"Quanto ci manca la comunità". Viaggio nella Diocesi ai tempi del Coronavirus

È una prima domenica di Quaresima insolita quella appena passata. Le indicazioni della Diocesi hanno ribadito nessuna celebrazione,  Il Vescovo Claudio ha parlato di un “inizio provocatorio che indebolisce le nostre consolidate tradizioni”. Fra le comunità parrocchiali si percepisce una sensazione di smarrimento, di sconcerto e di insicurezza. ci si sente orfani, ma ci si chiede anche se tanta attenzione, tanti divieti non siano una esagerazione. Ci si chiede perché certe attività possono continuare, mentre le chiese devono rimanere ferme. Si percepisce un senso di fatica, soprattutto fra i fedeli più anziani, legati alle celebrazioni e alla ritualità. Ma la mancanza dell'aspetto comunitario può essere occasione per dare risalto ad una Quaresima più personale  più familiare e diventare così occasione per rivalutarne il senso e riappropriarsi del suo significato più vero.

"Quanto ci manca la comunità". Viaggio nella Diocesi ai tempi del Coronavirus

C’è una sensazione di smarrimento, di sconcerto e di insicurezza fra le comunità parrocchiali in questi primi giorni di una Quaresima che quest’anno ha davvero un sapore insolito: nessuna celebrazione, ribadiscono le indicazioni della Diocesi. Un «inizio provocatorio», come lo ha definito il vescovo Claudio, che «indebolisce le nostre consolidate tradizioni». Proprio per questo però può diventare occasione per rivalutarne il senso e riappropriarsi del loro significato più vero.

«L’aspetto positivo che possiamo cogliere da questo inizio di Quaresima particolare – afferma don Leonardo Scandellari, parroco di San Prosdocimo a Padova– potrà essere valutato in un secondo momento. Una volta terminata l’emergenza, infatti, avremo modo di capire se questi appuntamenti erano abituali e la loro mancanza ha provocato un maggior apprezzamento, una considerazione diversa. Ci sarà un risveglio del senso di comunità?». San Prosdocimo è una parrocchia “difficile”, fatta di molti anziani che hanno vissuto questo periodo con sconcerto e dolore per il blocco delle pratiche tradizionali, contenti però che siano state messe in campo alcune alternative: «C’è consapevolezza che delle misure dovessero essere adottate – ribadisce don Scandellari – ma ci si chiede anche: questa prudenza era necessaria? Ci potevano essere delle eccezioni? È così pericoloso incontrarsi in chiesa?».

Questi interrogativi sorgono da più punti nella Diocesi: le porte delle chiese infatti sono sempre aperte, chi vuole può recarsi per una preghiera. Stop però a tutte le attività, alle celebrazioni, agli incontri. Chiusi i centri parrocchiali. Ma stiamo esagerando?  «Fra i miei parrocchiani e i fedeli che continuano a recarsi in chiesa c’è sconcerto – sottolinea mons. Sandro Panizzolo, parroco del Duomo di Monselice – perché alcune attività restano aperte, nonostante siano ad alta frequentazione, mentre le celebrazioni in chiesa no? Naturalmente ci si attiene con fedeltà alle indicazioni, si accetta con maturità, obbedienza e senso di responsabilità. Questa disparità però, non si può negarlo, ha creato disagio e anche sofferenza. A Monselice abbiamo potuto celebrare nelle cappelle private dei tre conventi, ma altre soluzioni, via streaming ad esempio, sono solo dei palliativi e la televisione e la Diocesi già ne offrono diverse cui fare riferimento. Il virtuale non può sostituirsi al reale perché viene a mancare il momento celebrativo comunitario, la presenza, quell’aspetto importante che una messa trasmessa in televisione non può dare».

«Come altre parrocchie - racconta don Paolo Scalco, parroco di Limena – avevamo programmato la Settimana della comunità fino al 2 marzo, con una lectio divina, una cena parca per gli operatori pastorali come occasione per stare insieme e una celebrazione la domenica con un'animazione più corposa e curata nell’introduzione, nei canti, nell’eucarestia e nell’offertorio. Naturalmente è tutto saltato. La chiesa è sempre aperta e più di qualche parrocchiano passa, entra, si raccoglie in preghiera. Per la prima di Quaresima abbiamo celebrato a porte chiuse, in cappellina, trasmettendo via streaming, non tanto per sostituirci alla televisione e alle tante celebrazioni che si possono trovare, quanto per coltivare un senso di comunità. Siamo una comunità e cerchiamo comunque di meditare insieme la Parola di Dio anche se ogni famiglia è chiusa nella propria abitazione. Diamo così un segno, seppure piccolo, di unione».

Il senso di comunità è proprio quello che viene a mancare, raccontano i parroci. Le persone, le famiglie, reclamano una normalità fatta del ritrovarsi insieme, celebrare l’eucarestia, recitare una preghiera comunitaria. «A noi parroci manca la comunità – afferma anche don Francesco Mascotto, parroco di Dolo – e alla comunità manca il ritrovarsi insieme. Manca qualcosa, il contatto. È vero, ci si ritrova comunque, in piccoli gruppetti, perché chi vuole può entrare in chiesa, ma è una chiesa senza organizzazione, manca il rapporto comunitario e soprattutto la normalità, la quotidianità. Qui nessuno gira con la mascherina, ma il disagio si avverte. Ci sentiamo orfani. C’è un gruppetto di fedeli che si ritrova per recitare il rosario, perché il desiderio di preghiera è forte e permane, nonostante l’emergenza. Ma si percepisce il desiderio di celebrare insieme, di tornare a essere comunità unita anche nelle celebrazioni».

La vivacità tipica della Riviera del Brenta, soprattutto nel periodo che precede l’inizio della Quaresima, con le sfilate di carnevale e le varie feste, si è momentaneamente spenta. «Siamo tutti bloccati – ribadisce don Davide Zaffin, parroco della vicina Cazzago di Pianiga – soprattutto da quando sono stati comunicati i casi di Dolo e Oriago, nostre vicine. C’è stato un rallentamento della vita. Per la prima di Quaresima sono state proposte una adorazione alla mattina e una al pomeriggio, abbiamo distribuito i fogli predisposti dalla Diocesi, abbiamo cercato di comunicare attraverso il sito, via Whatsapp nei vari gruppi, anche con Facebook. Ma in giro ci sono poche famiglie, poche persone, c’è poco fervore. È triste vedere il patronato chiuso, le stanze silenziose, nessuna voce che risuona. La speranza naturalmente è che si torni alla normalità e che questo momentaneo periodo di stallo sia un’occasione per rivedere la propria partecipazione alla vita della comunità, che si risvegli la voglia di ritrovarsi, di ripartire».

E poi ci sono gli anziani: alcuni infermi, chiusi in casa al di là del Coronavirus, altri smarriti, privi di quel punto di riferimento che può rappresentare il parroco e la propria parrocchia. Anziani sbigottiti e disorientati di fronte a decisioni che sembrano contraddittorie e dallo stravolgimento delle pratiche religiose tradizionali. «Abbiamo colto le indicazioni della Diocesi e del nostro vescovo Claudio – afferma don Francesco Santinon, parroco di Valdobbiadene – Qui parrocchia e territorio si identificano e la gente è molto smarrita, spiazzata a livello sociale e anche ecclesiale. È una parrocchia anziana: non poter celebrare normalmente i funerali, ad esempio, ha creato sgomento, gli anziani si sentono mortificati. Così per il Mercoledì delle Ceneri e la prima domenica di Quaresima: abbiamo pensato di proporre qualcosa di “tecnologico”, via streaming, ma sono solo palliativi. Penso invece che la mancanza di celebrazioni sia un motivo in più per tenere aperte le chiese e dare la possibilità alle persone di raccogliersi in preghiera, distribuendo loro anche le riflessioni proposte dalla Diocesi per dare così spunti di raccoglimento. Il sabato santo nella nostra parrocchia si celebreranno i sacramenti: cosa faremo? Come procederà il cammino di iniziazione cristiana? Come coinvolgeremo le famiglie? Nei sacramenti la dimensione relazionale, comunitaria e di reciprocità non è forma, ma sostanza: dovremo quindi capire, anche a livello vicariale, come rimodulare il percorso se l’emergenza permane a lungo».

Silenzio e preghiera "libera" portano a Dio

«Abbiamo dovuto rinunciare alle celebrazioni – scrive don Paolo Scalco alla sua comunità di Limena – Certamente è stata una difficoltà, ma questi giorni ci hanno offerto la possibilità di coltivare la nostra figliolanza con il Padre o in chiesa o, meglio ancora, a casa nostra, con il silenzio, con la preghiera personale e slegata da formule fisse e altro, che il nostro cuore ci ispirava».

Villa di Teolo, affrontiamo la paura da soli

«Si percepisce un senso di fatica – racconta don Pierluigi Barzon, parroco di Villa di Teolo – forse la possibilità di incontrarsi e pregare insieme poteva essere occasione per superare il senso di timore e paura che invece così viene lasciato al vissuto personale».

Este: recuperiamo l'aspetto personale della fede

«Ogni esperienza spirituale ha una aspetto comunitario e uno personale – afferma don Franco Rimano, parroco di Este – Nell’emergenza ci viene chiesto di valorizzare di più l’aspetto personale: non è individualismo, ma ricerca di un momento personale per pregare e fare un breve cammino. Poi ci sarà tempo per recuperare l’aspetto comunitario. Per la prima domenica di Quaresima la chiesa è stata aperta al mattino per l’adorazione. All’ingresso le persone hanno trovato uno schema per la preghiera personale e così anche tramite mail e sito internet abbiamo dato alle famiglie indicazioni per pregare insieme. È un semplice invito a vivere una Quaresima più personale e in famiglia»

pezzo sbloccato domenica 8 marzo

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