Coronavirus. Nonostante l’emergenza l’Arcella continua a essere laboratorio sociale per accorciare le distanze e promuovere relazioni

Da mercoledì 25 marzo, all'interno dell'iniziativa "Per Padova noi ci siamo" numerosi volontari hanno consegnato, a oltre 3.500 anziani padovani, le mascherine protettive recandosi personalmente al loro domicilio. Abbiamo seguito da vicino i gruppi che si sono ramificati nel quartiere Arcella: tra i volontari molti giovani, dimostrazione di solidarietà e altruismo generazionale già evidente nei giorni precedenti all'emergenza.

Coronavirus. Nonostante l’emergenza l’Arcella continua a essere laboratorio sociale per accorciare le distanze e promuovere relazioni

«Stiamo rischiando noi al posto di chi, uscendo di casa, rischierebbe ancor di più». Le mascherine coprono naso, bocca ed espressioni, ma a Claudio Locatelli basta guardare negli occhi tutti i volontari che nel pomeriggio di mercoledì 25 marzo hanno risposto “presente” e si sono incaricati di consegnare agli anziani gli schermi protettivi della Regione.

Claudio è bergamasco e sta vivendo sulla propria pelle l’emergenza Coronavirus, con suo zio di Brescia ricoverato in terapia intensiva e i suoi cugini in isolamento. Vive a Padova e si è impegnato per coordinare i gruppi del quartiere Arcella all’interno del progetto “Per Padova noi ci siamo”, nato in collaborazione con Diocesi, Comune e Centro servizio volontario: a ciascuno è stata consegnata una lista di 13 indirizzi per un totale di 615 anziani del quartiere da assistere, una parte degli oltre 3.500 cittadini di Padova con più di 74 anni che hanno ricevuto supporto in questo momento estremamente complesso per tutti, ma delicato soprattutto per loro.

Un’iniziativa per non esporre le fasce più deboli della popolazione, raccomandando di restare il più possibile a casa e di uscire solo in casi d’emergenza, ma anche l’occasione per parlare, sincerarsi della loro salute, con tutte le precauzioni del caso. Sì perché oltre a direttive ferree e rigide come il divieto di entrare nelle abitazioni ed evitare di toccare porte, pomelli e corrimano, c’è una sensibilità che va costantemente rianimata: «Ci sono donne e uomini di 90 anni e anche oltre – dice Claudio rivolgendosi con tono alto ai volontari tutti distanziati più di un metro l’un dall’altro – Non andiamo di fretta, se vogliono chiacchierare cerchiamo di dar loro conforto, in questo momento di solitudine estrema è fondamentale».

A piedi o in bici, i volontari si sono ramificati in differenti zone dell’Arcella. C'è chi ha esperienze di volontariato alle spalle e chi come Stefano Pietrogrande, studente di 21 anni di matematica che frequenta la parrocchia di San Bellino, “neofita” ma pronto a dare il suo prezioso contributo. Determinato, ha percorso avanti e indietro via Lippi alla ricerca dei numeri civici esatti, ha chiesto informazioni nei vari condomini e poi, con flebile calma, via citofono ha spiegato la situazione e invitato i residenti a scendere per prendere le mascherine. Hanno dagli 83 fino ai 94 anni, alcuni hanno difficoltà a deambulare, altri vivono da soli.

Come Stefano tanti altri ragazzi hanno stretto le maglie della solidarietà e dell’altruismo, generazioni distanti non solo anagraficamente ma anche nello spazio reale, senza la possibilità di sfiorarsi nemmeno con delicati guanti di lattice. Ma oltre i 100 centimetri categorici divisori, c’è il gesto di singoli cittadini o di frammenti di comunità che non vogliono lasciare indietro nessuno. Un gesto che si fa più marcato ora nel presente carico d’emergenza, ma che nel quartiere aveva già emesso un vagito all’inizio dell’anno, durante la consueta normalità.

Il desiderio di un “centro”
C’è un’area verde accanto alla torre Gregotti, in zona San Carlo, a cui associazioni e amministrazione stanno pensando che futuro dare. Così gli studenti dell'istituto superiore Valle, del liceo Curiel e dell’istituto Briosco, all’interno del progetto Arcella In&Out vincitore del bando promosso dal Ministero per i beni e le attività culturali, si sono rivolti a residenti anziani, ai giovani, ai lavoratori per capire le reali esigenze e richieste del territorio: all’interno di un’evidente frammentazione urbana sentono il bisogno di un “centro”, come una piazza principale, che possa instaurare un’identità collettiva positiva. «L’immagine che emerge dalle parole dei partecipanti – racconta il giornalista Gianni Belloni, tra i coordinatori del progetto – è un luogo, per alcuni proprio “bucolico”, di evasione, una tana in cui rifugiarsi rispetto alla vita frenetica della città. L'area verde presa in esame potrebbe divenire un luogo accogliente e accessibile a tutte le fasce d’età, una specie di agorà».

Uno spazio intimo, sì, ma non recintato: nei suggerimenti raccolti e racchiusi in un report, la recinzione è l’ultima delle ipotesi da considerare perché ostacolerebbe la vista e poi anche perché creerebbe visivamente un’ulteriore frammentazione. Via ogni tipo di ostacolo alla frequentazione, una superficie modulabile e attrezzata di tavoli e sedute, di aiuole fiorite. Un luogo, vulnerabile oggigiorno a causa dello spaccio, che ha bisogno di senso civico, responsabilità e cura del bene comune. Che unisca giovani, adulti e anziani: per questo alcuni vorrebbero chiamarlo “Tangram”, come quei pezzi geometrici e squadrati che se avvicinati in modo ragionato creano figure riconoscibili e unite. Esattamente quello che si vuole trasmettere: unione. E passata la pandemia sarà fondamentale riprovarci.

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