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Alberto Bobbio scrive che due personaggi si stagliano all’orizzonte della nostra memoria storica per la loro pietà verso i morti. Dalla Grecia del V secolo a. C. ci viene la figura di Antigone, la quale va incontro alla morte per aver trasgredito la legge del re di Tebe che le proibiva di dare sepoltura al fratello.

Il giovedì santo di ventidue anni fa era il giorno del mio compleanno. Lo ricordo molto bene perché la sera, in parrocchia, durante la celebrazione “In Coena Domini”, assieme ad altri quattro amiche e amici, sono stato istituito “ministro straordinario della comunione”. Un regalo molto bello e prezioso che continua anche oggi a valorizzare la mia vita.

Perdere, cercare, trovare Giovanni, il mezzano dei nostri tre figli, quattro anni, fra le bancarelle della festa paesana in Svizzera: minuti interminabili di ricerca spasmodica, gridando il suo nome; poi l’abbraccio, la gioia singhiozzata, il racconto a chi non era con noi, rivivendo quegli attimi di angoscia con gli occhi che brillano e il cuore in festa. Cuore di madre, cuore di padre. Pensavo di rimproverarlo perché si era allontanato, eppure gli avevo detto di darmi la mano in mezzo alla folla; ma ora siamo di nuovo insieme, tutto è dimenticato.

Il fenomeno della dispersione scolastica si inserisce in un più vasto fenomeno di dispersione delle risorse dei giovani uomini e delle giovani donne nel processo di crescita ed è all’origine sia di vistosi fenomeni di abbandono scolastico sia di un ben più diffuso fenomeno di difficoltà educativa nella relazione tra giovani generazioni e mondo adulto. Tra i giovani il disagio esistenziale acuto è ormai un fenomeno che oltrepassa i limiti delle classi sociali e il “normale” disagio della civiltà che è comune a tutti gli uomini che vivono la propria esistenza cercando un significato.

«Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». La domanda è formulata con ipocrisia: il dottore della legge è interessato alla risposta non perché vuole veramente imparare cosa fare, dato che presume di saperlo già, ma per mettere alla prova Gesù. Eppure, se posta in modo genuino, la domanda punta a un bersaglio altissimo.

Ci consola molto questa fatica di Pietro nel credere all’angelo. Nei momenti di difficoltà e sofferenza ci risulta difficile vedere la mano di Dio; ci sentiamo perseguitati e indifesi, non capiamo il senso di tante prove, che ricadono sempre sulle nostre spalle. Poi, una volta superate, ci accorgiamo degli angeli che lui ha posto al nostro fianco, a volte silenziosi, a volte invadenti, con sembianze che non sempre rispondono ai nostri cliché.

Perdonare, porgere l’altra guancia non è un affare di buona volontà, tanto meno di buonismo. L’ho provato, Signore, sulla mia pelle, quando ho scoperto che Linda mi tradiva. Otto anni di matrimonio portano con sé qualche inevitabile stanchezza, qualche fatica. Ma il primo dell’ufficio che le ha fatto una moina, lei ci è cascata come una scema! Nel momento in cui ho capito, mi si è inchiodato lo stomaco: ho avuto una crisi di nervi, la testa scoppiava.

Chiedere non è mai facile perché significa rendersi umili e riconoscere di avere bisogno degli altri. Chiedere comporta il rischio di ricevere un rifiuto. Gesù ci dice che otterremo ciò che chiediamo nel suo nome, ma non qualsiasi cosa che possiamo chiedere pensando al nostro tornaconto personale. E cosa significa chiedere nel suo nome?

La prima riunione di preparazione per il viaggio in Terra Santa: ricordo tra le mani la cartina geografica della Galilea, terra delle genti; ricordo il “don” mentre spiegava che quella terra di confine era spesso saccheggiata e considerata luogo di idolatria e di oscurità. Ma proprio in quel buio nacque, ancora più splendente, la luce: Gesù.

Trovo questa una delle pagine più schiette e dirette del vangelo! Ci dice chiaramente e senza sconti come vivere il sacrificio e la preghiera. Poche e chiare regole necessarie affinché la nostra relazione con il Signore sia vera. Se le leggo lentamente e con attenzione non posso non chiedermi come io viva l’elemosina, la preghiera, il digiuno e perché scelgo di compierli. Nel donare qualcosa al fratello, cosa mi muove?

L’altro giorno, di domenica, sono passato davanti a numerose chiese: davanti a quasi tutte, seduto su un angolo dei pochi scalini dell’ingresso, c’era un povero che chiedeva la carità. Perché? Forse hanno capito che la gente che passa di lì in qualche modo è più attenta, sensibile, generosa.

Ed è qui il primo aspetto dello spogliamento. Fin tanto che la mia preghiera resta ancorata al gusto, saranno facili gli alti e i bassi; le depressioni seguiranno gli entusiasmi effimeri. Sarà sufficiente un mal di denti per liquidare tutto il fervore religioso dovuto ad un po’ di estetismo o a un moto di sentimento. «Occorre spogliare la tua preghiera» mi dice il maestro dei novizi. «Occorre semplificare, disintellettualizzare. Mettiti dinanzi a Gesù come un povero: senza idee, ma con fede viva. Rimani immobile in un atto di amore dinanzi al Padre. Non cercare di raggiungere Dio con l’intelligenza: non ci riuscirai mai; raggiungilo nell’amore: ciò è possibile».

«Quando possiamo vederci? Facciamo qualcosa come un brainstormig? Io ti racconto e tu mi aiuti a focalizzare le questioni da presentare all’avvocato. Sai, mi stanno aspettando i pescecani». È Olga, tanta vita sulle spalle e troppa nella testa, così tanta da farla scoppiare. A quarantasei anni conta di laurearsi. Ancora pochi mesi e dovrebbe farcela, se la testa non torna a scoppiare. Non la può comandare da tanto tempo ormai, da quando, ragazza, la famiglia l’ha rifiutata, ripudiata e ingannata. Da allora è stata una voragine a risucchiarla, un buco nero, un dolore inestinguibile. Qualche breve periodo di serenità riesce a trovarlo, ma poi è tutto e solo un baratro.
Vive rincorrendo un passato perduto per ripulirlo e ricostruirlo. Così ha fatto con le figure dei genitori: li ha resi umani, ma irriconoscibili. Cos’altro poteva fare? Anche la sua vita ha bisogno di radici.

Il vangelo mette al centro la coppia, l’uomo e la donna, così come sono stati voluti da Dio all’inizio della creazione: una sola carne. Un progetto grande, ma così alto che fin dai tempi di Mosè veniva riportato alla misura della fragilità umana. Infatti, in caso di adulterio, quella “sola carne” poteva essere di nuovo divisa dall’atto di ripudio: come se da sempre il cuore duro degli uomini e delle donne non sia in grado di restare fedele a questo progetto e abbia bisogno di essere regolato da leggi e tribunali.

Protesto di credere fermamente che io vengo da Dio e che, perciò, tutto quanto è in me è dono di Dio. Ciò afferma la mia sublime dignità e ancora la mia estrema dipendenza dal mio creatore. Quindi per debito di giustizia io debbo e voglio essere tutto di Dio. Io non sono di me, degli altri, del mondo: io appartengo solo a Dio e il mio rigoroso dovere è di restituire tutto a lui senza esitazione, senza dilazione, senza riserva; di non essere schiavo di alcuno dei miei vizi, della mia volontà, dei miei gusti, ma soltanto servo della volontà del mio creatore.