Patatine e non solo: ossessionati dalle suore

Ci siamo appena lasciati alle spalle l’ennesimo “panico morale”, l’ennesimo incidente mediatico costruito ad arte sull’uso “disinvolto” della simbologia cristiana.

Patatine e non solo: ossessionati dalle suore

Uno degli aspetti che mi ha colpito di più della pubblicità delle patatine scambiate con le ostie lo ha notato Guido Mocellin, curatore della rubrica Wikichiesa su Avvenire, su re-blog.it (il post della rivista di approfondimento Il Regno): «Lo spot utilizza un doppio stereotipo – scrive – ai danni delle donne e ai danni delle religiose, per ritrarre la suora che ha messo le patatine al posto delle particole: di età matura, grassoccia (vogliamo parlare di body-shaming?), golosa e, a quanto pare, non più capace di alcuna devozione». Gianluca Nicoletti, su Melog di Radio24, ha invece sottolineato il sottotesto sessuale riferito alle giovani novizie in fila per la comunione, bellissime ma corruttibili, sospinte verso il piacere da quel simbolo – la patatina – che lo stesso brand aveva associato a un noto pornoattore. In mezzo ci sono le suore: sempre più simboli, sempre più maschere monodimensionali. Il 12 aprile la Cnn si interrogava sul “Perché la cultura pop è ossessionata dalle suore?”, tra film horror in cui sono a turno o mostri orripilanti o eroine senza macchia, fino a “costume” da indossare nelle copertine patinate da celebrità come Rihanna. La suora è onnipresente anche in anime e manga giapponesi: in un Paese in cui i cristiani sono esigua minoranza la veste religiosa è immediatamente richiamo a una serie di connotati da confermare, da parodiare o da capovolgere. Penso alle mie amiche suore, molto diverse tra loro, molto più complesse di una secchiata di stereotipi, e penso al peso che hanno addosso, un peso che comprende le aspettative, i pregiudizi, le idee che impediscono alla gente là fuori di incontrarle come persone, e di lasciarsi sorprendere da loro.

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