Il diario della crisi: il principio della fine o la fine del principio?

Prima di cena, un diario quotidiano della crisi di Governo, cominciando dalle dimissioni del presidente Conte fino alla fiducia al nuovo governo Draghi.

Ultimo giorno del nostro diario, in attesa che nella notte la Camera si esprima con un voto favorevole al Governo.

Il diario della crisi: il principio della fine o la fine del principio?

Giorno 23

18 febbraio

Nel giorno in cui tutto si conclude e in cui legittimamente ci saremmo attesi di non aver più nulla da sentire, da dire e neppure da scrivere, nella notte le lancette sono tornate indietro di un secolo.

Gli anniversari così come le citazioni improbabili sono diventati, nel corso dei giorni, un piccolo diversivo per rendere la lettura di questo diario — che ha appena superato di slancio le 28 pagine — un po' più lieve ed ecco quindi che oggi facciamo memora di quando, nel '920, un rivoluzionario russo fu espulso dal suo partito. 

Era il partito comunista, era Lev Trotsky e in ballo c'era una piccolezza come la rivoluzione permanente da opporre a Stalin e al suo socialismo in un solo paese.

Fare paragoni è sempre fuori luogo ma quando si parla di minoranze di sinistra espulse da un partito la memoria non può che correre alla parabola di Trotsky anche se in ballo ci sono i destini di una pattuglia di 5 stelle dissidenti.

Nello specifico sono 15 i Senatori espulsi dal Movimento guidato da Vito Crimi per aver votato contro la fiducia a Draghi e un altro gruppo è atteso ala Camera dei Deputati dove si comincerà a votare nella serata.

Si tratta di un gesto di sicuro coraggio e di spiccata ortodossia ma dal dubbio valore politico: in un movimento dove si predica da anni la supremazia del parere degli elettori sulle idee degli eletti, l'espulsione dei dissidenti ne sancisce di fatto l'impossibilità di influenzare la linea del Partito e divide ulteriormente le già esigue forze della minoranza, disperdendole nel Gruppo misto.

La parola del giorno è, insomma, dissidente: dissidente è Nicola Morra che vota contro e si fa espellere, dissidente è Danilo Toninelli che pur avendo votato no su Rousseau si converte al in Senato evitandosi la purga.

C’è del sottile ragionamento politico nell’azione di Toninelli che oggi, con Di Battista e la minoranza interna fuori dai giochi, si staglia quasi solitario come prossimo candidato alla guida del Movimento. C'è da immaginare infatti che, qualora si dovesse scegliere fra un Crimi e un Toninelli, una più che discreta parte dei 5 Stelle sceglierebbe il secondo per rimarcare la propria distanza dall'affaire Draghi e dalle conseguenti purghe somministrate senza troppe remore dal primo.

Di fronte a tale vivace quanto inatteso dibattito interno, tutto il resto della cronaca rischia di passare definitivamente in secondo piano. Le prese di posizione di Mario Draghi contro la criminalità organizzata, la corruzione e in favore dell'attrattività del nostro Paese nei confronti degli investitori esteri: tutto si comprime, rimpicciolisce di fronte alla resa dei conti interna a quello che fu il più grande partito italiano.

In fin dei conti ieri Draghi l'aveva detto: questo è un governo politico, espressione di una ritrovata comunione d'intenti fra forze politiche diverse che pure non perdono la loro identità. «La somma dei particolarismi — ha però ricordato Bruno Tabacci nel suo intervento alla Camera —  non porta all'interesse generale, che di essi è la sintesi a livello più alto».

È questa forse la lezione più importante del giorno e fa piacere che ad impartirla sia uno dei primi protagonisti di questo diario: quello che, nella notte, riceverà la fiducia alla Camera non è solo un governo dalle ampissime maggioranze ma è un governo di solidarietà nazionale e quindi, inevitabilmente, di sintesi e di discernimento.

L'attività politica non è poi altro che il tentativo, a volte virtuoso e a volte maldestro, di mediare e di sintetizzare fra posizioni ritenute inconciliabili. «È meglio sbagliare insieme — ripeteva Aldo Moro — che avere ragione da soli» e se non si ha chiara in mente questa lezione, la politica non fa al caso proprio.  

Giorno 22

17 febbraio 

Come in una giostra tutto torna dov'era cominciato, in quell'aula del Senato dove a stento il governo Conte II aveva raccolto i cocci della propria maggioranza e dove, da decenni, si consumano i destini e si esauriscono le carriere dei ministri, dagli ultimi ai primi.

Mario Draghi prende la parola di fronte ad un'Aula svuotata dalla pandemia, con i Senatori disposti nell'emiciclo a scranni alternati.

Quello di Draghi sarà, nelle sue parole, un governo che «non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca, riassume la volontà, la consapevolezza e il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono». Niente attribuzioni al popolo che pare non necessitare più di avvocati ma neppure di portavoce.

Un discorso da economista, rigoroso e circostanziato. Coraggioso negli obiettivi ma concreto nelle problematiche da affrontare. Non è il discorso d'insediamento di un Kennedy — non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi... — ma neppure il grigio resoconto di un tecnico, è piuttosto il principio di una nuova normalità a cui dovremo abituarci.

«Non c'è sovranità nella solitudine — ha scandito il presidente Draghi — c'è solo l'inganno di ciò che siamo, nell'oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere».

Eccolo il manifesto di questo nuovo Governo, il perimetro dentro cui si svilupperà l'azione politica nei mesi a venire: «gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa». Un tratto di penna netto sul sovranismo, uno schiaffo al patriottismo di facciata che considera nell'unione solo il rischio di mettere in piazza debolezze proprie a discapito della prospettiva di trovarne una soluzione condivisa.

Mario Draghi è sempre lui, un oratore pacato ed emozionato. Sono lontani i tempi e la forza del whatever it takes ma anche di quanto rabboniva in inglese i parlamentari olandesi in una celebre audizione.

Oggi è la giornata dei discorsi accorati e di quelli scritti su un pezzullo di carta. C'è chi rivendica il ruolo delle autonomie, le necessità del territorio e chi da lezioni di macroeconomia a chi, fino a ieri, altro non era se non il più celebre esponente di quell'accademia.

«Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta». L'ambientalismo spiegato da chi, avendo salvato l'una può permettersi di sognare di salvare anche l'altro.

È il Parlamento, bellezza ed in Parlamento fioccano i distinguo, le fiducie à la carte di quanti, pur avendo chiesto l'opinione dei propri elettori su da farsi, avendone ricevuto un'indicazione difforme dai propri gusti si scoprono sostenitori dell'articolo 67 della Costituzione.

Il Senatore dismette quindi i panni attillati del portavoce — Danilo Toninelli avrà perso il dicastero ma non il numero del sarto che continua indefesso a confezionargli giacche troppo corte ed eccessivamente tirate sulle braccia — e diventa rappresentante della Nazione, forse non proprio di tutta ma di una cospicua minoranza.

È il piccolo capolavoro che passerà alla storia con il nomignolo dell'Azzardo di Mattarella: dopo aver polverizzato una classe politica già frammentata, ecco che dai calcinacci emersero le idee, i distinguo, le opinioni. Una giornata di dibattito parlamentare, di orazioni coraggiose talvolta vuote di concetti ma ricolme di sano spirito democratico. 

Mentre il dibattito parlamentare non accenna a perdere slancio — si voterà solo a tarda sera — il premio del giorno tocca ad una grande firma del giornalismo che, nell'editoriale di stamani, lamentava in Draghi una scarsa conoscenza della burocrazia, della politica e dell'amministrazione. Un'occhiata a Wikipedia, a volte, vale molto più del tempo che richiede.

Come disse un nostro giovane ministro: «a volte l'uomo inciampa nella verità, ma nella maggior parte dei casi si rialzerà e continuerà per la sua strada». O era Winston Churchill? 

Giorno 18

13 febbraio

E venne il grande giorno del giuramento del Governo. Corazzieri sugli attenti e il grande tavolo con il leggio, le cartelle e le penne per la firma.

Ci sono anche i tamponi per la carta assorbente, uno per lato del tavolo, testimoni immobili ed inutilizzati di chissà quanti giuramenti a differenza delle penne, continuamente sostituite e — si presume — igienizzate ad ogni sigla da un commesso in livrea.

È la giornata degli abiti scuri, delle camicie immacolate e delle mascherine tutte bianche e tutte ben indossate. Si distinguono solo Roberto Cingolani, completamente in grigio finanche la cravatta, e Patrizio Bianchi con un girocollo di lana sotto la giacca a stringere ulteriormente il nodo alla cravatta.

A sancire l'ufficialità del momento, il picchetto d'onore dei lancieri di Montebello ad accogliere Mario Draghi nel breve tragitto fra l'uscita del Quirinale e la solita station wagon grigia: non c'erano nei giorni scorsi, ma oggi eccoli schierati a salutare il Presidente del Consiglio dei Ministri. 

E mentre Enrico Giovannini esce a piedi dal Quirinale — dando avvio ad una nuova tipologia di ministri: dopo quelli con e senza portafoglio, è il tempo di quelli con ombrello —, Barbara Lezzi fa capolino dal rullo delle breaking news: «chiediamo che venga immediatamente indetta nuova consultazione con un quesito in cui sia chiara l'effettiva portata del ministero [il famoso super-ministero green voluto da Grillo] e che riporti la composizione del Governo».

È l'estremo tentativo della minoranza interna dei 5 Stelle di riportare la barra al centro, se non sull'ormai improbabile voto di sfiducia di governo almeno sull'astensione che permetterebbe di evitare fughe solitarie sulle orme di Dibba.

Ma oggi è la giornata di Mario Draghi e nulla può davvero riuscire ad adombrarne l'immagine, neppure Giuseppe Conte che lo attende a Palazzo Chigi per il tradizionale rito della campanella. Lungo l'applauso dei funzionari di Palazzo dalle finestre a salutare il l'ex-Presidente che prima indugia e poi saluta gli accoliti: è l'uscita di scena in grande stile che già si era tentata qualche giorno fa con quella che è stata ribattezzata la conferenza stampa del tavolinetto, diventata in breve tempo oggetto di infinite parodie.

Oggi è una grande giornata per tutti tranne forse per l'industria automobilistica nazionale: le vetture governative sono perlopiù teutoniche, americane — che, essendo Jeep a gasolio, hanno il motore costruito a Cento — e pure coreane ma fra tutte spicca un'Alfa Romeo Giulia.

I beninformati sostengono sia la vettura ministeriale di Luigi Di Maio e mai vi fu segno più concreto del cambiamento: è ufficialmente passata un'epoca da quando il nostro faceva campagna elettorale con una Renault Clio a Pomigliano d'Arco, dove pure i suoi elettori ancora producono con orgoglio la concorrente Fiat Panda.

Mentre il reparto d'onore del 1° Reggimento Granatieri di Sardegna abbandona il cortile di Palazzo Chigi e il primo Consiglio dei ministri apre i battenti, si avvia a conclusione anche la prima giornata del governo Draghi.

L'appuntamento ora è con il Parlamento dove si potrà saggiare nei fatti la maggioranza governativa e gli eventuali distinguo. È questione di un paio di giorni, poi dai frizzi ai lazzi si dovrà passare al mettere in pratica l'antico adagio degasperiano: «politica vuol dire realizzare».

Giorno 17

12 febbraio

Alla fine uno scossone il risultato del voto su Rousseau l'ha portato: Alessandro Di Battista, per tutti Dibba, ha abbandonato il Movimento.

«Da ora in poi non parlerò più a nome del Movimento 5 Stelle — ha dichiarato Di Battista nel corso di un breve videomessaggio — anche perché in questo momento il Movimento non parla a nome mio». Dibba, schierato per il No al Governo, aveva tentato assieme ad altri volti storici dei 5 Stelle come Barbara Lezzi di porre l'accento sul valore politico dell'astensione per evitare spaccature del Movimento.

Da registrare le reazioni degli altri big del Movimento: per Davide Casaleggio «Alessandro è fondamentale per il Movimento» così come per Luigi Di Maio «con Alessandro, come con pochissimi altri, il MoVimento sarà sempre in debito». Lodi e allori ma nessuna concreta richiesta di ripensare ad una decisione presa forse troppo a caldo.

Ora c'è da capire come la base elettorale del partito risponderà all'addio di un personaggio di tale importanza che però, nell'andarsene, non ha rinnovato la sua iniziativa politica ma ribadito d'essere ormai impegnato a scrivere libri. Interessante sarà anche capire come si comporterà la trentina di parlamentari schierate sulle posizioni di Di Battista e con Giuseppe Conte sempre più lontano da Siena: troppi per non impensierire il Movimento, troppo pochi per togliere il sonno a Mario Draghi.

Ed eccolo, Mario Draghi, salire al Colle prima di cena con la solita Passat Variant grigia, una vettura che è di per sé un manifesto di rassicurante normalità: giardinetta, sobria e teutonica. Molto probabilmente anche a Gasolio, per non farsi mancare niente.

La democrazia torna ad alimentarsi delle sue altere liturgie: il Salone del Quirinale, i due corazzieri sugli attenti ai lati del grande specchio e gli ancor più grandi lampadari. Tutto è tornato al proprio posto, compreso lo spread da giorni a livelli precrisi.

Il governo Draghi nasce ufficialmente all’ora del telegiornale, alcuni ministri riconfermati dall'ultimo Governo ed alcune novità di peso: entrano ministri leghisti e di Forza Italia e una robusta componente tecnica. L'impronta è quella di un governo dei due presidenti: Mattarella come garante ma Draghi nella scelta dei ministri, a cominciare dall'economia affidata al fedelissimo Daniele Franchi.

Domani il giuramento, la settimana prossima la fiducia e anche, probabilmente, la fine di questo diario.

I Ministri del Governo Draghi

Fabiana Dadone alle Politiche giovanili

Elena Bonetti alle Pari Opportunità

Massimo Garavaglia al turismo

Luciana Lamorgese all'Interno

Nicolò Guerini alla Difesa

Daniele Franco all'Economia

Stefano Patuanelli all'Agricoltura

Patrizio Bianchi ministro Istruzione

Roberto Speranza alla Salute

Roberto Garofoli sottosegretario Presidenza 

Federico D'Incà ai Rapporti con il Parlamento  

Dario Franceschini ministro della Cultura  

Cristina Messa all'Università 

Enrico Giovannini alle Infrastrutture e Trasporti  

Roberto Cingolani a Ambiente Transizione ecologica 

Andrea Orlando al lavoro  

Giancarlo Giorgetti ministro Sviluppo economico  

Marta Cartabia alla Giustizia  

Giorno 16

11 febbraio

Un'atra giornata in attesa di sapere se il Movimento 5 Stelle farà o meno parte della maggioranza di Governo. Aperti in tarda mattina, i seggi virtuali della piattaforma Rousseau raccoglieranno i voti degli iscritti sul quesito proposto dal capo politico Vito crimi.

«Sei d’accordo — si è chiesto agli iscritti — che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?».

Chiaro, no? A leggere i commenti che affollano le pagine del Movimento pare proprio di no. La voce più ricorrente è che il quesito sia fortemente sbilanciato verso il Sì, cosa che nel corso della giornata ha mandato su tutte le furie i sostenitori del No.

C'è chi rivendica i valori originali del Vaffaday e chi, sempre scorrendo la bacheca dei commenti del Blog delle Stelle, pubblica il link ad un vecchio intervento di Francesco Cossiga a Uno Mattina dove non lesinava certo critiche a Mario Draghi

Si sorride sempre un po' a vedere i paladini dell'anticasta fare appello alla memoria di quel Cossiga con la K che per tanti decenni fu voce e corpo della politica italiana. Corsi e ricorsi della storia.

Di fronte ad un bivio, in molti si sono interrogati sul significato politico dell'una come dell'altra via: se a prevalere fossero i voti a favore, la conseguenza naturale sarebbe l'approdo in maggioranza; qualora a spuntarla fossero i contrari si aprirebbe un ulteriore dibattito fra negare la fiducia e astenersi dal voto.

L'ha detto anche Casaleggio nel corso della conferenza stampa del mattino: «se vincerà il no, ci sarà da stabilire se il voto sarà negativo o di astensione». Come chiudere una porta assicurandosi al contempo di aver lasciato la finestra aperta.

Non si tratta di una questione secondaria: il voto contrario significherebbe una sfiducia, l'astensione invece risponderebbe a logiche di non sfiducia. Tutto chiaro? Ancora una volta, forse non troppo.

Si tratterebbe di un ritorno in auge dell'ipotesi Andreotti III di cui si parlava nei giorni scorsi solo che, a differenza del governo del 1976, oggi il Draghi I potrebbe comunque contare su una maggioranza parlamentare tale da limitare il potere di veto dei 5 Stelle senza per questo spingerli completamente fuori dal perimetro della maggioranza.

Altro che dorotei e morotei, qui siamo a livello delle più complicate tattiche bizantine: rimanere alla finestra ma non troppo, ottenendo il giusto per potersi proclamare vincitori o vinti secondo necessità. Perché su una cosa bisogna esser chiari: comunque vada, non perde nessuno.

Non perde la maggioranza di governo che si intesta il ruolo di salvatrice della patria, non perde Giorgia Meloni le cui ambizioni sono di capitalizzare nelle urne il suo essere sola in minoranza e non ci rimettono i 5 Stelle, sia che entrino sia che non entrino nella stanza dei bottoni spostando di volta in volta il loro interesse sulla legislatura in corso o sulle prossime elezioni.

Per gli appassionati della teoria dei giochi si tratta di uno schema win-win dove tutti vincono o, quantomeno, ne hanno la percezione. Lasciamo però la matematica applicata a chi sa maneggiarne i sottili equilibri e concentriamoci sulla politica: se nessuno ci rimette, perché dilungarsi tanto?

Perché l'attenzione non va posta tanto sull'effettiva vincita al gioco, ma sulla percezione della stessa e su come forzarla attraverso la narrazione. Tutto è narrazione in questa stagione politica che lenta volge il desio o, ad esser più prosaici, trionfa non tanto chi si impone sul campo ma chi convince gli amici al bar d'esserci riuscito. 

A riprova di come si stia cercando di tenersi ogni via aperta, Beppe Grillo pubblica un meme evocativo su Twitter: Mario Draghi, in equilibrio precario su un cornicione, osservato con preoccupazione da Mattarella e la didascalia «aspettando #Rousseau». Di scarso buongusto ma di chiaro orientamento: se fino a ieri Grillo era il più lungimirante dei governisti, oggi si riposiziona al centro, pronto a buttarsi dall'una o dall'altra parte. 

Anche l'ex-presidente Giuseppe Conte tenta il gioco di sponda, appoggiando il governo Draghi ma al tempo stesso evidenziando i limiti di una coalizione eterogenea mentre il gotha dell'associazione Rousseau si trincera dietro un no comment per non influenzare il voto.

Ed ecco che con un rassicurante quasi 60% dei voti a favore del Governo, vincono davvero tutti almeno nel Movimento: una percentuale bulgara per l’uno o per l’altro voto avrebbe esacerbato le divisioni interne al partito che ora vengono parzialmente ricucite.

Ora la crisi di governo torna nel più rassicurante alveo costituzionale e la salita di Mario Draghi al Quirinale si fa solo questione di tempo.
La frase ad effetto del giorno tocca ad un lungo post Luigi Di Maio: «la responsabilità è il prezzo della grandezza». Bella, efficace, soprattutto quando la diceva Winston Churchill.

Giorno 15

10 febbraio

Venne il giorno fatidico in cui tutti fummo colti dal dubbio d'aver perso tempo. Un dubbio legittimo, inutile nasconderlo, alimentato dagli sviluppi delle ultime ore.

Il tempo, si sa, è relativo ma sprecarlo rimane un gran peccato, a cominciare da chi in queste ore dibatte accanitamente sull'opportunità o meno che la scuola finisca a fine giugno.

Come si farà, si chiedono, con gli esami di terza media? E con la maturità? E con le vacanze? Questioni più che legittime ma quantomeno velleitarie di fronte ad indiscrezioni di stampa e, soprattutto, all'incertezza di formare un governo in tempi rapidi che possa di fatto affrontare il problema.

C'è da credere che il dubbio di stare a perder tempo sia venuto anche alle parti sociali che oggi hanno incontrato Mario Draghi Draghi: aprendo una qualsiasi agenzia di stampa non han trovato in cima alla pagina le loro proposte ma il faccione di Grillo.

Beppe Grillo è il protagonista con un giorno di ritardo: dopo aver indetto un sondaggio fra gli iscritti alla piattaforma Rousseau per saggiarne il favore al nascente governo, il garante dei 5 Stelle ha provveduto a rinviare a data da destinarsi la consultazione.

Le malelingue hanno subito ipotizzato che, vedendo come nella rete si stessero organizzando quelli del #iovotoNO al governo Draghi, i vertici del Movimento abbiano temuto di finire in minoranza e quindi abbiano fatto marcia indietro. Non ci è dato a sapere se effettivamente abbiano ragione, ciò che è certo è che la democrazia diretta è temporaneamente sospesa. 

A Beppe Grillo va anche riconosciuta la paternità del super-ministero al Green: ambiente, sviluppo economico con una spruzzata di lavoro. 

Se però i 5 Stelle dovessero far mancare l’appoggio al Governo, i numeri sarebbero comunque a favore di Draghi e gli garantirebbero una maggioranza piuttosto solida, pur diversa da quella immaginata dal presidente Mattarella.

Rimane il non secondario problema di far digerire una maggioranza trasversale dalla Lega a Liberi e Uguali ai rispettivi elettori, ma come dice l’adagio di san Bernardo: «vedere tutto, sopportare molto e risolvere una cosa alla volta». Lo ripeteva spesso un altro piuttosto abituato a convivere con maggioranze litigiose, Giulio Andreotti.

Giorno 14

9 febbraio

La giornata si apre con una triste notizia: è scomparso Franco Marini. Sindacalista, politico e Presidente del Senato, fu ad un passo dal diventare Presidente della Repubblica ma venne impallinato dal fuoco amico al primo scrutino, quota 521 voti.

Fa bene ricordare figure come quella di Franco Marini che, col cappello d'alpino ben poggiato sulla testa, rendono ancor più chiaro il concetto di fare la gavetta: prima viene l'oratorio, poi il sindacato ed infine il Parlamento. Cose da altra Italia, orpelli da vecchia politica.

Oggi è la giornata clou delle consultazioni, dalle 11 alle 17.45 una lunga maratona con tutte le principali forze politiche per serrare i ranghi ad una maggioranza il cui perimetro è ampio ma ancora frastagliato. 

Ciò che possiamo dare ormai per acclarato, stando alla grande stampa, è che l'ex-presidente Giuseppe Conte non sarà della partita governativa: per lui è stato prenotato il seggio uninominale di Siena alle prossime elezioni suppletive. Lasciato libero da Pier Carlo Padoan, rappresenterebbe un approdo sicuro che gli consentirebbe di rivendicare un ruolo attivo in politica.

C'è sempre una prima volta per tutti e dopo esser stato professore universitario, due volte Presidente del Consiglio e avvocato degli italiani, anche per Conte è tempo di raccogliere voti nelle urne, fare la gavetta. Però rovesciata.

La notizia del giorno, per quanto riguarda le consultazioni, è però il ritorno nell'agone politico di una vecchia conoscenza. «È lui o non è lui? — si chiederanno retoricamente gli esegeti della tv commerciale italiana — cerrrto che è lui!».

Silvio Berlusconi è atterrato in tarda mattinata a Roma, ad immortalarne l'arrivo una foto prontamente pubblicata sui social. Tenuta casual in bleu marine, mascherina e mano alzata in segno di saluto. Non è l'Air force one, non è l'America ma un certo gusto per le entrate ad effetto gli va riconosciuto.

Passano poche ore ed eccolo attraversare i corridoi di Montecitorio con il suo doppiopetto d'ordinanza. Mezz'ora di consultazioni e poi una breve dichiarazione alla stampa. Chissà quale trasmissione satirica monterà queste clip con il sottofondo di una vecchia canzone di Lucio Battisti. «Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?».

E mentre Berlusconi è ancora impegnato a godersi la ribalta, ecco l'altro vecchio della politica fare la sua comparsa in Parlamento. È Beppe Grillo, inatteso e insperato: non avrebbe dovuto partecipare, non sarebbe neppure dovuto essere a Roma e invece eccolo entrare a Montecitorio con la sicurezza che solo chi è abituato al foyer può avere.

Ci abbiamo sperato tutti nel vederli incrociare nei corridoi, scambiarsi una stretta di mano, Berlusconi e Grillo. Così diversi eppure così simili, entrambi paladini dell'anti-sistema — quando ancora non si parlava di aprire il Parlamento come una scatola di tonno, un senatore di centro-destra quota AN già mangiava mortadella in aula per festeggiare la caduta del governo Prodi — ed entrambi istituzionalizzatisi proprio quando meno ce lo saremmo aspettati.

Questo martedì 9 febbraio va così, alla deriva. Tanta televisione ci torna in mente, gag pungenti e battute feroci scandite a mo' di slogan per ribadire una diversità umana, ideologica ed infine politica. Tutto è finito, tutto è passato.

È passato di moda anche il sovranismo come lo sono il settentrionalismo, l'indipendentismo padano e forse anche l'anti-europeismo. Mutatis mutandis è difficile tenere la rotta fra tutte queste novità: persino il MES, con lo spread azzerato dall'arrivo di Draghi, non sarebbe più così conveniente andando a disinnescare una delle più esplosive eredità del governo Conte.

Ma oggi non è il giorno dei tatticismi, oggi è il giorno dei ricordi a cui abbandonarsi fingendo che il mondo là fuori non esista. C'è chi a Draghi chiede l'impossibile, chi gli chiederebbe l'autonomia e noi forse ci accontenteremmo di quel trenino elettrico che ci fu negato tanti anni fa.

«Per favore, togliete quella bottiglia là — tuonò Franco Marini dallo scranno più alto del Senato — non stiamo mica all'osteria!». Il tempo delle chiacchiere da bar è finito, da domani si torna a parlare di politica.

Giorno 13

8 febbraio 

Mario Draghi ha continuato i suoi colloqui telefonicamente nel corso della domenica, ordendo la trama di un governo di solidarietà nazionale dalle ampissime maggioranze.

All'alba del tredicesimo giorno, gli unici ufficialmente in minoranza — e non senza incertezze — sono i parlamentari di Fratelli d'Italia. Distinguo anche da Liberi e Uguali che si trincerano dietro la linea del «mai con i sovranisti».

Mai dire mai, verrebbe da ricordare in questi giorni sulla scia di un articolo di Dagospia che racchiude tutte le prese di posizione del direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, sull'impossibilità di un governo Draghi e l'ineluttabilità di Giuseppe Conte. Sono passati, se va bene, due mesi dalle più muscolari e abbiamo visto com'è finita. 

«La politica — diceva Otto Von Bismark — è l'arte del possibile» e anche se talvolta viene da credere più alla definizione di Rino Formica, da quella di Bismark non si può prescindere.

Sarà un governo tecnico o un governo politico? Siamo ancora al punto di partenza ma di sicuro non sarà un governo a tempo, quindi conviene mettersi comodi e allacciare le cinture.

Da par suo Mario Draghi ha messo sul tavolo alcuni temi scottanti: scuola, burocrazia e processo civile. Li ha lasciati cadere così, nel mezzo del discorso, quasi non si trattasse delle principali questioni su cui in Italia si fanno e si disfano  governi e ministeri da quando ancora non si contavano le repubbliche.

E poi atlantismo ed europeismo, lavoro e fisco. Piani di lungo respiro in un contesto da acqua alla gola, con l'emergenza pandemica che è tutto tranne che archiviata e la scadenza naturale della legislatura sempre più prossima.

Mentre Draghi inizia a piantare i paletti della sua iniziativa di governo, la politica non è rimasta certo a guardare. Mai dire mai, si diceva in principio, ma anche alle volte ritornano può andar bene: la piattaforma Rousseau, data per archiviata solo ieri, è di nuovo alla ribalta ed ospiterà una votazione sul Governo dalle ore 13 di mercoledì 10 febbraio alle ore 13 di giovedì 11 febbraio.

Non ci è dato a sapere come sia stata accolta la notizia dal presidente incaricato. Nella Sala della Lupa dove anche oggi si sono tenute le consultazioni, il 10 giugno 1946 vide la luce la Repubblica: chissà cosa sarebbe successo, ieri come oggi, se al televoto fosse finito un Alcide De Gasperi qualunque. 

Un'altra giornata di consultazioni si è conclusa, domani forse sapremo che forma avrà la maggioranza e magari i nomi di questo e quel ministro. Domani è sempre il giorno migliore per vederci chiaro anche perché, come diceva James Bond, non «muore mai».

Giorno 11

6 febbraio

Ve li ricordate Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani in diretta streaming con le delegazioni del Movimento 5 Stelle? «Mi sembra di stare a Ballarò», rispose l'allora pasionaria deputata Roberta Lombardi ad un annichilito Bersani.

Sembra passata un'era geologica e forse è così: le dirette streaming sono diventate parte integrante della nostra quotidianità e rischia di passare in cavalleria il loro abbandono da parte di chi sulla trasparenza assoluta aveva fondato un'intera azione politica

È il tramonto di un lungo Grande Fratello che oggi esce dai palazzi delle istituzioni o si accontenta di ricomparirvi, scapigliato e scravattato, nei panni di Beppe Grillo.

«Le fragole sono mature. Le fragole sono mature. In alto i profili» sarà una citazione di Radio Londra, sarà una chiara indicazione politica ma fosse anche solo una battuta che non fa ridere, la linea del Movimento la detta Grillo con un tweet. Davide Casaleggio da par suo non parla, non ne ha bisogno.

Matteo Salvini, nel frattempo, ha ritrovato la bussola e con una rapida giravolta è riuscito a passare il cerino ai 5 Stelle: appoggio senza troppe condizioni al Governo, magari anche con qualche ministro in quota Lega, suggeriscono i beninformati. In ritardo ma non fuori tempo massimo.

Entrambi i due grandi partiti tentano d'essere l'ago della bilancia nella formazione della compagine governativa e, soprattutto, nella scrittura del programma.

È un gioco rischioso per entrambi ma soprattutto per il Movimento, passato in pochi giorni dall'essere schierato sull'oltranzismo contiano, al rifiuto totale per l'ipotesi Draghi fino all'accettazione e all'appoggio al governo.

Da una parte l'anima governativa rappresentata da Luigi Di Maio — istituzionalizzato da abiti di gran sartoria, come ci ricorda Simone Canettieri del Foglio — e dall'altra quella movimentista di Alessandro Di Battista, sono ormai incompatibili ma consapevoli di avere ancora l'una bisogno dell'altra pena l'irrilevanza politica prima ed elettorale poi.

Ciò che è certo, oggi, è che in nome del tatticismo e della sopravvivenza, anche gli ultimi resti di quella che fu l'ideologia del meetup sembrano ormai passati definitivamente di moda: si parlava di streaming ma vale anche per la tanto decantata piattaforma Rousseau per la democrazia diretta, mai neppure nominata al termine delle consultazioni dal capo politico Vito Crimi.

Persino il grande ritorno di Beppe Grillo e la conseguente fuga dalla conferenza stampa, rischia di passare alla storia più come un tentativo di tenere compatti i suoi ragazzi che come una concreta iniziativa politica. 

La differenza in fondo sta tutta qui: c'è chi con una telefonata riesce a riempire la scena e chi ha bisogno di sceneggiature più elaborate anche solo per mettersi in attesa di sviluppi. E che facciamo, ora che siamo contenti? Aspettiamo Godot.

Il diario si aggiorna a lunedì quando il presidente incaricato Mario Draghi incontrerà le parti sociali.

Giorno 10

5 Febbraio

A volte ritornano e il riassunto della giornata potrebbe concludersi qui perché oggi è come la serata dei duetti di Sanremo: segna un giro di boa nella kermesse ma di per sé fanno più notizia le vecchie glorie che le nuove proposte.

A far notizia è il ritorno di Silvio Berlusconi: c'è, non c'è, è in arrivo a Roma. L'evocare Berlusconi ha portato alla memoria vecchi ricordi di gioventù e persino il tavolino di Conte è stato paragonato al predellino di berlusconiana memoria.

In fondo, a dar retta a Berlusconi, lo stesso Mario Draghi è una sua creatura: fu lui per primo a riconoscerne le qualità, a piazzarlo alla Bce e ad evocarlo come guida del Governo nel lontano 2019. Secondo i retroscenisti — mai mestiere fu così ingrato — pare sia stato Gianni Letta il primo a contattare Draghi in tempi recenti per sondarne la disponibilità, ricevendone un garbato rifiuto.

Poco importa, insomma, il risultato degli avvicinamenti, l'importante è rivendicare una prossimità se non fisica quantomeno ideologica con il Presidente incaricato.

Persino Alberto Bagnai, l'euroscettico senatore leghista, dalle colonne della Stampa si è esibito in un doppio tuffo carpiato tentando di tenere insieme anni di dichiarazioni no euro con la possibilità di un appoggio al nascituro Governo: «io sono un economista come Draghi». Spruzzi, onde e nulla più.

Nel primo pomeriggio, quando Davide Casaleggio sta già tentando di ricomporre ciò che fu l'eredità politica del padre e si attende a Roma l'arrivo di Beppe Grillo, il vero protagonista della giornata si palesa con una telefonata.

Berlusconi chiama Draghi, gli anticipa la posizione di Forza Italia e al prezzo di un'interurbana riesce comunque a guadagnarsi il centro della scena, diventando uno dei tutori del Governo.

Domani sarà la giornata di Lega e 5 Stelle, entrambi ancora lacerati al loro interno fra sostenitori e contrari al Governo: ideologia contro responsabilità, il rischio concreto è di scoprirsi irrilevanti nella stagione politica che sta cominciando.

Giorno 9

4 febbraio

Mario Draghi se l'è presa comoda, lasciando l'Umbria nella tarda mattinata e arrivando a Roma all'ora di pranzo sempre a bordo della Volkswagen Passat Variant da cui ci siamo abituati a vederlo scendere negli ultimi giorni.

Mentre la classe politica vive ore tormentate, inseguita dai cronisti e assediata dalla contingenza, Mario Draghi parla poco e si muove con una calma a cui non eravamo francamente più abituati. Niente selfie, niente dichiarazioni al giornalista di piantone sotto casa e neppure un tweet prima dell'alba.

Silenzio, calma e basso profilo. Nel frattempo il mondo politico si logora nell'attesa di una convocazione a confronto, dopo una notte molto agitata: un fiume di analisi, dichiarazioni e prese di posizione si sono rincorse andando a modificare più volte lo scenario, frammentandolo nel turbine dei distinguo. È la prima parte dell'azzardo di Mattarella che si compie come da programma.

Ognuno ha le sue priorità da rivendicare a cominciare dall'ex-presidente Giuseppe Conte che, dopo aver convocato un'improvvisata conferenza stampa fuori da Palazzo Chigi, ha finalmente rotto il silenzio nel quale s'era rifugiato da giorni.

Un tavolino di cristallo in mezzo ad una piazza semivuota, microfoni accatastati e giornalisti stipati a pochi metri in barba ad ogni distanziamento e prevenzione del contagio. Nessuna domanda, nessuna interruzione solo il Presidente che manda a memoria un breve discorso.

Così tramonta il secondo Governo Conte, così Giuseppe Conte tenta di intestarsi un futuro politico che lo veda come federatore di Partito Democratico e Movimento 5 Stelle ma, soprattutto, così il governo uscente tenta di dettare la linea a Mario Draghi.

Non si s'è fatto troppo vedere l'altro grande protagonista delle conferenze stampa a Palazzo Chigi, il portavoce Rocco Casalino, di cui purtroppo è giunta notizia essere stata rimandata a destinarsi la pubblicazione dell'autobiografia.

Il problema di tutte le biografie dei viventi ancora in attività, si sa, è che necessitano di aggiornamenti. È il caso fra gli altri di Luigi Di Maio e di Silvio Berlusconi: chi si sarebbe mai aspettato di vederli schierati sulle stesse posizioni favorevoli ad un governo tecnico? Un fatto talmente epocale da meritare un capitolo e un paragrafo nelle rispettive agiografie la cui uscita non sembra, anche in questo caso, prossima.

Fra i beninformati ormai i giochi appaiono chiusi: con l'apertura di 5 stelle e democratici a Draghi, il supporto di Forza Italia e la sempre rassicurante presenza dei piccoli partiti, il Governo sembra destinato a vedere la luce in tempi rapidi.

Chi rischia di non toccare palla è, ancora una volta, Matteo Salvini: con Fratelli d'Italia ad intestarsi il ruolo di opposizione responsabile e Forza Italia a coprire il centro, la Lega rimane prigioniera dei suoi eccessivi tatticismi e quanto mai lontana dalla prima linea. 

«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?». Probabilmente non si noterà in assoluto.

Non è ancora dato a sapersi che forma avrà il nascituro Governo Draghi ma a distanza di 24 ore sembra allontanarsi l'ipotesi di un patto di  non sfiducia — come per l'Andreotti III di cui si faceva menzione ieri sera —fra i grandi partiti a supporto del governo e delinearsi una più robusta maggioranza Ursula.

È la politica, bellezza, e comunque lo si guardi quello di Draghi non sarà un governo tecnico per come siamo abituati ad immaginarlo. Believe me, it will be enough

Giorno 8

3 febbraio 

Se questo diario fosse il racconto di una tragedia, a questo punto dello spettacolo sarebbe legittimo attendersi che uno dei protagonisti guadagnasse il proscenio e cominciasse a proferire parole di fuoco.

Questo diario non è, però, il racconto di un dramma e ci rifiutiamo anche solo di immaginare Mario Draghi appellarsi al Parlamento definendo questo o quello come uomo d'onore.

Diamo, insomma, a Cesare quel che è di Cesare e a Shakespeare quel che è di Shakespeare e concentriamoci sulla politica. Mario Draghi ha accettato con riserva il mandato di formare un nuovo Governo conferitogli dal presidente Sergio Mattarella.

Se nella riserva si può leggere la profonda incertezza di questi tempi bui è nell'incarico che alberga lo stupore dei più: mandare Draghi alle consultazioni così, allo scoperto, equivale ad una carica di cavalleria in campo aperto. Eroica, memorabile ma rischiosa.

Un azzardo nei numeri oltreché nei fatti perché Draghi è da anni Il candidato alla Presidenza della Repubblica nel dopo Mattarella ma anche perché la sua autorevolezza lo metteva virtualmente al riparo da una carica eroica.

Mentre Mario Draghi è impegnato in un serrato confronto con il suo predecessore, nel Movimento 5 Stelle va in scena una crisi di nervi: Vito Crimi, Beppe Grillo, Alessandro Di Battista e una parte del partito sono per rifiutare un appoggio al Governo mentre un'altra parte dei gruppi è per avviare un dialogo interno. Nella serata, manca ancora una posizione unitaria.

Nel centro-destra la situazione è analoga, con i partiti divisi fra la tentazione di capitalizzare nelle urne il successo che viene stimato dai sondaggi e la responsabilità di rispondere al Quirinale e alle proprie coscienze del mancato appoggio ad un governo per molti versi non ostile alla loro area politica di riferimento. Giorgia Meloni, per non lasciare nulla al caso, affida ad un selfie sbilenco sui social network il suo diniego ed è la presa di posizione più netta del pomeriggio.

È il grande azzardo di Mattarella quello a cui assistiamo nell'attesa che prendano avvio le consultazioni del Presidente incaricato: scomporre ulteriormente un quadro politico già fortemente compromesso nella speranza di vederlo ricomposto, coagulato intorno ad una figura di altissimo profilo. Non esistono però garanzie che questo effettivamente avvenga, non esiste una seconda chance se si fallisse nelle prossime ore così come non esiste la possibilità che il ciclo elettorale dia una maggioranza stabile al paese in un tempo ragionevolmente breve.

Dal naufragio del Conte III al ritorno in auge dell'Andreotti III il passo rischia di non essere poi così lungo. Ne parleremo domani ma intanto ai cultori della Prima Repubblica è richiesto un altro piccolo sforzo di memoria.

«Io ho dato al sistema picconate tali che non possa essere restaurato — diceva l'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga — ma debba essere cambiato». Trent'anni dopo, l'eco dei colpi ancora si sente ma il panorama non è cambiato come avrebbe potuto.

Giorno 7

2 febbraio 

Come in ogni racconto giallo che si rispetti, prima di scoprire il colpevole torniamo dove tutto è cominciato: al Quirinale.

Tocca al nostro investigatore incaricato Roberto Fico riferire al Presidente Mattarella l'esito delle sue indagini e per farlo sembra ormai acclarato si avvarrà di un verbale degli interrogatori.

Per chi ha letto la puntata di ieri del nostro piccolo diario, già questa è una notizia: il tavolo ha infine prodotto almeno un documento e non era affatto scontato.

Un documento che si è limitato a certificare l'indisponibilità delle parti a trovare un accordo, sancendo così il fallimento delle indagini tenute dal nostro investigatore. 

Tocca al Presidente della Repubblica venire a capo del problema, iniziando dall'evidenziare i limiti delle soluzioni sul tavolo: per le elezioni servono mesi preziosi al Paese per affrontare l'epidemia mentre un governo senza maggioranza rischierebbe di vanificare gli sforzi per mettere in opera i tanto attesi fondi europei.

La serata si conclude con la convocazione di Mario Draghi al Quirinale per domani all'ora di pranzo. Sarà un mezzogiorno di fuoco, dove ciascuno dei contendenti tornerà a fare il mestiere chi gli è più congeniale: chi il Senatore, chi il Presidente e chi il professore universitario.

Giorno 6

1 febbraio

Il giorno del tavolo indetto dal presidente Fico è finalmente giunto: chiusi in una stanza gli esponenti della ricostruenda maggioranza di governo, fatta loro una robusta lavata di capo e avviati i lavori, si può lasciare che trovino da soli la strada di casa.

Questo deve aver pensato, nella mattinata di oggi, il Presidente della Camera lasciando la sala della Lupa nelle mani della robusta delegazione parlamentare e convinto di rientrarvi di lì a poche ore per ritrovarvi sul tavolo un robusto programma di governo.

Così non è stato, dagli incontri sembra assodato non emergerà alcun documento ufficiale e nessuno pare intenzionato a convenire neppure su una minuta.

A dare le carte è ancora Italia Viva, a rilanciarne la posta gli altri partiti della maggioranza che ad un nome rispondono con un'iniziativa politica e viceversa. Non è dato sapere se si tratti di poker o di briscola, viene anche il sospetto stiano giocando tutti allo stesso gioco.

Chi è vecchio del mestiere come Pier Ferdinando Casini lo va ripetendo da giorni: la crisi di governo andava portata subito all'attenzione del Quirinale, senza mortificarsi nella ricerca di responsabili che non sono stati comunque trovati. Scegliendo la via delle telefonate e degli abboccamenti si sono esacerbati gli animi e rafforzata la posizione di Matteo Renzi, indebolendo quella del presidente Conte.

In tempi più civili e a pochi kilometri da Roma, si scelse una via meno garbata di quella adottata da Fico ma sicuramente pragmatica: prima si rinchiusero i convenuti, poi gli si ridusse progressivamente il vitto ed infine si scoperchiò la sala del tavolo.

Era Viterbo, era il 1271 e si trattava solamente di eleggere un Pontefice dopo oltre 1000 giorni di stallo. Inutile mortificarsi ulteriormente con i paragoni.

Giorno 4 - 5

30 e 31 Gennaio

Con il conferimento del mandato esplorativo a Roberto Fico, l'attenzione dei media si è spostata di poche centinaia di metri, dal Quirinale alla Camera dei Deputati.

Una decina di minuti a piedi che valgono, in termini di atmosfera, quanto una traversata oceanica: niente Corazzieri di picchetto, niente inquadrature di infiniti saloni e molte meno formalità.

«Ciao, Presidente!» la differenza in fondo è tutta qui, nei piccoli gesti, come ad esempio il saluto rivolto dal ministro Speranza al presidente Fico con tanto di strusciata di gomito, quantomeno improbabile all'altro capo della strada.

Le delegazioni arrivano alla spicciolata, si soffermano col Presidente e con i cronisti e poi si disperdono nelle quasi infinite vie della politica. C'è chi si esprime sulla necessità di un programma innovativo e chi ripete discorsi conosciuti: squadra che vince non si cambia e persino il look viene affinato ma non stravolto, come nel caso della sempre coerente Rossella Muroni con foulard e mascherine in abbinato.

È nato prima il Governo o il programma di governo? 

La domanda ricorda un po' il vecchio paradosso dell'uovo e della gallina ma tant'è la questione, per non allontanarsi troppo dall'aia, non è affatto di lana caprina e monopolizza il dibattito: prima di discutere di cosa fare, urge che sia individuato chi dovrà poi occuparsene ma non è detto che non possa valere il contrario. 

Secondo alcuni tornerebbe quindi in auge l'idea di una conferma se non di tutto il Governo, almeno di certuni ministri — Confindustria in tal senso ha già staccato una cambiale per il dicastero dell'Economia — a cui però bisogna assicurare una maggioranza parlamentare a fronte di numeri ancora incerti.

Nel frattempo, dalle consultazioni si è passati al confronto, voluto e promosso dallo stesso Roberto Fico e indetto per lunedì mattina, nella speranza di metter nero su bianco «i temi e i punti programmatici per raggiungere una sintesi» fra gli esponenti della possibile maggioranza.

Tempus fugit e i soliti beninformati danno in calo le quotazioni dell'uscente Giuseppe Conte. A voler continuare la passeggiata per le vie di Roma, oltretevere è in voga da tempi immemori un detto mai smentito: chi entra papa nel conclave, ne esce cardinale. 

Giorno 3

29 Gennaio

La liturgia delle consultazioni riprende da dove si era interrotta: due Corazzieri ritti sugli attenti ai lati dell'enorme specchiera del Salone delle feste e un altro di picchetto all'ingresso del Palazzo si accingono ad accogliere le rappresentanze parlamentari in diretta tivvù.

Prima delle due delegazioni della giornata è quella del centro-destra: 13 esponenti dei principali partiti, dalla Lega a Fratelli d'Italia passando per Forza Italia e i raggruppamenti più piccoli che, tutti insieme, formano un numero che di per sé è tutto un programma.

Linea molto netta quella espressa dal segretario della Lega, Matteo Salvini, tesa a scongiurare un Conte ter e a riportare il paese alle elezioni quanto prima salvo poi, sibillinamente, concedere al Quirinale il beneficio del dubbio in caso la scelta non dovesse ricadere sulle urne.

Un appoggio politico à la carte, quello ipotizzato da un Salvini in completo blu e mascherina tricolore che poi ha abbandonato il podio senza rispondere ad alcuna domanda dei pochi giornalisti presenti. Uscita solo in parte rallentata da Giorgia Meloni, costretta all'utilizzo di un paio di stampelle da un recente infortunio. 

Scena analoga quella recitata dal capo politico ad interim dei 5 Stelle, Vito Crimi, che ha esordito leggendo un lungo messaggio arrivatogli in mattinata da un sindaco che lo esortava a perorare la causa, continuato con un'orazione sui principi del Movimento e concluso lasciando la sala senza cedere alla curiosità dei convenuti.

Mentre i rappresentanti della politica abbandonano il Quirinale, i Corazzieri seguitano a presidiare il Salone. Cosa farà ora il presidente Mattarella? Conferirà un mandato esplorativo al Presidente della Camera o manderà direttamente Giuseppe Conte a negoziare con i resti di quella che fu la sua maggioranza, nella speranza di ritrovarli aumentati di numero?

Prognosi sciolta solo in parte dal Presidente della Repubblica che ha annunciato un'iniziativa immediata ricominciando dalla maggioranza che nei mesi scorsi ha sostenuto il Governo, pur senza fare nomi per un eventuale incarico. Tocca al consigliere Giovanni Grasso annunciare la salita al Colle del presidente Fico affinché gli venga conferito un mandato esplorativo.

Appena passate le 19, la notizia del giorno è che Dagospia ci ha azzeccato di nuovo.

Giorno 2

28 Gennaio

La prima giornata non si è esaurita con la fine delle consultazioni: nella serata si sono susseguite indiscrezioni, dichiarazioni e persino videomessaggi. 

Sono lontani i tempi del silenzio e del riserbo istituzionale, relegati ormai al ristretto perimetro delle stanze del Quirinale: oggi la battaglia politica si combatte più sul terreno della narrazione che su quello dell'attuazione e i social sono il luogo perfetto dove esercitarla senza bisogno di farsi sovrastare da una coppia di Corazzieri.

Prendiamo però un appunto: consuetudine vorrebbe che il primo nome lasciato trapelare serva solo a bruciarlo. All'alba del secondo giorno, i nomi sul tavolo sono quelli del presidente uscente Giuseppe Conte e del ministro degli esteri Luigi Di Maio, entrambi indicati dai principali partiti che hanno sostenuto l'ultimo governo.

Formalmente, i primi a fare il nome di Giuseppe Conte e ad esprimere parere favorevole ad un governo ter sono stati i membri del Gruppo per le autonomie del Senato saliti al Colle a metà mattina.

La seconda giornata di consultazioni è sempre la più curiosa per il grande pubblico: è infatti l'occasione per i piccoli partiti espressione delle minoranze linguistiche e territoriali di avere una se pur breve vetrina. Ecco perciò che agli onori delle cronache nazionali balzano la Südtiroler Volkspartei e l'Union Valdôtaine, rappresentati dalla senatrice Julia Unterberger. Piccoli partiti con una grande storia: entrambi sono stati fondati nel 1945 e sono, di fatto, fra i raggruppamenti più longevi presenti in Parlamento.

Secondo gruppo della mattinata è il Misto del Senato: personificato dall'ex presidente Pietro Grasso, da Sandro Ruotolo e dalla presidente Loredana De Petris e rappresenta l'estrema sinistra dell'emiciclo, favorevole al Conte ter.

Al Misto si deve il primo ingorgo della giornata nel Salone delle Feste: giusto il tempo per il cambio della guardia dei Corazzieri e subito sono arrivati gli esponenti del Gruppo misto della Camera e alcuni Senatori guidati da Emma Bonino che si sono espressi sfavorevolmente ad un reincarico pur senza fornire nomi alternativi. 

Ai Corazzieri si rivolge però l'attenzione di quanti seguano la diretta delle consultazioni: in alta uniforme, ritti sugli attenti, hanno il volto completamente celato dall'elmo e da una mascherina ffp2. Ogni ora e mezza ricevono il cambio, estenuante anche solo da vedere in televisione.

Ultima ma non ultima — e forse più attesa — componente della sfaccettata galassia dei Gruppi misti è quella che si affaccia dalla Sala degli arazzi è quello che fra i suoi rappresentanti annovera Bruno Tabacci.

Tabacci, politico di lunghissimo corso, è uno dei registi dell'operazione responsabili: per giorni a lui si è guardato come riferimento per fornire una stampella alla maggioranza di governo. Non si tratta neppure della prima volta: per chi ha buona memoria, dopo la caduta del governo Prodi II nel 2008, si guardò anche a Bruno Tabacci nel corso del mandato esplorativo dell'allora presidente del Senato Franco Marini per una maggioranza di scopo

Quando mancano ormai pochi minuti a mezzogiorno e mezzo, i Corazzieri smontano dalla guardia e abbandonano il Salone. La prima mattinata di consultazioni si è conclusa e, nonostante la splendida giornata di sole, una fitta nebbia aleggia sul Quirinale.

Alla delegazione di Liberi e Uguali l'onere di riaprire le danze nel pomeriggio, esprimendo pieno supporto alla linea Conte. Menzione speciale per la deputata Rossella Muroni che indossa due mascherine sovrapposte — una chirurgica e una con stampati i girasoli di Van Gogh — : se non responsabile, di sicuro prudente. 

Da Italia Viva, seconda delegazione del pomeriggio, si attendevano risposte: appoggerà un nuovo governo Conte? E se sì, a quale prezzo?

Dopo aver ribadito le ragioni che hanno portato alle dimissioni dei ministri del suo partito, Matteo Renzi si è dimostrato possibilista pur tenendosi un ampio margine di manovra: governo tecnico o politico ma con chiare finalità. 

«Nomina sunt consequentia rerum» ha risposto Renzi a chi gli chiedeva esplicitamente Conte sì o Conte no. E quindi? Mala tempora currunt sed peiora parantur, se non per tutti per qualcuno di sicuro visto anche il richiamo di Renzi a non paragonare il Governo al Grande Fratello.

Mentre Dagospia già vaticina un possibile mandato esplorativo al presidente della Camera Fico, la delegazione del Partito Democratico capeggiata da Nicola Zingaretti ribadisce la sua intenzione di sostenere un Conte ter.

Delegazione, quella dei democratici, che dopo aver espresso la volontà di allargare la maggioranza a quanti ne sottoscrivano gli obiettivi, abbandona il Salone delle feste senza rispondere ad alcuna domanda.

Così finisce la seconda giornata di consultazioni, si riprenderà nel pomeriggio di venerdì con la delegazione unitaria del centro-destra seguita da quella del Movimento 5 stelle. La notte è calata sul Torrino, i Corazzieri rimangono sugli attenti in diretta televisiva ma la nebbia del giorno non si è ancora diradata.

Giorno 1 

27 Gennaio

Un profilo particolarmente familiare ai padovani quello che si affaccia dall'ufficio del Presidente della Repubblica al termine della prima consultazione.

Accolta attorno alle 17 dal picchetto d'onore della Marina Militare, Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato della Repubblica, non ha rilasciato dichiarazioni al termine del colloquio con il presidente Mattarella.

Durato poco più di 25 minuti, non si è trattato però di una semplice formalità: nell'aprile del 2018 fu proprio alla Presidente del Senato che il Capo dello Stato affidò il mandato esplorativo per sondare le disponibilità del centro-destra e del Movimento 5 Stelle a formare un governo di coalizione.

Prima giornata di consultazioni terminata poco dopo le 18.30 con il presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, che ha rilasciato una brevissima dichiarazione: «tutti al lavoro per il bene del Paese».

L'appuntamento è fissato per domattina alle ore 10.30 quando saliranno al Quirinale i gruppi per le autonomie del Senato a cui seguiranno i rappresentanti del Gruppo misto, particolarmente importanti nella ricerca di una maggioranza responsabile.

Giorno 0 

26 Gennaio

Con le dimissioni del presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte, si è aperta ufficialmente la crisi di governo. Una crisi che parte da un voto di fiducia ottenuto alla Camera e al Senato ma che, nella Camera alta, non ha numeri sufficienti per garantirne la stabilità.

A nulla sono valse due settimane di telefonate e confronti informali alla ricerca di parlamentari cosiddetti responsabili: provenienti dal gruppo misto così come da gruppi di minoranza, non hanno raggiunto numeri tali da poter sostituire i parlamentari di Italia Viva nel sostegno al Governo.

A dirimere la questione è chiamato il Presidente della Repubblica attraverso la complessa liturgia delle consultazioni: aprono le danze i presidenti di Camera e Senato e poi i gruppi parlamentari cominciando dal più piccolo, quello per le autonomie con i rappresentanti delle minoranze linguistiche.

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