Arriva un’altra Italia? Alcune note dal Rapporto annuale del Censis

Avvertono i ricercatori del Censis che rimpianto e sfiducia innescano processi deleteri che non aiuteranno in modo positivo la transizione.

Arriva un’altra Italia? Alcune note dal Rapporto annuale del Censis

Il Censis nel suo annuale Rapporto sulla situazione del Paese certifica la conclusione del processo di spontanea evoluzione all’italiana. Per molti anni l’istituto di ricerca ha sottolineato una tendenza naturale della nostra società ad adattarsi alle trasformazioni senza essere guidata. C’era una vitalità insita nel tessuto delle comunità e nella capacità creativa delle persone che riusciva a rispondere in autonomia alle sfide che nel tempo i processi di innovazione culturale, tecnologica, economica lanciavano. Nel suo ultimo rapporto il Censis non intercetta più questo humus che garantiva – a parere dei ricercatori – la sostenibilità del sistema. Serve allora una progettualità.

Si rileva “un’aspirazione collettiva e condivisa di risalita, se non di ricostruzione”. Il contraccolpo subito con l’arrivo della pandemia è stato talmente duro che sembrerebbe essersi diffusa la consapevolezza che non ci sono vie di uscita solitarie e autonome. Sicuramente i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza hanno dato l’opportunità di scorgere una possibilità di percorso unitario, per questo il Censis parla di transizioni da considerare: alcune veicolate dalle proposte della progettazione come l’economia green e la digitalizzazione, alcune causate da processi di lunga durata come la crisi demografica che ci sta portando a una popolazione sempre più anziana e meno numerosa, oppure la trasformazione dei processi lavorativi che scombina il rapporto tra competenze richieste e competenze esistenti e tende a disperdere le opportunità.

Dentro questo contesto si inserisce l’inquietudine cresciuta a causa delle aspettative irrealizzate. Il Censis parla di rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. L’81% degli italiani sostiene che per un giovane è molto difficile vedere riconosciuti tempo, energia e risorse investite nello studio. Il 35,5% è convinto dell’inutilità della laurea. Il 51,2% dichiara che l’Italia non sarà in grado di tornare ai livelli di crescita precedenti e oltre il 66% sostiene che si viveva meglio in passato. Avvertono i ricercatori che rimpianto e sfiducia innescano processi deleteri che non aiuteranno in modo positivo la transizione. Nascono infatti minoranze irrazionali: gruppi che non credono nella scienza e nella tecnologia, nei risultati della medicina e della tecnologia tanto da finire per avere paura dei vaccini o delle innovazioni come il 5G.

Si prepara il terreno per un’altra Italia. Immersa in una transizione che deve tenere insieme molte contraddizioni. Alla progettazione iniziale che pare avviata servirà un’azione collettiva per la quale è urgente una responsabilizzazione dei cittadini, perché siano protagonisti del loro futuro.

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)