Dalla necessità all'urgenza di cambiamento: Marco Bentivogli e le ultime frontiere del lavoro

Un'intervista esclusiva all'ex segretario della Fim Cisl per parlare di lavoro fra le ultime frontiere dello smart working e un sistema paese riottoso alle innovazioni fin dai tempi della tv in bianco e nero. 

Il coronavirus ha, da questo punto di vista, accelerato i tempi ma sarà sufficiente a gettare le basi per un cambiamento radicale nei rapporti fra aziende, lavoratori e sindacato?

Dalla necessità all'urgenza di cambiamento: Marco Bentivogli e le ultime frontiere del lavoro

Marco Bentivogli, 50 anni, nato a Castelfranco. Una vita nei metalmeccanici della Cisl di cui è stato per 6 anni il Segretario generale almeno fino a quando, pochi mesi fa, non ha simbolicamente deciso di appendere la tuta blu al chiodo. Da allora la sua biografia su Linkedin è tutta un programma: Marco Bentivogli, attivista.

Oggi osserva e commenta i cambiamenti della società e del lavoro dalle colonne dei principali giornali italiani — il Foglio, il Riformista e la Repubblica, solo per citarne alcuni — e ha da poco dato alle stampe Indipendenti. Guida allo smart working , uno dei saggi più completi sull'argomento più discusso e abusato degli ultimi mesi, arrivato in libreria quasi in contemporanea con la nascita di Base italia , l'associazione culturale fondata dallo stesso Bentivogli con Carlo Cottarelli, il gesuita Francesco Occhetta e altri che si prefigge l'obiettivo di favorire la crescita italiana. 

D: Bentivoglinel suo libro InDipendenti: Guida allo smart working dedica ampio spazio a spiegare la differenza fra smart working e telelavoro, la modalità che abbiamo imparato maggiormente a conoscere durante la pandemia. Perché ritiene che confondere i due concetti rappresenti un errore così rilevante?

R: E’ un errore perché da questa confusione sono nate gran parte delle critiche rivolte al lavoro agile. La conseguenza è quella di perdere un’opportunità per umanizzare il lavoro, migliorare il work-life balance, avere città più verdi, per citare alcuni benefici. Ma quello che abbiamo visto durante la pandemia, nella maggior parte dei casi, non era vero smart working bensì lavoro da remoto. 

«Mentre il telelavoro è lo stesso lavoro svolto in ufficio ma da casa, lo smart working, infatti, rivoluziona lo spazio e il tempo di lavora, non si fonda sul controllo del dipendente ma sulla fiducia, sull’autonomia nel raggiungimento dell’obiettivo e presuppone un cambio culturale».

Non riguarda solo i lavoratori coinvolti: cambia l’impresa, la mentalità, le gerarchie, le culture organizzative. Tutti temi che organizzazioni e imprese sposano in tutta la convegnistica ma che, digerite le tartine, voleranno via con le bollicine del «seguirà aperitivo». Quello del controllo è lo strumento principe del management contemporaneo, lo si voglia ammettere o no. Perché la finalità principale della maggior parte delle organizzazioni economiche non è quella di creare valore condiviso attraverso l’azione coordinata e cooperativa di diversi soggetti, ma piuttosto «indurre i lavoratori ad agire nell’interesse dei loro datori di lavoro.

D: In questi mesi il lavoro da remoto è stato fortemente incentivato, spesso in deroga ai contratti nazionali e ai regolamenti aziendali. Nel suo saggio scrive che il sindacato deve passare dalla protezione alla promozione del lavoratore, evidenziando la necessità di superare logiche e schemi ormai datati. Dal suo punto di vista privilegiato di chi il mondo del sindacato lo conosce bene, questo cambiamento sta avendo luogo?

R: Il cambiamento se prima era una necessità ora è un’urgenza. Eppure, non vedo attualmente quel coraggio riformista, quella capacità di coinvolgere ed ascoltare le parti, di progettare a lungo termine che servirebbe a cogliere l’opportunità che questa pandemia, nonostante tutto, ci sta offrendo. Il nostro Paese ha davanti a sé l’ultima occasione per rafforzarsi in modo strutturale ma per centrare questo obiettivo occorrono strategie coerenti e in questo Base Italia può fare molto. L’Italia può far tutto tranne che sommare i progetti sulle scrivanie ministeriali. Dopo il catalogo primavera-estate di bonus, bisogna recuperare una visione del Paese e costruire politiche coerenti. Se non abbiamo la forza in politica estera per filoni europei di utilizzo del Next Generation EU, non possiamo trascurare, ancora una volta, i nostri deficit strutturali. Servono politiche utili a costruire habitat più favorevoli allo sviluppo delle persone e delle imprese. Abbiamo troppe imprese piccolissime e sole. Bisogna mettere insieme i due piani strategici: sulla ricerca il Piano Amaldi e il piano per un Fraunhofer Italia.

Lo smart working è un terreno importante su cui la Fim ha lavorato a fondo: nuove modalità organizzative significano nuovi doveri e nuovi diritti e richiedono quindi un approccio nuovo alla tutela di questi ultimi e, in generale, implicano il passaggio da una visione di protezione a una di promozione del lavoratore.

InDipenenti, pag. 14

D: Se il lavoro sta cambiando, dovranno cambiare i luoghi di lavoro. Uno dei fenomeni più interessanti verificatisi in questi mesi è il cosiddetto south working, il "ritorno al sud" dei lavoratori che hanno sfruttato la possibilità del lavoro da remoto per tornare nei paesi d'origine lasciandosi alle spalle le città del Nord Italia. E', a suo avviso, un fenomeno destinato a durare?

R: Senza le adeguate infrastrutture e con alcuni territori in cui è persino assente la banda larga direi che è un fenomeno non destinato nemmeno a iniziare, oltre che a durare. Il problema è che per molti professoroni il sud Italia deve rimanere un buen retiro, niente tecnologia, niente di niente. In questo il nord e il sud sono uniti da un problema comune sul futuro del lavoro.

Homeworking anche per il fisco - In Germania i dipendenti che lavorano a casa vogliono detrarre le spese della stanza utilizzata.

articolo di Roberto Giardina per Italia Oggi

D: Come possono fare i piccoli centri per rendersi attrattivi per l'insediamento dei nuovi nomadi del lavoro da remoto? Investire nell'ammodernamento delle reti digitali è sufficiente?

R: Le infrastrutture sono una condizione necessaria ma non l’unica. Molto utile sarebbe investire negli SmartWorkHub riutilizzando gli spazi lasciati vuoti, dove avere postazioni confortevoli, con una buona connessione, un buon ristoro, qualche piccola sala riunioni o formazione ed evitare di rinchiudersi nella “caverna” casalinga.

D: L'impatto dei nuovi strumenti e metodi di lavoro è trasversale e ha coinvolto anche settori molto tradizionali come la produzione delle autovetture. Nel suo precedente saggio, Fabbrica Futuro , raccontava l'evoluzione anche culturale da Fiat a Fca vista dall'interno delle fabbriche: cos'ha da insegnare la trasformazione dell'industria dell'auto nazionale ad altri comparti della nostra impresa?

R: Tanto in particolare rispetto alla falsa credenza per cui l’innovazione tecnologica cancella posti di lavoro. Nel libro-inchiesta Fabbrica Futuro, con Diodato Pirone, vogliamo proprio spiegare quanto il caso americano della fusione Fiat-Chrysler può insegnare ad un Paese manifatturiero come l’Italia. Una svolta che fu colta in tutta la sua portata dalla FIAT sotto la guida di Sergio Marchionne ma che non è stata mai assimilata e ben compresa dal Paese in generale. Eppure, con quella manovra l’industria italiana è tornata a creare posti di lavoro, che a fine 2018 sono risaliti intorno a quota 4milioni, con una crescita di 2.5 punti percentuali circa nel biennio 2017-2018. L’opinione pubblica italiana semplicemente continua a ignorare che dagli stabilimenti italiani di Fiat Chrysler nel 2019 sono usciti tra gli 800 e i 900mila veicoli, vi lavorano 57mila persone che assicurano fra il 2 e il 3 per cento del Pil e oltre 20miliardi di export. Questi stabilimenti, inoltre, rappresentano la punta di un iceberg di una filiera composta da 2190 aziende della componentistica, che generano 46miliardi di fatturato, hanno 156mila addetti e garantiscono circa 5miliardi di attivo della bilancia commerciale.

D: Fra le numerose citazioni contenute in InDipendenti, diverse appartengono a Papa Francesco. Quale ruolo può avere la chiesa in questa difficile stagione di transizione ed evoluzione sociale, economica e culturale?

R: Un ruolo importante come di fatto sta avvenendo. L’economia di Papa Francesco è prima di tutto un’economia civile con una visione ecosistemica della realtà, volta ad affrontare la complessità del nostri tempi, totalmente assente dalla politica. Il Santo Padre lavora su orizzonti lontani e non secondo il ricatto del breve termine di cui è prigioniera, al contrario, la politica. Il suo è un messaggio dirompente che supera la discussione tra mercatisti e antimercatisti per dire che ogni progetto umano deve avere l’uomo come fine e non come mezzo, con una particolare attenzione alla protezione dell’ambiente, il cui degrado va di pari passo col degrado sociale.

Il lavoro non finirà, sta cambiando radicalmente. Ricostruirne le architetture portanti è una sfida formidabile a cui tutti siamo chiamati.

InDipendenti, pag. 170

Quando la pandemia ha bussato alle nostre porte, nell'inverno scorso, nessuno aveva davvero colto l'effetto rivoluzionario che avrebbe avuto sulle nostre vite. Una settimana di quarantena e un dpcm dopo l'altro, la forma stessa della nostra società è stata prima limitata, ridimensionata ed infine completamente rimessa in discussione dalla necessaria convivenza con il virus in attesa che non si trovino cure e vaccini realmente efficaci.

Dietro ogni grandi sfida si cela sempre un'opportunità, a cominciare dal ripensamento del concetto stesso di lavoro. «Il tempo è superiore allo spazio» ha ribadito più volte papa Francesco, un'esortazione dirompente ad impegnarci per migliorare le nostre vite a cui non si può rimanere indifferenti. Cambieranno le abitudini, le routine ma non è scritto che cambino in peggio, dipende tutto da noi.

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