Il primo maggio, la cooperativa e la Madonna nel cellophane

Questa è una storia semplice, fatta di liturgie, pochi amici e la solita passione di sempre: prendere la macchina e andare un po’ più in là.

Il primo maggio, la cooperativa e la Madonna nel cellophane

È passato il 25 aprile e, da qualche ora, anche il primo maggio. Festa dei lavoratori ma anche compleanno del nonno, il centonovesimo ad esser precisi.

Mi son svegliato tardi, in questo giorno dove a farci compagnia son rimasti i ricordi, senza leggere le ultime notizie e finendo col passare una buona mezzora a rimirare quella strana faccia irsuta che si riflette nello specchio del bagno.

Siamo ancora qui, nel nostro borghetto, e i giorni sono fuggiti alle settimane lasciando come unica testimonianza una barba troppo lunga e una pettinatura improponibile. 

Nel cassetto, il nuovo rasoio da barbiere ancora imballato è sicuramente più perplesso di me: «così giovane — penserà — e già costretto agli straordinari?».

Ha ragione lui, così lo lascio dormire nel cassetto e me ne vado in cooperativa.

Benedetta fu la cooperativa di comunità: da settimane, a giorni alterni, mi sono offerto di fare la consegna dei pasti a domicilio in giro per la Valle e almeno mi sento utile a qualcosa e libero di muovermi quel tanto che basta perché il borghetto non mi vada stretto.

La mia piccola 500, docilmente, si è votata con abnegazione al suo nuovo lavoro di pony express e neppure si sconvolge se non le tiro più su i sedili posteriori a fine servizio.

«È una macchinetta da città - disse mio padre quando la prendemmo, un paio d’anni fa - comoda quando ti muovi da solo, avanti e indietro, poi in futuro si vedrà!».

Aveva ragione lui, ma la vita ha in serbo cose che a noi comuni mortali sono sconosciute quasi quanto lo sono alla Fiat Auto.

Il primo viaggio in macchina fu un memorabile Padova - Ivrea - Padova in 24 ore ma poi segurono il trasloco, con i materassi arrotolati nel bagagliaio, e le scampagnate sui passi dolomitici, un centinaio di chilometri dopo l’altro.

Ora siamo qui, io e lei, a scalare i tornanti delle nostre montagne carichi di baccalà alla vicentina, trippa alla parmigiana e altre leccornie. Corro coi finestrini aperti, altrimenti alla meta non arriverebbe che la metà del carico.

Terza, frizione e seconda a scendere. Da fuori entrano i profumi del bosco, rallento ai tornanti e incrocio sempre il solito cerbiatto, con la coda a ciuffetto.

Seconda, frizione e prima a salire: la strada si fa in pendenza. La 500 borbotta, abbandono il gpl per la benzina e il motore fa «aaaaaahhh!», prendendo fiato.

Attraverso i paesi della valle, senza dar troppo gas. In principio tutti mi guardavano con sospetto, non riconoscendo la macchina né il guidatore.

Io di mio ostentavo sicurezza: sorriso di circostanza e saluto con la mano, come la regina Elisabetta. 

Oggi, dopo alcune settimane a salire e a scendere, sembra quasi riconoscano il motore e si voltino a salutarmi di proposito, interrompendo il lavoro nei pascoli, quando la mia macchinina supera con molto ardimento e scarsa accelerazione l’ennesima curva in salita.

Ormai il giro è sempre quello e ho imparato a riconoscere le persone, a memorizzarne gli indirizzi e a ricordarne la storia.

C’è la figlia dall’estero che ordina il pranzo ai genitori, l’anziano che ti aspetta all’angolo di casa fumando una sigaretta di nascosto dalla moglie e c’è la studentessa che non sopporta l’università in videoconferenza.

«Allora — le dico sulle scale di casa, mentre conto il resto — com’è andato l’esame di martedì?».

Mi sorride, l’ha superato. Le faccio i complimenti e di corsa risalgo nella macchina ferma con le quattro frecce.

Penso a questa e ad altre cose mentre da casa mi avvio alla canonica del borghetto. Una pioggia fredda e sottile bagna la strada e il mio giubbino imbottito. Don Fabio ha in mente, per oggi pomeriggio, di passare a benedire tutte le case del paese e ha reclutato alcuni volontari per la recita del rosario.

«Non si farà — mi ripeto — con questa pioggia, dove vuoi andare?».

E mentre mi convinco delle mie idee e sorrido ricordando i viaggi in macchina per la Valle, mi supera un pick-up bianco con, nel cassone, la statua della Madonna che di solito sta sul suo bell’altare decorato.

Perché non si bagni, l’han coperta con un sacco di cellophane trasparente e ora viaggia spedita in direzione della chiesa.

La processione prende avvio così, con il furgone in testa, i microfoni che fanno i capricci e la Madonna che brilla nel suo impermeabile d’occasione.

Ad ogni porta il piccolo corteo s’arresta, don Fabio benedice e con un sorriso saluta chi s’affaccia al balcone o alla finestra.

Benedice anche se la porta è sprangata, se la finestra è buia o se la casa è disabitata. Benedice e sorride, mentre il sindaco con la fascia tricolore, l’ombrello e la mascherina d’ordinanza lo affianca e, talvolta, lo precede a suonar qualche campanello o a bussare ad un’imposta accostata.

Io seguo un po’ indietro, abbracciato all’amplificatore che a volte gracchia e a volte sibila. Vedo questi miei vicini un tempo sconosciuti e di molti riconosco i volti, la voce o anche solo l’automobile posteggiata dirimpetto al caseggiato. 

Forse questa quarantena non è trascorsa invano, forse ora sono davvero arrivato a casa.

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