Flavio Zanonato e la sinistra europea: «Siamo in crisi di identità e di strategia»

Una sinistra, non solo italiana ma mondiale, incapace di intercettare la crescente domanda di cambiamento e i bisogno dei cittadini. È lo scenario che vede Flavio Zanonato, eurodeputato dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, che spiega un calo dei consensi che potrebbe acuirsi alle prossime europee.

Flavio Zanonato e la sinistra europea: «Siamo in crisi di identità e di strategia»

«La crisi della sinistra non è solo italiana o europea, ma mondiale: con l’approdo a un modello di società in cui gli interessi non sono più collettivi ma nuclearizzati, la sinistra smette di essere insediamento sociale e si trasforma invece in interprete di un sistema di valori».

«Non stupisce, quindi, che in questi anni la sinistra sia stata identificata con la tutela di garanzie già acquisite, e che abbia di conseguenza smarrito molto del suo potere attrattivo». 

La perdita di consensi, secondo l’eurodeputato dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici Flavio Zanonato, si spiega con l’incapacità di intercettare la crescente domanda di cambiamento da parte della popolazione. Un declino, previsto dai sondaggi attuali, che coinvolge anche l’altro grande partito europeo, il Ppe, destinato, per l’ex sindaco di Padova, a una marcata erosione dei consensi a favore delle formazioni euroscettiche.

La spinta maggiore alle famiglie populiste e nazionaliste arriva proprio dall’Italia: è, presumibilmente, il nostro paese che manderà al Parlamento europeo il contingente più ampio di esponenti con questo orientamento. Che valutazione dare?

«È vero, è possibile se non probabile che l’Italia elegga la più folta delegazione di deputati euroscettici. È un serio problema per l’Italia, perché in questi anni ci siamo guadagnati difficili posizioni sul campo e nei negoziati che ci consentono di far valere le nostre ragioni all’interno del dibattito europeo. Puntando allo scontro diretto come fa il governo, al contrario, possiamo essere sicuri che l’Italia perderà quelle posizioni di riguardo sui singoli dossier e verrà letteralmente isolata sulle grandi politiche europee: bilancio, politica di coesione, coordinamento economico e finanziario».

Eppure già sono arrivate richieste di maggior rigore per i conti italiani da parte dei politici europei meno moderati, come per esempio il primo ministro austriaco Sebastian Kurz. Non è una contraddizione?

«Lo è e Matteo Salvini lo sa, ma questo scenario gli fa gioco in previsione delle elezioni europee per proporsi come tribuno del popolo italiano contro le burocrazie europee. Compito delle sinistre e di tutti i gruppi che credono nell’Europa è quello di smascherare questa truffa tutta italiana: il governo attuale non sta giocando una partita da vincere in Europa – è isolato e non ne ha la forza – ma punta piuttosto a condensare consenso anti-europeo in vista delle elezioni di primavera. E lo fa danneggiando le stesse posizioni negoziali dell’Italia in Europa, senza nessun riguardo per gli interessi reali degli italiani».

Un commento su Frans Timmermans che sarà il candidato presidente del Pse?

«Ho visto che è stato accolto da un’ovazione alla recente assemblea del Pd: mi chiedo quanti tra i delegati lo conoscessero veramente per le sue posizioni politiche, e quanti invece fossero mossi da generica esterofilia. In questi anni i socialisti non sono sempre stati all’altezza del compito. Franz è indubbiamente un forte candidato, ma oggi dobbiamo spiegare cosa non ha funzionato in questi anni, anche e soprattutto a sinistra».

Saranno le prime elezioni post Brexit. È stata raggiunta una bozza di accordo tra negoziatori britannici ed europei, ma è una soluzione che non piace a molti del partito conservatore e, sembrerebbe, nemmeno alle opposizioni. Qual è la sua idea in merito?

«Le tensioni politiche nel Regno Unito rappresentano una minaccia per l’intero continente. I politici conservatori alla destra del premier May stanno giocando col fuoco. L’Europa, e con essa il Regno Unito, rischia di impantanarsi se non si individua uno sbocco ai negoziati: è evidente che in questa fase l’Europa debba fare la voce grossa verso Londra per non perdere credibilità con gli stati membri e tra i cittadini europei. L’assioma è semplice: il Regno Unito ha scelto liberamente di uscire, ma non dev’essere messo nella posizione di imporre le sue condizioni».

Nella proposta del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 si evince l’esigenza di finanziare le nuove priorità politiche come sicurezza, difesa, digitalizzazione, globalizzazione. Sul fronte dei tagli, Bruxelles propone risparmi sulla Politica agricola comune e sulla Politica di coesione. Cosa significherebbe per l’Italia?

«C’è senz’altro bisogno di riorganizzare i bilanci europei di lungo periodo sulla base delle esigenze e priorità politiche di oggi. La Politica agricola comune ha rappresentato per molti anni l’architrave della spesa corrente europea a favore dei territori, ma deve cambiare per adattarsi a un mercato più competitivo e in costante evoluzione. Il vero problema, a mio avviso, è la ritrosia degli Stati membri a immaginare politiche coraggiose, quindi anche disponibilità finanziarie adeguate».

Cos’è per lei l’Unione europea?

«Un grande progetto, il solo in grado di assicurare pace e progresso ai nostri popoli».

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