Umili alle porte d'Etiopia. Intervista al vescovo Claudio al ritorno dalla visita alla nuova missione

Intervista al vescovo Claudio al ritorno dalla visita alla nuova missione che sta prendendo forma nel rispetto di un contesto del tutto inedito per la Chiesa di Padova. C'è attesa per le elezioni di maggio, nel frattempo i nostri missionari si prenderanno cura di tre comunità. Non andiamo con le nostre sicurezze di persone colte, occidentali, ricche, ma con un atteggiamento molto più umile.

Umili alle porte d'Etiopia. Intervista al vescovo Claudio al ritorno dalla visita alla nuova missione

«Ho avuto come la sensazione che noi stiamo bussando a un mondo che ancora non conosciamo. Dobbiamo ancora entrarci e non sappiamo che cosa c’è». La “visita pastorale” all’ultima nata tra le missioni della Chiesa di Padova è appena terminata quando il vescovo Claudio inizia a parlare. L’Etiopia, la Prefettura apostolica di Robe, gli incontri anzitutto con i missionari don Nicola De Guio, don Stefano Ferraretto ed Elisabetta Corà prendono vita nel mix di immagini, sensazioni e riflessioni che mons. Cipolla racconta a poche ore dal rientro dalla sua prima volta nel Paese dell’Africa orientale da quando, a gennaio, ha inviato i tre fidei donum.

Vescovo Claudio, com’è andata la visita alla nostra missione?
«Sono stato contentissimo di questo viaggio, sono partito con alcune domande e sono tornato con le mie domande. Però con la gioia di non averle più da solo ma di averle condivise con i nostri tre… potremmo dire “esploratori”, perché siamo in un contesto del tutto nuovo per noi».

Quale realtà ha trovato in Etiopia?
«Ero già stato in Etiopia in passato in più occasioni, ma rispetto ad allora ho visto un mondo nuovo. La città di Kofele è stata separata dal Vicariato apostolico di Meki di cui faceva parte prima ed è stata costituita la nuova Prefettura apostolica di Robe (lo stadio embrionale per una Chiesa locale che poi può diventare Vicariato e infine Diocesi, ndr). Questa Prefettura ha la caratteristica di essere abitata dal popolo Oromo e dall’islam, per cui ho avuto una sensazione di grande novità».

Ci arrivano notizie di tensioni etniche dall’Etiopia, in particolare tra i popoli Amara e Oromo. Questa situazione tocca anche l’area in cui operano i nostri missionari?
«La riguardano in modo particolare, perché il territorio di Robe è nella quali la totalità islamico, intorno al 95 per cento (e i disordini vedono su due schieramenti opposti cristiani e musulmani). I figli dell’islam stanno crescendo fin quasi a lambire, se già non l’hanno superata, la maggioranza, e questo crea appunto degli interrogativi. Dunque ecco la prima domanda: qual è il contesto politico nel quale ci inseriamo? Parlando, nei molti incontri avuti con padre Paolo Angheben, in Etiopia da decenni, con l’arcieparca di Addis Abeba card. Berhaneyesus Demerew Souraphiel e col vicario apostolico di Meki Abraham Desta, oltre al prefetto di Robe padre Angelo Antolini, ho avuto la sensazione che siamo in un momento particolarmente delicato e impegnativo per l’Etiopia. In maggio ci saranno le elezioni, da cui dipendono le tensioni attuali, e non sappiamo che Paese uscirà dalle urne. Oggi convivono tanta povertà e una grande tensione di sviluppo, con una forte presenza della Cina e dell’Arabia, anche se indirettamente, con percorsi che noi ancora non abbiamo conosciuto con precisione e questo non è un fattore secondario».

Questa povertà come interroga la nostra missione?
«È uno dei temi sui quali ci siamo soffermati, una delle domande che ci siamo posti con don Nicola, don Stefano, Elisabetta e don Raffaele (Gobbi, direttore dell’Ufficio missionario, ndr) che mi ha accompagnato: qual è il senso della nostra presenza in questa terra di grande tradizione storica e presenza islamica? Se in genere noi andiamo in terre di popoli più poveri e ci approcciamo con i nostri servizi sociali, cosa che anche qui già è stata intrapresa, io mi domando se deve essere questa la strada, cioè di andare con le nostre scuole, i nostri ospedali, le nostre realtà di tipo sociale. La questione rimane aperta».

Durante il suo viaggio sono state prese delle decisioni operative per quanto riguarda il servizio dei nostri missionari?
«Ho avuto la sensazione che non siamo ancora in questa fase. Dobbiamo innanzitutto ascoltare, capire, conoscere quel territorio. I nostri tre missionari stanno lavorando molto bene, sono consapevoli del loro essere stranieri e stanno entrando con grande delicatezza in quella realtà. Questo mi ha dato molta soddisfazione e tanto coraggio. Sono consapevoli, loro tre, dell’importanza dei passi che stanno facendo con noi e per noi. Non sappiamo ancora che cosa faremo lì e io stesso sono contento che non lo sappiamo, che non andiamo con le nostre sicurezze di persone colte, occidentali, ricche, ma con un atteggiamento molto più umile, perciò non abbiamo ancora individuato quale sarà lo stile della nostra presenza e nemmeno il suo senso. Intanto siamo lì come piccolo gruppo che avrà bisogno di collaborare con gli altri gruppi di missionari presenti in loco. Può essere una semplice presenza, ad esempio, che si apre per noi. Dovremo contattare famiglie del posto, conoscere le altre realtà religiose, darci un tempo più lungo di quello che avevamo previsto per l’inserimento e la conoscenza e l’apertura di reazioni: stiamo bussando alla storia e alla vita di altri».

C’è un episodio del viaggio che vuole condividere?
«Mentre parlavamo con don Nicola De Guio, abbiamo attraversato una delle vie centrali di Kofele, molto densamente abitata, molto vivace. I bambini e non solo ci venivano incontro chiedendoci immediatamente soldi: il solo fatto che siamo bianchi ci ha fatto collocare tra quelli che danno delle cose, mentre noi vogliamo essere là con un atteggiamento diverso, fraterno, amichevole, che sa stare con loro in modo molto semplice, più familiare».

Diventa centrale allora il tema dell’inculturazione della fede in quella realtà, di cui il recente Sinodo Panamazzonico ha parlato molto.
«Per questo ancora non sappiamo quale sarà il nostro stile missionario. Il vicario apostolico di Meki mi ha riferito una frase di un missionario che ho conosciuto, un tempo attivo a Jighessa: “Non sono venuto qui per aiutare i poveri, ma per stare con i poveri”. Lo stare in una comunità, in una famiglia, in una realtà, richiede una qualità di vita di fede che noi dobbiamo maturare, vuol dire saper condividere quello che è più importante e non secondario. Anche Gesù nel Vangelo di Giovanni dice “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”. Abbiamo bisogno di mantenere un atteggiamento umile, sono contento perché i nostri tre missionari, che lo hanno maturato, lo vivono non come una frustrazione, ma come una sfida».

Come possiamo, da Padova, stare loro vicini?
«Anzitutto con la preghiera, perché loro sono in un contesto veramente esposto, vengono letti e interpretati per tutti i particolari che mettono in atto. In secondo luogo la nostra fraternità e la nostra amicizia: loro devono sapere che in Etiopia con loro c’è la chiesa di Padova, qualche volta anche le offerte che raccogliano credo che portino anzitutto questo messaggio: “vi siamo vicini”. E poi informiamoci sull’Etiopia, apriamo un collegamento, occasioni d’incontro. Interessiamoci, non è più una terra straniera. Deve diventare per noi una terra vicina, perché ci sono dei nostri amici-fratelli».

L'intervista a don Claudio anche in video

Su www.difesapopolo.it e www.diocesipadova.it è possibile vedere la versione video dell'intervista al vescovo Cipolla al suo ritorno dal viaggio in Etiopia realizzata in collaborazione con l'Ufficio per le comunicazioni sociali della Diocesi di Padova.

In arrivo altri missionari da Villaregia

Nel giro di alcuni mesi a Kofale giungeranno altri missionari provenienti dalla comunità di Villaregia, nel Rodigino. «Siamo molto contenti che stiano arrivando altri missionari nella Prefettura – raccontano i nostri fidei donum – Alcuni della comunità di Villaregia già li conosciamo, perché abbiamo vissuto assieme il mese di preparazione al Cum di Verona lo scorso anno, e sappiamo che desidereranno collaborare. Qui le distanze non facilitano l'incontro, ma sappiamo che nell'autonomia della gestione delle aree pastorali, degli stili e sensibilità, sarà possibile condividere esperienze, intuizioni e desideri, come quello di dare una identità a questa Chiesa nascente».

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