La giornata di lunedì 2 febbraio

Simeone, uomo giusto e pio che aspettava la consolazione d’Israele, uomo mosso dallo Spirito. Anna, l’anziana profetessa, che non si allontanava mai dal tempio e serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Due personaggi non di poco conto che finalmente sentono compiuta la promessa di Dio nella loro vita; sì, proprio così, e i loro occhi vedono la salvezza. 

La giornata di lunedì 2 febbraio

La stessa salvezza che è stata promessa anche a noi, noi che magari non ci abbandoniamo, come Simeone, alla guida dello Spirito o non ci dedichiamo con la stessa assiduità di Anna alla preghiera e al digiuno.
Ma quale salvezza ci attendiamo? Salvare significa sottrarre qualcuno dal pericolo o dalla morte: da quali pericoli dovremo essere salvati? È proprio vero che attendiamo di essere salvati o stiamo bene così? Che cosa può darci questa salvezza in più che già non possiamo procuraci da soli? Forse chiediamo a Dio che ci salvi dal dolore della malattia, dalle preoccupazioni legate al lavoro, dalla solitudine della vecchiaia, dalla paura per il futuro incerto dei nostri figli, dalle fragilità della famiglia, dalla morsa di violenza che regna sovrana soprattutto in certe zone del nostro pianeta?
Questi sono i pericoli che incombono sulle nostre vite e i mali che ci affliggono e ci impediscono di essere felici. E se poi Dio non ci salvasse da questi pericoli e mali? Quale salvezza dunque? Ricordiamo che quando i nostri due figli maggiori erano ai primi anni di scuola, la nonna paterna ancora piuttosto giovane, si ammalò gravemente e dopo un anno venne a mancare. Prima di dormire, con loro ogni sera si pregava per la sua guarigione. Quando i bimbi capirono che la storia della loro nonna volgeva al termine, ci dissero: «Ma allora, abbiamo pregato per niente, Dio non ci ha ascoltato!».

Noi abbiamo tentato di spiegare loro che Dio non è un mago buono con la bacchetta magica che sconfigge il male. La nonna, donna di grande fede, si affidò alla misericordia di Dio e giunse alla morte senza provare il dolore della disperazione, accompagnata fino alla fine dall’amore della sua famiglia. Questa forse non è salvezza? Fidarsi di Dio, sapere che lui è accanto a noi qualunque sia la nostra situazione. Allora ai bambini abbiamo detto che le loro preghiere hanno aiutato la nonna a vivere bene i suoi ultimi giorni. Se mi fido di Dio come Simeone e Anna, avrò la salvezza. Non il contrario: se sarò salvato, mi fiderò di Dio. Non è facile perché nella logica umana uno si fida solo se l’altro ti dimostra di meritarne la fiducia. E chi non si attende niente, non chiede la salvezza ma basta a se stesso?

È la paura più grande per noi: vedere che un figlio interrompe il suo dialogo con il Padre e non chiede più niente. Dovremo allenarci a riconoscere la salvezza già compiuta nella nostra vita e testimoniarla anche in famiglia. Forse come Simeone dovremmo invocare di più lo Spirito. Come Anna dovremo fermarci di più in preghiera. Il resto viene da sé.

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