Tirana accoglie il papa con i volti sereni dei suoi quaranta martiri

Nella via principale della capitale si cammina sotto lo sguardo di 39 uomini e una donna che furono perseguitati e uccisi a causa della fede. Maria Tuci, aspirante stimmatina, per aver resistito alle lusinghe di uno degli aguzzini, fu chiusa dentro un sacco con un gatto selvatico. Morì il 24 ottobre 1950. Due superstiti racconteranno a Francesco le loro storie. Grande lezione per i giovani albanesi.

Tirana accoglie il papa con i volti sereni dei suoi quaranta martiri

Una bella idea per «presentarci al mondo» ma anche per «ricordare le nostre ferite» e «far conoscere ai più giovani una brutta pagina della nostra storia».
Sono quasi tutti concordi gli albanesi nel giudicare l’iniziativa di allestire la via principale di Tirana (Bulevardi Dëshmorët e Kombit, viale Martiri della Nazione), quella che conduce a piazza Madre Teresa, dove papa Francesco domenica celebrerà la messa, con le immagini dei 40 martiri albanesi.
Attraversandola sotto lo sguardo fiero di questi testimoni della fede, per i quali è in corso il processo di beatificazione, si è percorsi da un brivido intenso. Soprattutto se si pensa alle persecuzioni che attualmente patiscono i cristiani in diversi paesi del mondo. Si fa fatica a camminare senza alzare lo sguardo in alto.

Quaranta volti sereni, alcuni sorridenti
Ciò che impressiona è lo sguardo, non perso ma vivo, forse anche cosciente del martirio che li attendeva. Non si può fare a meno di guardarli: ogni foto è accompagnata dal nome e da poche parole che sintetizzano tutta una vita.
Don Shtjefen Kurti, «ucciso perché aveva battezzato un bambino». Don Mark Gjani, «cercavano di fargli maledire Gesù, ma lui urlava: viva Cristo». Solo per citarne due. «Le loro immagini, appese qui, testimoniano che il regime ha perso, è stato battuto», esclama un passante. Come dargli torto… Intanto gli occhi rimangono fissi sulle foto.

La storia di Maria Tuci
Tra i ritratti, verso la fine del viale, ormai quasi verso piazza Madre Teresa, c’è quello di Maria Tuci, unica donna della lista dei 40. La sua vicenda è emblematica delle grandi sofferenze di un popolo.
Nata nel 1928, studiò a Scutari all’istituto delle suore Stimmatine, presso cui entrò come aspirante. Il 10 agosto 1949 fu arrestata: la sua prigione era un buco senza luce e senza aria. Venne sottoposta a torture e picchiata selvaggiamente.
Per aver resistito alle lusinghe di uno dei capi, fu chiusa dentro un sacco con un gatto selvatico. Trasportata nell’ospedale di Scutari in gravi condizioni, prima di morire confidò a un’amica: «Si è avverata la parola del mio persecutore: "Ti ridurrò in uno stato tale che neppure i tuoi familiari ti riconosceranno". Ringrazio Dio perché muoio libera!». Morì il 24 ottobre 1950.
La promessa del persecutore accomuna tutte le storie dei martiri albanesi. A don Lazër Shantoja, uomo di cultura, arte e letteratura, furono amputati gli arti (mani e piedi). Una condivisione nella sofferenza ma anche nelle parole pronunciate dai più prima della morte: «Viva Cristo re, viva l’Albania!».

I racconti di due superstiti
La ferocia della persecuzione rivive anche nei volti di due superstiti, don Ernest Simoni (Troshani), sacerdote di 84 anni, e suor Maria Kaleta, religiosa Stimmatina di 85 anni. Entrambi racconteranno la propria storia a papa Francesco, durante la celebrazione dei vespri nella cattedrale di Tirana.
Don Ernest, arrestato il 24 dicembre 1963, dopo la messa della vigilia di Natale nel villaggio di Barbullush, vicino Scutari, venne torturato perché parlasse contro la chiesa e la gerarchia. Lui non accettò. Per le torture subite cadde quasi morto. Fu, dunque, «liberato», ma la sua condanna commutata in 18 anni di prigione e, successivamente, in lavori forzati. Durante la prigione, ha celebrato la messa in latino a memoria, ha confessato e distribuito la comunione di nascosto.
Anche suor Kaleta è stata costretta, durante il regime, a testimoniare la fede in maniera nascosta, battezzando non solo i bambini dei villaggi, ma anche tutti coloro che si presentavano alla sua porta. Una volta, addirittura, battezzò una bambina prendendo l’acqua da un canale con la scarpa. Suor Maria ha anche custodito in un comodino di casa l’eucaristia, che portava alle persone malate e in punto di morte. Storie incredibili...

Una testimonianza viva
Ma cosa dicono i martiri albanesi ai giovani di oggi? «È difficile esprimere con le parole il valore della loro testimonianza», risponde Agustin Bardhi, seminarista della diocesi di Rreshen, che sta frequentando il VI anno di teologia al seminario di Trento.
«Il loro sangue innocente – spiega Bardhi – nutre la nostra fede, la mia fede! Loro sono la chiara testimonianza che nessuna dittatura può uccidere Dio. Questi martiri erano pieni di fede, niente poteva fermare la loro testimonianza d’amore verso Dio e verso il prossimo. Ho sempre pensato dentro di me che il comunismo, nella sua follia e contro ogni sua volontà, ci ha donato esempi straordinari di santità. Certamente non era questo il desiderio del regime, ma Dio scrive dritto nelle righe storte».
Bella idea quella delle quaranta foto: il sangue sparso non deve essere dimenticato.

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Fonte: Sir