Napoli: morire di rapina a 15 anni, dove "la criminalità è un'attività possibile"

Cesare Moreno, presidente dell'associazione Maestri di strada, commenta la tragedia in cui ha perso la vita un ragazzo, ucciso in un tentativo di rapina. “Scuola e servizi non sono in grado di riparare il tessuto sociale, in zone in cui questo tessuto non esiste: occorre investire su tutta la comunità, per prevenire la violenza e una psiche di gruppo infantile”

Napoli: morire di rapina a 15 anni, dove "la criminalità è un'attività possibile"

ROMA – Morire a 16 anni, con una pistola (finta) in mano, mentre si cerca di rubare un Rolex: accade a Napoli, nei quartieri dove questo è possibile e quasi “normale”. Perché “il ragazzo ucciso aveva una vita sostanzialmente normale per molti sedicenni di queste parti: non andava a scuola, faceva lavoretti vari, naturalmente al nero e sottopagati. Nell’occasione 'arrotondava' con una attività illegale. Quello che deve far riflettere è perché una rapina rientri nel novero delle possibili attività per procurarsi reddito. Qui c'è un intero ambiente che è disponibile a considerare una rapina come attività possibile”.
A parlare è Cesare Moreno, presidente dell'associazione Maestri di strada onlus, che conosce bene quelle strade di Napoli e i ragazzi che le frequentano. Perché qui non si tratta di decidere da che parte state: se con il carabiniere che ha sparato il colpo, reagendo alla minaccia della pistola che gli veniva puntata contro; o con il ragazzo che ha avuto la sfortuna di scegliere la preda sbagliata per la sua rapina, imbattendosi in un carabiniere (fuori servizio) armato di pistola. Qui non si tratta di dire chi ha sbagliato di più, ma di capire come e perché questo sia potuto accadere. E la riposta, suggerisce Moreno, va cercata nel contesto e nei suoi attori.

La scuola che boccia il 60% degli studenti

La scuola e i servizi, innanzitutto, a cui questo giovane, evidentemente, è del tutto sfuggito. “Ma non mi sorprende – commenta – perché queste strutture intervengono con progetti individuali, mentre qui il problema è un intero quartiere, che di fatto è ridotto a discarica umana. Non si può risolvere il problema con singoli servizi, ma bisogna investire su tutta la comunità con una molteplicità di azioni sociali. E' quello che da 50 anni non viene fatto”. La scuola, in particolare, “non è attrezzata per affrontare situazioni come questa: c'è un Istituto professionale, nel rione Sanità, che boccia al primo anno il 60% degli studenti. Ma anche le altre scuole della zona se ne perdono per strada il 30-40%: non chiamiamola dispersione scolastica, questo è un sistema che non funziona nel suo insieme”.

E poco possono per Moreno, anche i “centri di aggregazione, che sono una goccia nell'oceano e soprattutto nascono dall'idea sbagliata che siano i giovani il problema, quando il problema è un intero quartiere: un ambiente intossicato dalle diseguaglianze e dall’odio in cui al nemico – sia esso il carabiniere, sia esso una persona con un reddito, sia esso il membro di una banda rivale – è lecito fare tutto, compreso comminare la pena di morte”. Un ambiente in cui è diffusa “una sostanziale immunità per i comportamenti illegali e di piccola criminalità, in cui con 'piccolo' si intende non la gravità del crimine, ma il modo estemporaneo in cui si esercita”.

La"psiche di gruppo infantile"e la disperazione

Il problema allora è la comunità, che esprime “una psiche di gruppo infantile, che di fronte alla tragedia è incapace di apprendere e pensa di poter gestire il dolore aggredendo il nemico – commenta ancora Moreno - Quelli che hanno devastato l’ospedale e sparato alla caserma dei carabinieri, sono dei disperati figli di un ambiente disperato, tanto più pericolosi quanto più le loro azioni, anche se forse sostenute da solidarietà criminali, sono originate da un dolore personale”.

L'origine del crimine è allora la disperazione: “Noi maestri di strada facciamo esperienza ogni giorno, e su cose piccolissime e grandi, di quanto stiano dilagando logiche regressive, di come si diffondano le reazioni di disperata chiusura difensiva di fronte alle minime difficoltà”.

Come disattivare la "matrice"

Quale deve essere allora la risposta? “Educare le comunità, capire finalmente che abbiamo intere aree in cui sono concentrate persone ‘senza futuro’ ed in cui sono necessari interventi sociali diversi, non basati su investimenti di capitale monetario ma sulla creazione di capitale sociale, ossia di legami e forme di solidarietà che rendano sopportabili condizioni difficili altrimenti intollerabili e generatrici di infinite violenze. Oggi nelle zone emarginate non abbiamo un intervento sociale, ma servizi sociali che servono sì per riparare un tessuto sociale lacerato, ma nulla possono laddove questo tessuto sociale non è mai stato cucito. Occorre mettere in piedi un'attività di produzione della socialità, che promuova l'incontro tra le persone. Ma in questo non si investe: si investe in progetti sporadici, interventi isolati, senza alcun coordinamento. Noi maestri di strada abbiamo preso una scuola abbandonata in uno di questi quartieri: con fatica e senza sostengo pubblico la stiamo trasformando in un luogo in cui le persone di buona volontà di un quartiere emarginato inizino a far sentire la propria presenza positiva. Ma le risorse pubbliche in questo senso o mancano del tutto, o non sono coordinate. La tragedia di ieri è avvenuta nello stesso ambiente in cui, meno di due anni fa, fu accoltellato da una baby gang un ragazzo di 17 anni, Arturo. E' il segno e la prova che la matrice di questi comportamenti è sempre attiva: per provare a disattivarla, occorrono risorse non solo maggiori, ma sopratutto che siano intelligenti, coordinate e finalizzate alla socialità. I nostri quartieri dormitorio devono essere trasformati in luoghi sociali”.

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)