Prima precari, poi inseriti: sono 660 mila oggi i residenti italiani in Svizzera

Studio Idos sull’emigrazione italiana in Svizzera. Dalla fine dell’Ottocento ad oggi si sono diretti nella Confederazione 5 milioni di italiani, con flussi particolarmente elevati dopo la Seconda guerra mondiale. Una storia fatta di lavoro ma anche di un’accoglienza problematica, con discriminazioni, umiliazioni e deprivazioni

Prima precari, poi inseriti: sono 660 mila oggi i residenti italiani in Svizzera

“Nel quadro complessivo dell’emigrazione italiana la Svizzera si presenta, innanzitutto, come un caso esemplare per il numero di espatriati che vi si sono recati. Anche gli studiosi, pienamente consapevoli di non dover assolutizzare la dimensione quantitativa a scapito dei molteplici aspetti implicati nel fenomeno della mobilità, non esitano a riconoscere questa specificità”. Inizia così l’ultimo studio sull’emigrazione italiana in Svizzera di Idos, l’ultima di una serie di ricerche curate da Franco Pittau per la rivista “Dialoghi mediterranei” e finalizzate a riflettere sugli italiani all’estero.
Un’accoglienza problematica quella degli italiani in Svizzera, migliorata sensibilmente e inevitabilmente nel corso dei decenni.
“La presenza degli italiani nella Confederazione, dopo essere rimasta per molto tempo problematica, conobbe finalmente la via maestra della stabilizzazione a partire dagli ultimi due decenni del XX secolo – si legge -. Tuttavia, a differenza di quanto avviene nei Paesi in cui l’insediamento stabile degli italiani si realizzò prima, in forza del più stretto legame tra il mondo del lavoro e la società, si può dire che nella Confederazione elvetica si tratta ancora della fase iniziale per quanto riguarda l’influenza complessiva della collettività italiana: si vedrà nel futuro se e come gli italo-svizzeri riusciranno a influire in maniera significativa, facendo del fenomeno migratorio una forza dinamica della società svizzera come è avvenuto in altri Paesi. Di certo, però, gli italiani, a seguito di una tenace contrattazione bilaterale, rinforzata poi dall’Unione Europea, hanno influito sulla maturazione della politica migratoria svizzera, nel cui ambito sono stati sempre i principali protagonisti come collettività straniera”.

Le migrazioni nel corso dei decenni

Dalla fine dell’Ottocento ad oggi si sono diretti nella Confederazione 5 milioni di italiani. I flussi furono particolarmente elevati dopo la Seconda guerra mondiale. Nel decennio 1946-55 si trattò del 26% degli espatri totali e di quasi il 50% degli espatri in Europa. Nel decennio 1966-64 circa un terzo sugli espatri totali e il 40% sugli espatri continentali riguardarono la Confederazione. Poi il ruolo di primo Paese di arrivo degli italiani passò alla Germania, pur continuando a rimanere la Svizzera una delle principali destinazioni della nuova emigrazione.
Fino al 1964, anno della firma del secondo accordo bilaterale sul collocamento della manodopera, la situazione degli italiani fu segnata da una estrema precarietà e da un cumulo di restrizioni. Gli italiani erano considerati non solo stranieri ma anche “estranei” per effetto di una storica “anti-italianità”, già evidenziata, fin dall’inizio dei flussi, dalle rivolte popolari contro gli italiani, scoppiate a Berna e a Zurigo (rispettivamente nel 1893 e nel 1896).
“L’accordo costituì la base per dare inizio all’inserimento stabile degli italiani, facilitando l’arrivo dei loro familiari – si legge nello studio -. Ma il cammino fu tutt’altro che facile e fu anche messo in forse dal referendum promosso da Schwarzennbach nel 1970, che esprimeva la ricorrente paura degli svizzeri di essere sopraffatti dagli stranieri (il cosiddetto ‘inforestieramento’). Questa paura si è manifestata ancora una volta nel 2014, anno in cui un altro referendum (questa volta convalidato dai votanti) intese ridurre rigidamente l’afflusso degli immigrati”.
“Rimane sempre lo stesso il dilemma di fondo: da un lato, lo straordinario benessere svizzero non sarebbe stato possibile senza una elevata presenza straniera; dall’altro, questa presenza è vista socialmente come un disturbo dagli autoctoni”, si afferma nello studio Idos.
Nel tormentato periodo del dopoguerra vi furono le partenze irregolari e le permanenze non autorizzate degli italiani, la tragedia dei figli nascosti in casa per paura che fossero denunciati alla polizia o parcheggiati presso qualche istituto al confine, l’inserimento nei lavori più umili e il connesso disprezzo per la manovalanza, le immaginabili umiliazioni e deprivazioni nella vita quotidiana. “Non mancò l’accanimento della polizia con i suoi controlli, che portò ad aprire migliaia di fascicoli intestati agli italiani perché ritenuti, specialmente se militanti politici e sindacali. In tale contesto fu di grande aiuto l’associazionismo: dalle Missioni cattoliche italiane alle Acli, dalle Colonie libere ai Patronati e ad altre forme associative”.
La condizione degli italiani era destinata a migliorare ulteriormente perché la tutela assicurata dalla contrattazione bilaterale (avviata dall’esule e poi ambasciatore a Berna) fu completata dall’adesione della Svizzera alla normativa Ue sulla ibera circolazione, un istituto giuridico che, entrato in vigore nel 1968 e poi successivamente perfezionato, ha restituito dignità anche ai lavoratori italiani.

Gli italiani in Svizzera oggi

L’attuale collettività italiana s’inserisce in un Paese che, per quanto riguarda la normativa, è radicalmente cambiato rispetto ai decenni dell’immediato dopoguerra.
I residenti italiani in Svizzera, secondo i più recenti dati forniti dall’Ambasciata italiana (2021), sono 660 mila, tra di essi oltre un terzo ha la doppia cittadinanza. Per un sesto si tratta di ultrasessantacinquenni. “Questo valore denota una popolazione meno vecchia rispetto alla media degli italiani residenti all’estero e alla stessa popolazione residente in Italia - si sottolinea -. Rivestono una grande importanza i figli degli italiani emigrati nel dopoguerra che hanno preferito restare sul posto, molto spesso portando alla stessa decisione anche i genitori, desiderosi di stare con i loro figli e i loro nipoti, e che hanno abbandonato il sogno a lungo coltivato di ritornare nei loro paesi dopo il pensionamento”.
Per i tre quarti degli iscritti all’AIRE il motivo dell’iscrizione è stato l’espatrio, mentre il 22% degli iscritti è nato all’estero. I cantoni di lingua tedesca sono quelli che accolgono il maggior numero di italiani: la loro presenza è consistente anche nel Canton Ticino, dove inoltre si recano 60 mila frontalieri italiani. Questi lavoratori, che nel passato furono anche più numerosi arrivando a 100 mila unità, svolgono un ruolo fondamentale a sostegno dell’economia del Canton Ticino, che conta poco più di 354 mila residenti. Gli italiani residenti in Svizzera sono così ripartiti per provenienze regionali (dato AIRE del 2018): 25% Nord Ovest, 13,2% Nord Est, 7,6% Centro, 49,9% Sud e 13,1% Isole.
“I meridionali, anche se considerati non preferibili nel primo accordo occupazionale del 1948, con il tempo sono diventati i più numerosi.
Gli italiani residenti in Svizzera sono, come in passato, la collettività straniera maggioritaria in un Paese in cui gli immigrati incidono per un quarto sull’intera popolazione residente (8,5 milioni). L’incidenza degli stranieri varia nei diversi Cantoni: 26% a Zurigo, 28% nel Ticino, 33% nel Vaud, 35% a Basilea e 40% a Ginevra. “Queste percentuali attestano che l’elevata incidenza degli stranieri non necessariamente deve essere considerata nel Paese di accoglienza un ostacolo alla prosperità e a un’armoniosa convivenza, obiettivi di fondo sui quali influiscono diversi altri fattori”.

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)