illudersi che siano privi di conseguenze: un debito comune europeo potrebbe vincolare i paesi mediterranei ad un rigore non sempre benaccetto.

Superata la fase della Kriegswirtschaft, infatti, la fase della ricostruzione dovrà necessariamente passare per un accordo politico in cui il ruolo dei paesi con economie più solide e meno debito pubblico non potrà che uscire rafforzato.. 

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