Operazione Camaleonte. La cosca di ‘ndrangheta “Grande Aracri” è fra noi

Dalle prime ore di martedì 12 marzo i militari del Comando provinciale dei Carabinieri di Padova e dei quello provinciale della Guardia di finanza di Venezia stanno dando esecuzione a 33 ordinanze cautelari disposte a seguito di indagini dirette dalla Procura Distrettuale antimafia di Venezia nei confronti degli appartenenti a un’organizzazione criminale di matrice ‘ndraghetista operante in Veneto e dedita alla commissione di gravi reati, tra cui, l’associazione per delinquere di stampo mafioso.

Operazione Camaleonte. La cosca di ‘ndrangheta “Grande Aracri” è fra noi

«Ormai non abbiamo più un problema di infiltrazioni mafiose in Veneto ma di presenza reale».

A dirlo è Bruno Cherchi, procuratore capo della Repubblica di Venezia, presentando alla stampa l’articolata indagine che all’alba di martedì 12 marzo ha consentito di evidenziare la presenza e l’operatività della cosca di ‘ndrangheta “Grande Aracri” di Cutro (Kr) nella provincia di Padova e in quelle di Treviso, Vicenza e Venezia.

L’operazione Camaleonte

Condotta dai Carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Padova e dalla Compagnia della Guardia di finanza di Mirano, l'operazione ha portato a 33 ordinanze cautelari disposte a seguito di indagini dirette dalla Procura distrettuale antimafia di Venezia nei confronti degli appartenenti alla cosca di Cutro che operava in Veneto e era dedita alla commissione di gravi reati, tra cui, l’associazione per delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis c.p.), estorsione, violenza, usura, sequestro di persona, riciclaggio, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti.

Sequestri in Veneto, Lombardia, Calabria Emilia Romagna

Le numerose perquisizioni hanno riguardato il Veneto, la Lombardia, la Calabria e l’Emilia Romagna unitamente a sequestri di denaro contante, conti correnti, quote societarie, beni mobili e immobili riconducibili agli indagati per un ammontare complessivo di 8 milioni di euro, corrispondente al prezzo e profitto del riciclaggio e dei collegati reati fiscali.

«Bisogna sottolineare – prosegue il procuratore – che quando qualche imprenditore ha cercato di uscire dalla pressione dei prestiti usurai i criminali hanno avuto approcci anche violenti con i mal capitati. Per questo è importante che gli imprenditori capiscano che non si deve pensare di poter gestire la criminalità organizzata, non si può pensare di avere un rapporto paritetico con essa. Quando si entra in quel giro non c’è più modo di liberarsi».

In particolare dalle indagini è emerso come dapprima con minacce e poi, se necessario, con aggressioni fisiche nei casi in cui le intimidazioni non fossero state sufficienti, siano stati modificati gli assetti societari delle aziende asservite agli indagati con la fittizia attribuzione di quote societarie, per arrivare anche all’estromissione dei legittimi proprietari.

Gli stretti contatti tra imprenditori veneti e cosca ‘ndranghetista

Nel corso delle indagini sono emersi stretti contatti tra esponenti della cosca ‘ndranghetista e una vasta platea di imprenditori veneti e intermediari a cui risultavano essere consegnate periodicamente cospicue somme di denaro contante.

Come appurato dai finanzieri di Mirano, gli obiettivi raggiunti erano da un lato la possibilità, in pochi giorni e con pochi passaggi di ripulire ingenti somme di denaro frutto delle proprie attività illecite, facendole apparire come frutto di operazioni commerciali. Dall’altro l’organizzazione lucrava una percentuale sul contante consegnato agli imprenditori veneti, che veniva normalmente incorporato nell’Iva esposta nelle fatture false emesse dalle società cartiere, poi non versata all’erario.

«Abbiamo verificato – spiega Cherchi – la partecipazione di alcuni imprenditori nella fatturazione falsa per ottenere vantaggi fiscali e poter usare questo denaro evaso non solo per la propria attività, mettendo così in difficoltà gli imprenditori che fanno impresa onestamente pagando le tasse, ma anche per uso personali».

Infatti, gli imprenditori locali con il denaro contante fornito dall’associazione criminale si creavano dei fondi neri da utilizzare anche per fini personali, nonché dei vantaggi fiscali dati dall’utilizzo delle false fatturazioni.

L’organizzazione aveva sostanzialmente creato un flusso perpetuo che poteva contare su numerose società conniventi, in cui le stesse somme riciclate venivano celermente reimmesse nel circuito delle false fatturazioni, così da generare ulteriori profitti.

«È importante – conclude il procuratore Cherchi – che le comunità in cui queste attività avvengono siano vigili per esempio prestando attenzione a chi arriva e a come vengono modificate le proprietà all'interno del territorio. Questo può essere un modo per contrastare questi fenomeni malavitosi prima che compiano attività delittuose e diventino di nostra competenza».

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Parole chiave: ‘ndrangheta (3)
Fonte: Comunicato stampa