"Chi fa i conti senza l’oste mangia un sacco di batoste"

La Difesa dell’11 agosto 1918 trascrive una filastrocca satirica pubblicata su La Tradotta, il giornale della Terza armata, che fa riferimento alla speranza frustrata degli austriaci di sfamarsi saccheggiando la pianura veneta.

"Chi fa i conti senza l’oste mangia un sacco di batoste"

Una spiritosa filastrocca, riportata nella prima pagina della Difesa del popolo dell’11 agosto 1918 (disponibile on line) porge l’occasione per parlare di due aspetti della prima guerra mondiale così come si andò configurando dopo Caporetto e ancor più dopo la battaglia del Solstizio, successo difensivo dell’esercito italiano. Il primo aspetto è la carenza alimentare che attanaglia progressivamente gli Imperi centrali, e l’Austria in particolar modo.

Il seeblokade, il blocco navale della Gran Bretagna nei confronti delle importazioni austrogermaniche, strangolò i due imperi, mentre la guerra sottomarina, che pure costò la perdita di un gran numero di navi mercantili dell’Intesa, alla lunga portò solo all’entrata in guerra degli Stati Uniti. Dopo il devastante inverno del 1916-17, detto steckrübenwinter, l’anno della fame, la situazione andò sempre peggiorando e l’occupazione della pianura friulana portò solo un effimero sollievo.

Più volte il governo austriaco dovette chiedere a quello tedesco non solo aiuti in armi e munizioni, ma anche in cibo. La popolazione civile era così indebolita che l’influenza spagnola nel 1918 causò centinaia di migliaia di vittime.

Su quella Vienna sorvolata dai biplani di d’Annunzio, in una sola settimana, morirono più di 800 persone, tra i quali il pittore Egon Schiele. E anche al fronte la situazione non era tanto migliore.

L’attacco di giugno aveva anche l’obiettivo di conquistare una fetta di pianura veneta per acquisire nuove risorse alimentari.

Ciò era noto anche in campo italiano, dove la situazione era sicuramente migliore, soprattutto per quanto riguarda i soldati al fronte, e fu motivo di una fitta vena satirica da parte di quel nuovo strumento di propaganda, inventato o almeno potenziato dal comando supremo di Diaz, costituito dai cosiddetti “giornali di trincea”. Erano “periodici” (di uscita piuttosto irregolare), nati perlopiù dopo Caporetto, che facevano capo alle varie armate, ma in qualche caso anche ai corpi d’armata o a singoli reggimenti, stampati talora con mezzi rudimentali e testi elaborati direttamente dalla truppa, talaltra con macchine tipografiche a colori e l’apporto di artisti e intellettuali di professione.

La filastrocca citata dalla Difesa è presa dall’ultima pagina del numero del 23 luglio de La Tradotta, il periodico della Terza armata che è forse il più famoso di questi giornali, perché si avvale di personaggi di spicco della cultura come il direttore Renato Simoni, già critico teatrale del Corriere della sera, e i redattori-disegnatori Enrico Sacchetti, Umberto Brunelleschi, Giuseppe Mazzoni, Antonio Rubino, Gino Calza Bini, Arnaldo Fraccaroli e Riccardo Gigante.

Gli articoli, le poesiole, le vignette rivelano in modo evidente l’intento di dare alla guerra una visione comica e ironica, usando spesso una feroce satira nei confronti del nemico. Il messaggio viene trasmesso attraverso alcuni “personaggi tipo” ricorrenti: Antonio Rubino scrive la rubrica “I consigli del caporal C. Piglio”, mentre Arnaldo Fraccaroli confeziona “Le lettere del soldato Baldoria” alla fidanzata Teresina. La Tradotta prende il titolo dai lenti convogli militari: in testata infatti è disegnato un fante a cavallo di una chiocchiola ed è stato pubblicato in 28 numeri, 25 normali a colori e tre supplementi in bianco e nero, nei giorni di Vittorio Veneto. Il suo primo ideatore, il colonnello Ercole Smaniotto, che morì di spagnola le ultime settimane di guerra, era il responsabile dell’ufficio “P” (per propaganda) della Terza armata. Questi uffici, istituiti nel marzo del 1918, avevano il compito di monitorare e sollevare il “morale” della truppa con tutti i mezzi possibili, dalle case per i soldati alle licenze premio, dagli spettacoli ai generi di conforto.

Alla stampa, come in questo caso: La Tradotta appartiene a quella categoria di giornali pensati e scritti nelle retrovie, diversi da altri, come L’Astico “giornale delle trincee”, che valendosi del contributo di un autore esperto come Pietro Jahier, si vanta di essere «tutto scritto, tutto composto, tutto stampato da soldati e si pubblica in faccia al nemico».

Il pericolo è quello di perdere la sintonia con l’esperienza quotidiana dei soldati lasciandosi andare a contenuti troppo costruiti e letterari. L’abuso della satira e dell’ironia appare certe volte forzato, soprattutto quando incita a un rancore continuo e martellante verso il nemico.

In genere i giornali di trincea sono privi di argomenti di carattere religioso, in sintonia con un’ufficialità laica indifferente, quando non ostile nei confronti della Chiesa e del Vaticano.

Va detto che esistevano anche giornali di carattere religioso, magari all’inizio rivolti ai sacerdoti, ma poi di più ampia diffusione, come la testata Mentre si combatte di Egilberto Martire, o come il foglietto stampato su iniziativa del vescovo di Padova. Il motivo religioso compare nella polemica antitedesca (benché anche gli austriaci fossero cattolici) come nella celebre “Madonnina blu”, la poesia di Renato Simoni pubblicata sempre da La Tradotta il 14 aprile 1918 e che molte nonne conoscevano a memoria. S’immagina il fantasma di papa Sarto, morto nel 1914, che entra in una chiesetta sul Piave e prega la Madonna: «La me perdona, Signora, se vegno a presentarme cussi a la Madona; ho da parlarghe, lo so, non son degno ma so che Ela la xe tanto bona! Son Papa Sarto; da un pezzo son morto, ma in sti paesi, Signora, son nato… (...) Anche sta sera go fato un zireto, me son stracà che l’età no perdona. Go dito: andemo a sentarse un pocheto e a far do ciacole co la Madona! Cossa ghe par, benedeta da Dio, de sti tedeschi? I xe pezo del lovo! La staga atenta, Madona, a so Fio, che se i lo ciapa i lo incioda da novo.

Go patio tanto, Madona mia bela, vedendo i nostri fradeli furlani in man de quei… (la perdona anca Ela se parlo mal)… de quei nati de cani! I roba tuto, i xe bestie, i bastona; fin ne le case sti sporchi i ne va; e quando i branca una povera dona, se la xe bela… Signor che pietà! Gnanca le ciese no xe più sicure! (...) I vien svolando, sti fioi de demonio, i va cercando le ciese, i ghe tira; ancuo San Marco, doman Sant’Antonio, e se i le fala, i ripete le mira… (...) In tute quante le ciese furlane – roba che spàsemo solo a contarla! – i gà robà fin le care campane; cussi le ciese no canta e no parla...».

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