La giornata di domenica 4 Aprile

Mentre ci accingevamo a condividere con voi alcune riflessioni suscitate dalla straordinaria festa che oggi celebriamo, stavamo sgranocchiando delle mandorle.

La giornata di domenica 4 Aprile

Mentre ci accingevamo a condividere con voi alcune riflessioni suscitate dalla straordinaria festa che oggi celebriamo, stavamo sgranocchiando delle mandorle. Ci è sembrato, questo, un segno da non sottovalutare: il mandorlo infatti è il primo albero a fiorire dopo i rigori della stagione invernale, arricchendo di bellezza e nuova vita l’inverno ormai morente. Nella Bibbia questa pianta e i sui frutti sono citati 11 volte. Nell’Antico Testamento sono simbolo di speranza, vigilanza, fedeltà, vita nuova. I fiori, per la breve durata, esprimono la bellezza ma anche la caducità della vita. Una caducità che, sebbene sappiamo faccia parte della nostra natura, non sentiamo fatta per noi. La vita, anche tra mille fatiche e difficoltà, è troppo bella per finire. Il nostro bisogno di amare e di essere amati contiene l’esperienza dell’infinito, del “per sempre”. Ma come possiamo promettere e desiderare di amare per sempre se la nostra vita è destinata a finire? Chi ci dà la speranza che l’amore possa durare «usque ad mortem et ultra» (fino alla morte ed oltre)? L’amore che non delude, l’amore che passa attraverso le prove del tradimento, dell’abbandono, della solitudine, della sofferenza fisica… ma che  on si stanca di per-donare, di continuare ad avere, anche nei confronti di coloro che ci hanno tradito (vedi i suoi discepoli, i suoi amici più cari), un trasporto d’amore incondizionato, che si fa dono-per ogni uomo, di ogni luogo e di ogni tempo, dono-per me, per noi.

«Sono risorto e son con voi, a camminare con voi ogni giorno». Risuona nella nostra mente e nel nostro cuore il ritornello di questa canzone, imparata in gioventù nel nostro gruppo di Azione Cattolica per la Pasqua. Eppure, dopo duemila anni, facciamo ancora fatica a crederci. Come Maria di Magdala, che si reca al sepolcro all’alba, dopo una notte insonne, addolorata e angosciata per la sorte che era toccata al Maestro, anche noi abbiamo permesso alle lunghe ore della notte e dell’oscurità, che hanno segnato momenti della nostra vita, di prendere il sopravvento. Non abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi, un amore che si è fatto corpo e sangue in Gesù, un amore che non ha esitato a mettere in gioco la propria vita fino al sacrificio estremo, ma che proprio per questo è risorto.

Proprio in questi giorni è morto Stefano, un amico di nostro figlio. Un osteosarcoma, operato dodici anni fa, non l’ha mai abbandonato, fino alla morte ad appena 32 anni. Ha lasciato un vuoto incolmabile ma anche una testimonianza meravigliosa sia attraverso un libro che lui ha scritto, «Cercando le stelle», sia attraverso una vita donata e vissuta in pienezza. Una sua frase, ricordata da un sacerdote suo amico durante la veglia funebre, ci ha colpito profondamente: il bene del male, le luci che si possono accendere dando un senso alla sofferenza, vivendola come partecipazione alle  offerenze di Cristo, per risorgere con lui a vita nuova. Come Giovanni, anche lui è arrivato prima al sepolcro ma l’ha trovato vuoto e ora, ne siamo certi, ha visto e gode, con Cristo, della visione e della gloria del Padre.

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