Unico tesoro il Crocifisso. Il poligrafo ripropone l'opera di Antonio Pagani

Il Poligrafo ripropone l'opera di Marco Pagani, divenuto Antonio dopo essere entrato nella congregazione dei frati minori osservanti. Il tesoro dell'umana salvezza e perfezione contiene la summa dell'insegnamento di padre Pagani. La riedizione è curata dalla suora delle Dimesse Donatella Anolfi, compagnia che lo stesso Pagani fondo assieme a madre Deianira Valmarana. 

Unico tesoro il Crocifisso. Il poligrafo ripropone l'opera di Antonio Pagani

«Ogni cristiano per far sì che le sue opere abbiano valore e merito, deve rivolgere la sua mente al fine più degno che si può immaginare (...): il compiacimento del Signore. Egli è il solo e sommo bene, l’unico tesoro che può saziare in abbondanza ogni desiderio dell’anima». Con queste parole inizia Il tesoro dell’umana salvezza e perfezione (Il Poligrafo, pp 239), un’opera teologico-spirituale scritta intorno al 1579 dal venerabile Antonio Pagani, che proprio in quegli anni fondò, insieme a madre Deianira Valmarana, la compagnia delle Dimesse della Madonna. Ed è una suora di questa congregazione, che 400 anni fa sorse anche a Padova, Donatella Anolfi, a curare la trascrizione moderna di questo lavoro che «contiene le linee fondamentali dell’insegnamento di padre Pagani: la conoscenza di Dio, unita alla vera conoscenza di se stessi, rappresenta un obbligo di bontà e di gratitudine, il cui raggiungimento non è certo semplice. È necessario infatti praticare la penitenza e mortificare i vizi per ottenere la “riforma” del peccatore, la vera conversione. (...) Il continuo riferimento a Cristo Signore, nella sua vita umile e povera, costituisce il fondamento unitario di tutta l’opera».

Marco Pagani è nato a Venezia nel 1526, a 19 anni si è laureato nell’università di Padova sia in diritto civile che canonico, ma nella città del Santo il giovane patrizio, rimasto presto orfano di padre, apprese qualcosa di più della scienza giuridica. Venuto a contatto con la giovane famiglia religiosa dei Chierici regolari di San Paolo, popolarmente noti come Barnabiti, e con il ramo femminile della stessa, le Angeliche, fu colpito dalla loro intensa spiritualità al punto da cambiare il suo progetto di vita fino a diventare sacerdote a Milano nel 1550 e ad approdare nel 1557, a 31 anni, alla vita religiosa tra i frati minori osservanti assumendo il nome di Antonio.

A quel tempo «Padre Antonio Pagani – scrive suor Donatella Anolfi – è ormai un uomo maturo. Ha sperimentato speranze e delusioni. Si è fidato del Signore. Ha imparato a cercare solo la volontà di Dio e ne ha saputo cogliere i segni». Per vent’anni mise in atto la missione di “evangelizzare Gesù crocifisso a tutto il mondo” che aveva ricevuto da Paola Antonia Negri, maestra delle Angeliche. Partecipò come teologo all’ultima sessione del concilio di Trento e si impegnò in opere di catechesi e carità presso gli strati più umili della popolazione, anche tra i carcerati. Nel 1583 scelse la vita eremitica a San Fize, sui colli Berici e poi sopra Costozza scrivendo opere ascetico-mistiche, giuridiche e poetiche che sono ora state sottoposte ai teologi che hanno ripreso nel 2001 il processo di beatificazione. Un processo iniziato nel 1615, quattro secoli fa, quando al “nuovo Antonio” soprannominato “taumaturgo dei Berici”, morto il 4 gennaio 1589 e sepolto nel convento di San Pangrazio a Barbarano, furono attribuite ben 140 grazie straordinarie.

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