Nei panni degli altri

Sono davvero colpita da un testo di William Shakespeare che ho letto su un giornale. L’anno scorso la British Library ha caricato sul sito “Discovering Literature: Shakespeare” la versione digitalizzata di oltre trecento documenti dedicati al grande drammaturgo inglese e tra questi anche un’opera teatrale, di cui esiste un’unica copia, intitolata “Sir Thomas More” dedicata a San Tommaso Moro, il martire che lottò per la verità e l’unità.

Nei panni degli altri

L’opera sembra appartenere a un certo Antony Munday, ma al suo interno conserva un discorso scritto proprio da Shakespeare.

Il testo affronta la tragedia dei rifugiati.
Nel dramma si raccontano i fatti dell’Evil May Day del 1517, un tumulto scoppiato a Londra contro i migranti economici che provenivano da tutta Europa, accusati di rubare il lavoro agli inglesi, come avviene oggi per l’ondata di stranieri che giungono in Italia dal continente africano, in fuga dalla guerra o dalla fame.

Nel discorso scritto da Shakespeare, Moro tenta di placare il popolo inferocito invitandolo alla ragione e alla comprensione.
Le parole sono sconvolgenti per la loro attualità e per la capacità di colpire anche il nostro cuore, spesso indurito:

«Immaginate allora di vedere gli stranieri derelitti, coi bambini in spalla, e i poveri bagagli arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto, e che voi vi atteggiate come re dei vostri desideri – l’autorità messa a tacere dal vostro vociare alterato – e ve ne possiate stare tutti tronfi nella gorgiera della vostra presunzione. Che avrete ottenuto? Ve lo dico io: avrete insegnato a tutti che a prevalere devono essere l’insolenza e la mano pesante».

Shakespeare anche allora aveva l’intento di scuotere i suoi contemporanei.
Presentando un fatto passato, il poeta parla degli immigranti che in quegli anni chiedevano asilo in Inghilterra, scatenando le proteste della gente. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire.
Shakespeare cerca di infondere nel pubblico il principio della reciprocità, ricordando che in qualche modo tutti, da qualche parte, siamo stranieri.
Se il re li cacciasse dalla loro terra, sarebbero essi stessi, ovunque andassero, degli stranieri: «Vi piacerebbe allora trovare una nazione d’indole così barbara che, in un’esplosione di violenza e di odio, non vi conceda un posto sulla terra, affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre gole, vi scacci come cani, quasi non foste figli e opera di Dio? […] Che ne pensereste di essere trattati così? Questo è quel che capita agli stranieri, e questa è la vostra disumanità da senzadio».

L’opera allora non fu mai rappresentata perché si temevano ulteriori tafferugli: una censura che mirava a non scuotere gli animi.

Ma oggi quelle parole sono uno schiaffo per ciascuno di noi, ci invitano a provare a metterci nei panni degli altri: possiamo invocare le politiche assenti dell’Europa, il bisogno di controlli per chi arriva, il problema economico che viviamo, e così via, ma rimane il fatto che dei fratelli chiedono aiuto e se noi non facciamo qualcosa siamo “disumani, senzadio”.

Mi tornano in mente le parole stentoree della conclusione della Lettera agli Ebrei che contiene una serie di raccomandazioni morali per i cristiani.
La prima è di perseverare nell’amore fraterno e il primo segno di questo amore è proprio l’accoglienza: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Eb 13,2). Non solo mettersi nei panni altrui, ma vedere la visita di Dio nel fratello che chiede aiuto.

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