Veneto. La Lega nord chiude i campi rom

Il capogruppo della Lega nord in consiglio regionale, Nicola Finco, ha dato avvio all'iter per abrogare la legge del 1989 che finanziava anche le iniziative educative per l'integrazione. Secondo la maggioranza in regione è ora che i rom «inizino a vivere come tutti gli altri», cercando lavoro, mandando i figli a scuola e iscrivendosi alle liste per gli alloggi popolari. L'esperienza di chi con roma e sinti ha lavorato a Padova e a Vicenza, dove la popolazione nomade conta circa 600 individui sparsi in molti campi in parte autorizzati, spesso abusivi.
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Veneto. La Lega nord chiude i campi rom

«A settembre la legge che finanzia in Veneto i campi rom e sinti sparirà». A garantirlo è il capogruppo della Lega nord in consiglio regionale Nicola Finco che nei giorni scorsi ha dato avvio all’iter di abrogazione della legge regionale 54 del 1989, che tra le altre cose prevede «l’erogazione dei contributi ai comuni, loro consorzi, comunità montane per la realizzazione e la gestione di campi sosta appositamente attrezzati» e anche per «attività di formazione professionale e per l’attivazione di iniziative di istruzione per i Rom e i Sinti, con particolare riguardo per i bambini in età scolare, nonché di formazione professionale». Al netto del garbo istituzionale e in perfetta coerenza con la campagna elettorale che si è appena conclusa, si potrebbe dire che in qualche maniera le ruspe salviniane siano effettivamente arrivate in regione.

La prossima settimana le commissioni consiliari saranno complete. La proposta di cancellazione di Finco inizierà dunque il suo percorso, che il consigliere si augura chiuso a uno dei primi consigli dopo la pausa. Le ragioni di questa scelta sono presto dette: «La legge – aggiunge Finco – non è mai stata finanziata negli ultimi cinque anni. La norma, demagogica e assistenzialistica, approvata 25 anni fa, si è dimostrata del tutto inadeguata a risolvere il problema del nomadismo, ed è stata di fatto disattesa dai comuni, chiamati, da una parte, ad attrezzare sul territorio dei campi sosta, dall’altra a tentare di ridurre il fenomeno. Si sono prodotti danni enormi dal punto di vista sociale, visto che i campi rom e sinti oggi diventano in moltissimi casi veri e propri ghetti, difficilmente accessibili alle forze dell’ordine e ai cittadini, nell’inadempienza delle comuni norme di vivere civile soprattutto nei confronti dei minori».

L’alternativa è già pronta: «Rom e sinti devono imparare a vivere come tutti gli altri. L’integrazione non può essere un impegno a senso unico delle istituzioni. Sta a loro smettere di vivere di espedienti e delinquenza, chiedere assistenza salvo poi scoprire che possiedono beni che un lavoratore con una busta paga da duemila euro al mese non potrebbe permettersi. Si mettano in fila per una casa, cerchino un lavoro come tutti e soprattutto mandino i figli a scuola».

Chi con i rom ha lavorato per anni, come la cooperativa Il sestante impegnata nella riqualificazione del campo di via Longhin a Padova, dove vive una settantina di rom tra cui 40 minori, vede la questione come l’incontro di due pregiudizi: «Da un lato il nostro, quello dei “gagi” come ci chiamano, che li consideriamo zingari, sporchi con poca voglia di lavorare – riflette il presidente Tiziano Peracchi – Dall’altro il loro, che tendono a sentirsi furbi e orgogliosi specie quando rubano o ci raggirano. In realtà la loro è un’umanità fragile: per uno nella loro condizione affrancarsi è molto difficile. Chi darebbe a cuor leggero una casa in affitto o un lavoro a un rom?».

La loro integrazione è dunque un investimento, e come tale non garantisce il risultato. Uno sforzo che probabilmente vale la pena di fare con i minori. È l’esperienza di un’altra cooperativa padovana, La Nuovi spazi, che ha lavorato alla scolarizzazione per i ragazzini del campo di via Bassette con otto operatori. «Lo scorso anno però la nuova amministrazione comunale ha di fatto azzerato i 100 mila euro annui che stanziava per 120 minori rom – spiega il presidente Raffaele Sammarco – e così il progetto è stato demandato ai singoli istituti comprensivi che hanno deciso se indire bandi o utilizzare personale interno».

Rilevante anche l’impegno della Caritas di Vicenza, città nella quale la presenza rom è consistente. Le cinque aree del progetto in atto comprendono la cura della salute, l’inserimento lavorativo, il miglioramento delle condizioni abitative, la scolarizzazione e la legalità. Occorrerà osservare nel prossimo futuro se e come queste iniziative andranno avanti.

I numeri

In Italia vivono circa 180 mila rom, di essi solo 40 mila nei campi. Uno dei problemi più seri che si pongono per qualsiasi iniziativa di integrazione è proprio l’ignoranza dell’ampiezza e della dislocazione di questa popolazione, come conferma la Strategia nazionale per l’inclusione 2012-2020 dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar). A Padova rom e sinti sono stimati in 200 unità. Oltre che nei campi di via Longhin e via Bassette sono stanziati anche nei campi abusivi di Vigodarzere e Camin. A Vicenza i nomadi sono circa 400 e il campo più conosciuto, anche per i fatti di cronaca, è quello di via Cricoli, ma anche in questo caso gli insediamenti sono numerosi.

In ogni caso i rom in Italia rappresentano lo 0,23 per cento della popolazione. Tra essi, quasi il 50 per cento non ha anccora compiuto 16 anni. I rom si trovano in tutte le regioni, i sinti prevalentemente al nord e nel centro, i caminanti sono invece un gruppo nomade presente nei dintorni di Noto, in Sicilia. La popolazione, variegata, è il frutto di diverse ondate di arrivi iniziate alla fine dell’Ottocento, anche se si hanno tracce di rom in italia già nel 15° secolo.

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