XIV Domenica del tempo ordinario *Domenica 6 luglio

Matteo 11, 25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Luce

Un lampo di luce purissima: è la preghiera di lode del Figlio al Padre, luce incastonata fra taglienti parole di rimprovero immediatamente prima («Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora!») e le accuse dei farisei, dopo («Gli dissero: Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato»): nessuna sdolcinatura in Gesù, che gioisce per l’opera di Dio senza minimizzare la durezza di cuore dell’uomo. La prima parola di ogni autentica preghiera è il sussulto della gioia: lode che adora, adorazione che loda perché Dio ama tutti, nonostante tutto. Qual è il posto della lode pura e disinteressata nel dialogo con Dio? Gesù loda perché al di sopra dei nuvoloni della fragilità umana splende il sole divino: Dio svela la tenace volontà di dare aiuto ai suoi figli, appesantiti dalle fatiche del vivere. Questo testo è un inno a Dio che si rivela: «Lo splendore della verità – veritatis splendor – rifulge in tutte le opere del Creatore e, in modo particolare, nell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio (cf Gn 1,26): la verità illumina l’intelligenza e informa la libertà dell’uomo, che in tal modo viene guidato a conoscere e ad amare il Signore» (Giovanni Paolo II). Proprio la luce della rivelazione porta allo scoperto chi tiene strettamente legata sugli occhi una benda: non è il Padre che nasconde, sono alcuni figli che si mettono in condizione di non vedere.

Il passo

Stanchezza dall’interno e carico eccessivo dall’esterno: il popolo eletto era gravato dalle minuziose prescrizioni della legge (che alla fin fine metteva in evidenza la radicale insufficienza degli sforzi umani); era dominato dal potere religioso da una parte e dalle forze di occupazione romane, dall’altra. E la gente semplice in mezzo, con le normali fatiche del vivere in una terra non di certo ricca, alle prese con i ribelli che si opponevano a mano armata agli invasori e che pretendevano sostegno. Stanchezza e senso di oppressione anche oggi, per motivi diversi: se non ci sono le insegne dell’esercito invasore, pure sembra di essere soggiogati da forze invisibili (il mercato, la grande finanza, il potere di chi orienta la comunicazione sociale ecc). Ma «fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne»... quindi, invece di lagnarci (e quanto va di moda il vittimismo!) o di scivolare nella rassegnazione o di sprofondare in un sordo rancore contro i mali del mondo, cerchiamo aiuto e riparo nel posto giusto e nella persona giusta. Ci è chiesto di fare il passo attivo e consapevole dell’affidamento: «Venite a me… Imparate da me», «Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà» (Sal 55,23). E in questo movimento scopriremo che alcuni pesi sono auto-inflitti, che altri si ridimensionano e quelli reali si affrontano con più serenità. Le prove non spariscono come per magia ma hanno un senso e un’incidenza del tutto diverse.

Un asino...

Come suo solito l’evangelista Matteo raccoglie echi di testi del Primo Testamento: in questo caso Gesù è il Maestro che invita tutti alla vera sapienza, come nel capitolo 51 del Siracide («Avvicinatevi a me, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola»). La sapienza di Gesù non consiste però nel conoscere molto (in fondo anche il tentatore cita a menadito la Sacra Scrittura). La sua scuola non è un’aula lontana dal pulsare dalla vita. Non servono libri di testo né si danno esami. Questa sapienza passa attraverso la relazione personale tra Maestro e discepolo: sa davvero chi si lascia “cristificare” nella scoperta che Egli non è fuori né lontano da noi: «Fratelli, voi siete... sotto il dominio dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi» (cfr seconda lettura). Qual è il nostro posto nella casa di sapienza di nostro Signore? «Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (cfr prima lettura). Con umiltà immedesimiamoci nella cavalcatura, l’asino, che dà modo al Signore di camminare sulle strade del mondo. Socraticamente, riconosciamo di sapere di non sapere e impariamo Gesù.

Un solo Atlante 

Nella mitologia greca, Atlante è il gigante costretto a sostenere sulle spalle con immane fatica il peso del mondo, poiché si era ribellato a Zeus. Mi ha sempre colpito la rappresentazione che ne dà Michelangelo: Atlante imprigionato dentro la pietra, un tutt’uno con il peso schiacciante, che sfigura il profilo della sua identità. Ci comportiamo come Atlante quan-do riteniamo erroneamente che la vita sia un insieme di pesi da sopportare facen- do leva sulla buona volontà, l’impegno, a volte addirittura l’eroismo. Qualcuno si sente incastrato in questo ruolo; altri, più o meno consapevolmente, lo scelgono. E talvolta pretendiamo il riconoscimento di questo sforzo e ce ne andiamo in giro con scritto seriosamente in volto quante cose gravano sulle nostre spalle. In realtà c’è e sempre ci sarà un solo Atlante, che è Cristo, mite e umile di cuore, al quale andare e dal quale imparare per trovare riposo. Giovanni Battista lo salutò così: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,23), dove il verbo “togliere” in greco significa anche “portare sulle proprie spalle”. «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori […] per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,4s).

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