«Manco arogansa». Sul web o in presenza, lo stile fa la differenza

Si parte ormai dalla preadolescenza per educare al contrasto dell’hate speech, il linguaggio intriso di violenza consapevole che spesso ferisce e lascia tramortiti a leccarsi ferite che, molto spesso, non si rimarginano più. Ma non solo sul web. Pocghi giorni fa indfatti a Trieste si è tenuto “Parole O_stili”, una due giorni che ha messo al centro il linguaggio, soprattutto quello che innerva i canali digitali. Si è partiti dalla constatazione che non esiste più una distinzione tra virtuale e reale, ma una sola esperienza di vita composta di parole e relazioni

«Manco arogansa». Sul web o in presenza, lo stile fa la differenza

«Manco arogansa» è un mantra mutuato dall’idioma veneto, con inflessione mestrina, lanciato dall’attore Gaetano Ruocco Guadagno (nella foto) in occasione dei suoi spettacoli e che negli ultimi giorni di carnevale è transitato parecchio tra il web e la vita in presenza. È una sorta di corrispettivo laico della cenere del mercoledì, un indizio che proveniamo dalla terra (Adam) e siamo destinati a tornare pulviscolo.

Di recente a Trieste si è svolto l’evento “Parole O_stili”, una due giorni che ha messo al centro il linguaggio, soprattutto quello che innerva i canali digitali. Uno dei risultati più interessanti della convention è stato il manifesto della comunicazione non ostile. Si è partiti dalla constatazione che non esiste più una distinzione tra virtuale e reale, ma una sola esperienza di vita composta di parole e relazioni in presenza e altre mediate dai dispositivi digitali. Il resto del decalogo sottolinea come ogni sfumatura del linguaggio richieda una presa in carico non solo del contenuto ma anche dello stile.

Soffermiamoci un istante sullo stile: non è vero che sia marginale rispetto al contenuto della comunicazione. Lo stile confeziona già buona parte del senso di ciascuno scambio tra uomini. Maleducazione e prepotenza attribuiscono già uno spessore umano e spirituale alla relazione, ancora prima di analizzarne il contenuto. Così nel web, come negli incontri in presenza, continuiamo a incrociare personalità forti che tentano di prevaricare, di imporre la loro visione o di dettare una sorta di visione unica ergendola a baluardo di verità.

La dolorosa vicenda di Fabiano Antoniani, ad esempio, il dj Fabo che ha scelto di mettere fine alla sua esistenza e che avrebbe meritato un doveroso silenzio, ha purtroppo suscitato una ridda di reazioni strumentali che hanno alzato i toni del confronto oltremisura. Questo chiasso digitale impedisce di pensare e valutare con lucidità.

Si parte ormai dalla preadolescenza per educare al contrasto dell’hate speech, il linguaggio intriso di violenza consapevole che spesso ferisce e lascia tramortiti a leccarsi ferite che, molto spesso, non si rimarginano più. Nello stesso modo con cui si contrasta l’arroganza nella dimensione digitale si dovrebbe poter sgretolare quella di chi ritiene ancora il web un trastullo per addetti ai lavori.

Per anni ho ascoltato la difesa di un uomo che giustificava la sua inettitudine ad abitare il continente digitale con la giustificazione che «non ci si può fidare» ma che soprattutto «il computer può sbagliare i calcoli ma la vecchia e cara penna con la calcolatrice, no». E la reazione più sorprendente si è manifestata nel fatto che chi lo attorniava, invece di sorridere, assentiva.

La cenere è prodotto del mondo analogico, la polvere – invece – popola gli interstizi digitali, intasa, blocca, surriscalda e, in definitiva, rammenta che tanto l’uomo come la macchina risentono di un limite intrinseco che, prima o poi, li proietta verso la fine dell’esistenza fisica. Una via originale per sopravvivere alla forzatura del digiuno digitale sembra quella indicata dallo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi che ha così descritto l’esperienza ottimale: obiettivi chiari, concentrazione totale sul compito, piacere intrinseco, perdita dell’autoconsapevolezza, distorsione delle coordinate spazio temporali, sfida. Chi entra in questo flusso è talmente coinvolto che, pensando all’ambito sportivo, l’esperienza si trasforma in trance agonistica. Alte sfide come antidoto all’arroganza digitale.

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