Smart working finito, ma non per i caregiver. Un bene o un male?

La proroga del “lavoro agile” per i caregiver familiari (oltre che per i lavoratori fragili) è un'opportunità o un rischio? Barbieri (Cese): “Rischio isolamento”. Sabina: “Grazie allo smart working, ho lavorato per la prima volta da quando è nato mio figlio. E mi sono sentita altro, oltre che caregiver e casalinga”

Smart working finito, ma non per i caregiver. Un bene o un male?

Quasi tutti i dipendenti pubblici e molti privati sono tornati in presenza nei luoghi di lavoro, a partire dal 15 ottobre. Possono restare in smart working fino al 31 dicembre, invece, i lavoratori fragili e i caregiver familiari, in virtù dell'articolo 2-ter della legge 133/2021, che ha introdotto la proroga del “lavoro agile” fino al 31 dicembre per i caregiver familiari, oltre che per i lavoratori definiti “fragili”.

Ma cosa significa smart working per chi ha un familiare con disabilità da assistere e di cui prendersi cura? E' un'opportunità, o piuttosto un rischio, che condanna il caregiver familiare a un isolamento sempre più drammatico, costringendolo a dividersi tra il proprio lavoro e quello che dovrebbe essere svolto da professionisti a domicilio? Redattore Sociale lo ha chiesto a Pietro Vittorio Barbieri (vice presidente Gruppo 3 Diversity Europe e presidente Gruppo Studi Disabilita Comitato Economico Sociale Europeo) e ad alcuni caregiver familiari, che ci hanno raccontato (alcuni lo faranno nei prossimi giorni) la propria personale esperienza e il proprio punto di vista.

Barbieri: “Rischio isolamento da non sottovalutare”

“E' tutto nuovo, per tutti. Da tempo, in Italia ed Europa, si parla di telelavoro come strumento utile per i lavoratori con disabilità, ma i timori che questo potesse essere un modo per escludere le persone dal loro contesto sociale e professionale ha sempre frenato. Di fatto, è così: più si potenzia lo smart working, più si rischia che l'inclusione venga meno, per le persone con disabilità. Ed è questa la considerazione che prevale nei documenti europei e dei singoli Paesi, quando si parla di telelavoro per le persone con disabilità”. Per quanto riguarda invece i caregiver familiari, la questione è ancora più immatura: “Il tema in Europa è esploso con il covid: in questa fase di pandemia tutti i Paesi, comprese Francia e Germania, dove il welfare è molto presente e sviluppato, i genitori delle persone con disabilità sono usciti dal lockdown tutti molto provati. Ora si stanno facendo studi e analisi, dati ancora non ce ne sono, ma c'è il sospetto che il prodotto dello smart working sia principalmente l'isolamento, soprattutto delle madri. Non si può dare una risposta facile a un problema così complesso, che certo non si risolverà dando un po' di soldi e lo smart working per stare a casa. Finora però non ci sono documenti o studi a cui fare riferimento, proprio perché la discussione sui caregiver familiari, che in Europa si chiamano 'assistenti informali', è solo all'inizio. In Italia, poi, la situazione è ancor più complicata, perché mentre altri paesi europei hanno messo in piedi servizi, magari segreganti, che tuttavia sollevano il familiare, dal carico dell'assistenza, in Italia i servizi sono pochi e scarsi e i familiari, come le organizzazioni della società civile, da almeno 50 anni combattono contro l'istituzionalizzazione, che all'Onu chiamavamo, ai tempi della discussione della Convenzione, 'carcerazione di fatto senza aver commesso reato'. Noi vantiamo un sistema di partecipazione civica e ribellione che costruisce un paradigma diverso: anche per questo, il 'lavoro' del caregiver familiare è ancor più faticoso. E più complessa la conciliazione con un lavoro diverso da quello di cura, che però deve essere garantita, con un'attenzione sempre prioritaria alla piena inclusione”.

Sabina: “Per me lo smart working è l'unico lavoro possibile”

Sabina Ghervasuc, mamma di Sabin, un bambino di 6 anni con una rara malattia gravissima, ha sperimentato lo smart working per la prima volta lo scorso anno: “Era la prima volta che lavoravo, da quando ho avuto Sabin. Avendo lui bisogno di assistenza h24 e avendo noi solo poche ore di domiciliare, avevo dovuto rinunciare al lavoro. A portare i soldi a casa, è da 6 anni solo mio marito. Per situazioni come la nostra, con un bambino gravemente disabile, lo smart working è una salvezza: uscire da casa per andare a lavorare, pensando a lui che è a casa e che potrebbe avere una crisi, è praticamente impossibile: smart working allora significa poterlo tenere sempre sotto controllo, esserci in caso di necessità, ma intanto lavorare e distrarmi. Ho lavorato per un call center lo scorso anno, da giugno a settembre, dalle 14 alle 18: chiamavo le persone per proporre corsi per personale Ata. Per me è stato importante, era un modo per svagarmi: la mattina mi occupavo di Sabin, il pomeriggio avevo questa diversa responsabilità. Mi sentivo utile, finalmente non era solo mio marito a mantenerci, ma potevo offrire anche il mio contributo, per quanto piccolo. Sentivo la testa che finalmente si distraeva e mi percepivo non soltanto come casalinga e caregiver, ma come lavoratrice. Purtroppo non era una ditta seria: il contratto era fittizio, sono spariti senza pagarmi. Volevo denunciarli, ma poi Sabin è stato male e non ho avuto più la testa. E' stata comunque un'esperienza importante per me. Spero che possano essercene altre: lo smart working mi permette di guardare al lavoro come a una reale possibilità anche per me”.

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)