La giornata di martedì 2 novembre

Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro. (Giobbe 19,27)

La giornata di martedì 2 novembre

Spesso la nostra società ci induce a vivere questo giorno con tristezza, forse perché ci siamo abituati a nascondere la malattia e la morte, a escluderla dalla dinamica della vita. Ma la morte è un’esperienza della vita e ce lo ricordano proprio i nostri cimiteri in questi giorni. Quando vi si entra in questo periodo si è immersi in un tripudio di colori e profumi, fiori dalle mille sfumature rallegrano ogni angolo e ci dicono implicitamente la speranza che è cristiana: la speranza nella resurrezione, in una vita piena di comunione con Dio in Cristo in forza dello Spirito Santo. Parlare di resurrezione è difficile, personalmente devo imparare ad aprirmi al mistero nella fede. Proprio questo è l’invito che sento da parte del vangelo: Giovanni ci ricorda che la volontà del Padre è che quanti vedono il Figlio e in lui credono abbiano la vita eterna per essere risuscitati nell’ultimo giorno. Di questo fatto non possiamo avere una certezza matematica, e affidarsi a studi probabilistici non penso sia la via giusta per fondare la nostra fiducia nella parola del Signore. La nostra fede, la mia fede, è invitata a fondarsi su un evento che è una persona: Gesù Cristo. Come ci testimonia la lettera ai Romani, Cristo ci ha mostrato l’amore di Dio per noi, donandosi fino alla morte. Scegliendo di passare per questa soglia importante della vita il Signore ha voluto risignificare questo evento, ha assunto il male su di sé, facendolo morire in sé. Nella sua resurrezione, per opera del Padre, ci ha mostrato che la morte non ha l’ultima parola, ma che ci apre a una vita piena, di comunione con Dio. Ci invita quindi ad allargare gli orizzonti, ad alzare lo sguardo e a riscoprire la nostra vocazione: vedere Dio faccia a faccia, come ci ricorda Giobbe.

È vero, la morte è una soglia che ci inquieta, perché siamo chiamati a lasciare quanto abbiamo e ad aprirci nella fede alla promessa di Dio nel Figlio. Ci inquieta anche perché sottrae al nostro affetto i nostri cari e i nostri amici. Noi non possiamo più mangiare assieme a una persona defunta, fare una passeggiata in montagna o ridere e scherzare con lei. Umanamente ci sembra che non possiamo più godere della sua presenza. Ma l’evento della resurrezione di Cristo ci indica che il caro defunto non solo rimane presente nei nostri ricordi e sentimenti, ma è una persona che come noi, come me, è chiamata alla comunione con Dio, in Cristo. L’essere in Cristo, l’essere immersi nelle relazioni e dinamiche trinitarie ci farà vivere pienamente la nostra relazione con Dio, ma anche con i nostri cari defunti. Già nella vita terrena siamo fratelli in Cristo: il morire di Cristo per noi, per ciascuno e per tutti, l’essere amati e redenti da lui con la sua morte e resurrezione, ci mette in comunione con lui e quindi con i fratelli. Questa comunione nella vita risorta sarà piena e perfetta, le relazioni con i nostri cari e i nostri amici saranno rinnovate e piene, meglio di quanto possiamo immaginare.

Infine, l’andare per i cimiteri in questi giorni mi ricorda la mia umanità, il mio essere creatura, con i suoi pregi e i suoi limiti, e il mio non essere il creatore. Mi aiuta a ricordarmi e accettare la mia fallibilità e pochezza, a evitare il rischio di considerarmi un superuomo e di elevarmi al livello di Dio. La commemorazione dei fedeli defunti, mi aiuta ad ampliare lo sguardo: a guardare il presente con realtà e il futuro con speranza, grazie alla promessa di Dio in Cristo

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