La giornata di domenica 3 marzo

Leggo queste famose parole di Luca e mi sento sempre allo stesso punto, constato delusa la mia difficoltà di astenermi dal giudizio o dalla conversazione un po’ pettegola che spesso sfocia nella critica e penso che non ce la farò mai, o meglio che da sola non posso farcela. Perché è così difficile diventare consapevoli della propria cecità, del proprio limite, e viceversa così facile lasciarsi andare al giudizio sull’altro nella vita di tutti i giorni, in famiglia, nel lavoro? Perché vedo subito la pagliuzza dell’altro e non la mia trave? 

La giornata di domenica 3 marzo

Leggo queste famose parole di Luca e mi sento sempre allo stesso punto, constato delusa la mia difficoltà di astenermi dal giudizio o dalla conversazione un po’ pettegola che spesso sfocia nella critica e penso che non ce la farò mai, o meglio che da sola non posso farcela. Perché è così difficile diventare consapevoli della propria cecità, del proprio limite, e viceversa così facile lasciarsi andare al giudizio sull’altro nella vita di tutti i giorni, in famiglia, nel lavoro? Perché vedo subito la pagliuzza dell’altro e non la mia trave? È forse la fatica a fare i conti con il diverso da me che genera confronto e competizione? Diventa facile vedere «la pagliuzza del fratello», come se le relazioni mi sfidassero in gare continue, in cui si misura la superiorità di ciascuno, in cui c’è il bisogno di sottolineare e marcare il confine, difendere rigidamente le proprie idee, i propri buoni progetti, la propria identità. In fondo il giudizio nasce dalla paura di essere minacciati, di essere invasi: questo atteggiamento rivela la mia debolezza, faccio i conti con i limiti degli altri per non affrontare i miei.
Allora rileggo il vangelo di oggi, che si colloca dopo le beatitudini e l’inno alla misericordia: il giudizio non viene meno per magia, ma solo se faccio esperienza di bene, di accoglienza e di amore gratuito. La misericordia non è un pensiero filosofico, un’ideologia, ma un’esperienza affettiva: l’essere stata tra le braccia del mio Signore, l’aver gustato relazioni gratuite nella mia vita con i familiari, con gli amici, con le persone che intercetto sulla mia strada. Faccio memoria di essermi sentita attesa e desiderata perché sono «figlia amata», non perché ho raggiunto particolari traguardi, o perché ho risposto alle attese, ma semplicemente perché sono io. Posso uscire dall’ansia di prestazione, di potere, e mi ammorbidisco, divento flessibile, non ho paura di perdere identità, sono «cieco amato» che fa strada insieme agli altri senza avere la pretesa di guidare nessuno. In questa prospettiva mi abbandono alla vita, accolgo le relazioni, mi confronto in pace con gli altri diversi da me, se non condivido cerco di non perdere la pace, riesco a distinguere il peccato dal peccatore.
«Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». Questo invito severo di Gesù non è una disciplina da osservare o un esercizio meccanico per limitare la critica sterile, o ancora un obiettivo da raggiungere con tutte le mie forze, ma nasce dall’esperienza di essere stata amata, anche e soprattutto dentro il mio limite, dentro le mie ferite, quindi posso allentare la sfida contro me stessa e contro gli altri. Sento che questo percorso, di cui sto diventando un poco alla volta consapevole, è un dono, una grazia da chiedere al Signore. Sento che faccio parte di questa creazione amata dentro la quale il Signore mi chiama a un cammino di amore, che libera e dona pace. Si tratta di un cammino che ha bisogno ogni giorno di essere nuovamente intrapreso in compagnia del Signore e dei fratelli. Allora sto in pace, con le mie pagliuzze e le mie travi, le accolgo perché il Signore mi ha incontrata, non mi ha lasciata sola, e riparto per mano di lui e dei fratelli con consapevolezza nuova e con un’energia rinnovata. 

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