La vita dell’uomo. Oltre la vita. "Confezionare l'abito per le nozze eterne", il nuovo libro del vescovo Antonio Mattiazzo

Confezionare l'abito per le nozze eterne. È il titolo scelto dal vescovo emerito Antonio Mattiazzo per il suo nuovo libro che si sofferma sul fine e la fine della storia (escatologia) e mette a fuoco i "novissimi" categorie che il mondo contemporaneo sembra non essere più in grado di considerare. Don Andrea Toniolo, autore della prefazione, presenta il volume

La vita dell’uomo. Oltre la vita. "Confezionare l'abito per le nozze eterne", il nuovo libro del vescovo Antonio Mattiazzo

«L’amore è il filo d’oro che unisce cielo e terra, presente e futuro e rimane in eterno»: con questo passaggio il vescovo emerito Antonio Mattiazzo conclude il suo nuovo scritto Confezionare l'abito per le nozze eterne (Gregoriana Libreria Editrice, pagg. 480, euro 30) sulle questioni che riguardano il fine e la fine della storia (escatologia). Il filo d’oro con cui viene confezionato l’abito per le nozze eterne è la storia di amore tra Dio e l’uomo, che conosce una parola finale: “vita eterna”.

Non esistono molti scritti recenti sui “novissimi”: “vita eterna”, “paradiso”, “purgatorio”, “inferno”. Sembrano parole cadute in oblio. Perché? Nella mentalità scientifica contemporanea è difficile parlare di qualcosa che nessuno vede. La sicurezza economica, poi, rende sicuri nell’al di qua e rimuove le domande sull’al di là. Il benessere cambia l’aspettativa di vita, rispetto a Paesi poveri: da noi la speranza di vita è di 82 anni, in Mozambico è 42 anni. In condizioni di povertà economica e sanitaria l’uomo sperimenta maggiormente la fragilità della propria condizione, incontra quotidianamente la morte, e la domanda sul dopo si pone, inesorabilmente.

L’autore mette in luce anche un’altra ragione del silenzio sui “novissimi”: l’incapacità di trovare linguaggi e immagini adeguati per parlare in maniera credibile di questi temi. Anche la catechesi si è “secolarizzata”, si è preoccupata molto del fare, dell’agire, dell’esperire, “snobbando” le verità sull’eschaton, ritenute non rilevanti né culturalmente (anacronistiche) né socialmente (alimentano la fuga dalla realtà). Come parlare di eternità in un periodo in cui «si privilegia l’esperienza delle piccole unità di tempo a se stanti, separate le une dalle altre, che si succedono senza posa e senza continuità, come tempo frammentato»? Occorre ripensare la grammatica comunicativa della fede, riporre al centro l’idea cristiana del tempo e della vita eterna, che non è un’appendice del credere, ma il suo fondamento. Il Credo si chiude con la professione di fede «nella vita del mondo che verrà», o, stando alla versione apostolica, nella «vita eterna».

Il volume del vescovo emerito è articolato in ben quattordici capitoli, che hanno l’intento di rivisitare il linguaggio classico dei novissimi, attraverso i temi portanti quali la morte, il “giudizio” di Dio, il mistero del male, la Chiesa pellegrinante e, soprattutto, il mistero pasquale. 

Il capitolo di apertura è dedicato alla riflessione sulla speranza. Senza dubbio rappresenta uno dei varchi di comunicazione più importanti tra questi temi dimenticati e l’uomo contemporaneo. Non è pensabile l’umanità, anche la più sicura di se stessa, senza speranza. Che cosa ci è concesso sperare? Questa è la vera domanda escatologica, posta con chiarezza fin dall’inizio, quasi come una breccia nel muro dell’oblio verso i novissimi.

La strada che l’Autore ama percorrere non è una sterile speculazione ma la concretezza della letteratura biblica, patristica, spirituale, orientale, nonché della produzione artistica, della narrazione dei santi e degli scrittori moderni (Bernanos, Calvino, Beckett, Ionesco, Duerrenmatt, Papini, Peguy, Lewis, e molti altri). Un passaggio lapidario è quello di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov: «Che cosa è l’inferno? Così lo definisco: “la sofferenza di non poter più amare”».

Un libro voluminoso e ricco come questo ha alle spalle molte ore di studio, molte prove di scrittura e riscrittura, condite con tutto il bagaglio dell’esperienza personale e pastorale che il vescovo Antonio porta con sé. Mi viene in mente la parabola evangelica del padrone di casa che «estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).

don Andrea Toniolo
Facoltà teologica del Triveneto

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