Mir Sada, dare la vita in nome della pace. Trent'anni dalla marcia della pace tra Croazia e Bosnia Erzegovina martoriate dalla guerra

Sono trascorsi esattamente trent’anni dalla grande marcia della pace tra la Croazia e la Bosnia Erzegovina martoriate dalla guerra voluta da Beati i costruttori di pace, il movimento padovano nato nel 1985

Mir Sada, dare la vita in nome della pace. Trent'anni dalla marcia della pace tra Croazia e Bosnia Erzegovina martoriate dalla guerra

Il 6 agosto del 1993, esattamente trent’anni fa. 827 attivisti per la pace sono accampati sulla riva del lago di Ramsko, oggi Bosnia Erzegovina, allora Jugoslavia in fiamme per la guerra scoppiata il primo marzo di un anno prima. La tensione è palpabile: i membri dell’organizzazione francese Equilibre – il più numeroso dopo quello italiano che faceva capo ai Beati i costruttori di pace guidati dal prete padovano don Albino Bizzotto – decidono di lasciare Mir Sada (pace subito, ndr), la grande marcia per la pace che doveva portare duemila pacifisti nella martoriata Sarajevo, dopo la marcia dei 500 del dicembre 1992 che aveva visto nella città martire lo stesso don Albino con il vescovo di Molfetta Tonino Bello e molti altri. Alain Michel, portavoce di Equilibre, sostiene davanti alla folla che la situazione è troppo pericolosa, parla di condizioni inaccettabili, di minacce da politici e di probabili bombardamenti da parte di organizzazioni internazionali. E infine evoca la «prigionia» e il «martirio» per chi avesse voluto proseguire verso Sarajevo. Sono ore drammatiche, nei video dell’epoca – girati da Massimo Rossi ed Enrico Venditti e montati in un documentario visibile nel sito beati.eu e nel canale YouTube Obc Transeuropa – si vede tutta la complessità del momento, immortalata nel volto di don Albino. Da un lato c’è la violenza in atto sul campo. In sottofondo si sentono le vicine esplosioni a Prosor e Gornij Vakuf, dov’era presente una postazione croata. Dall’altra c’è l’entusiasmo per l’arrivo di altri pacifisti italiani, spagnoli e tedeschi da Spalato, dove metà degli attivisti erano rimasti bloccati perché le autorità croate non avevano mantenuto la promessa di dodici pullman per raggiungere Sarajevo. L’indomani via radio giungono informazioni perentorie da Roma e in particolare da Umberto Playa, allora responsabile dell’unità di crisi del Ministero degli Esteri: «Don Albino mi sente? – gracchia la radio – Vi chiedo di ragionare e rinunciare a qualcosa che diviene di ora in ora più pericoloso per tutti voi. E vi chiedo di farlo tra oggi, domani e lunedì mattina quando poi arriva un bombardamento della Nato».

La svolta
È il segnale che oltre non si può proprio andare. Mir Sada, forse l’iniziativa per la pace più importante e delicata che i Beati i costruttori di pace abbiano mai concepito e realizzato, capace di portare all’interno di un teatro di guerra ben 2mila persone provenienti da 17 Paesi di tutto il mondo, stava per cambiare, ricompattandosi a Spalato per ricucire le tensioni e le contraddizioni che il contesto avevano fatto emergere, ma anche e soprattutto dando vita alla fondamentale manifestazione per la pace, con preghiera ecumenica, nell’altra città martire, quella di Mostar, dove cristiani e musulmani si sparavano addosso da mesi sulle due sponde del fiume Narenta e dove risuonarono le parole del vescovo Bettazzi, recentemente scomparso e allora presidente di Pax Christi: «Siamo invitati, tutti noi credenti di tutte le religioni e anche gli uomini che non hanno religione, a credere nell’uomo, a lottare per l’uomo, a offrirci per l’uomo, non uccidendo il nostro fratello, ma offrendo la nostra vita per la pace. Quel 7 agosto – davanti agli attivisti giunti da Italia, Francia, Spagna, Germania, stati Uniti, Messico, Canada, Uruguay, Grecia, Slovenia, l’allora Repubblica Cecoslovacca, Belgio, Olanda, Svezia, Norvegia, Gran Bretagna e Giappone – don Albino ammette che «in questo momento le condizioni non ci permettono di passare (colmare i 120 chilometri che mancano a Sarajevo, ndr) senza il sacrificio di qualcuno di noi. È arrivato il momento non solo di chiedere aiuto, ma di chiedere con determinazione, di pretendere dai nostri Governi e dalla comunità internazionale che si assumano la responsabilità perché siano garantiti i nostri diritti umani elementari. Noi non accettiamo che vengano difese le merci e possano passare le merci, e le persone portatrici di pace non abbiano la possibilità e il diritto di passare. In questo momento, se noi decidessimo di compiere questa azione, di partire in questa situazione, noi saremmo chiamati pazzi e irresponsabili. Per questo noi decidiamo semplicemente non di affermare ma di realizzare il nostro diritto di cittadini e chiamiamo alla responsabilità di tutte le conseguenze i capi di stato dei nostri Paesi e i responsabili delle Nazioni Unite che devono assumersi interamente la loro funzione». A Sarajevo la marcia non era arrivata, eppure da quel momento in poi, fino alla pace di Dayton nel 1995, almeno un membro di Beati i costruttori di pace avrebbe abitato nella capitale bosniaca, assieme alla popolazione schiacciata dall’artiglieria e dai missili, condividendo in tutto e per tutto la loro condizione e dando anche vita a operazioni che hanno dell’incredibile, come lo smistamento in entrata e in uscita di decine di migliaia di lettere di cittadini di Sarajevo fuggiti in tutto il mondo a cui lavoravano tre uffici, uno a Padova e due nella ex Jugoslavia per un totale di venti persone coinvolte.

Tutto era iniziato da un appello
La genesi del movimento padovano è ben descritta da Maria Grazia Bonollo (oggi giornalista e direttrice del sito di informazione ecovicentino.it) nella sua tesi di laurea in Scienze politiche discussa nel 1995 con relatore il prof. Antonio Papisca. Tutto nacque dall’appello, intitolato proprio “Beati i costruttori di pace”, lanciato nel 1985 tra gli altri da padre Alessandro Zanotelli di Verona (direttore della rivista dei missionari comboniani Nigrizia), don Albino Bizzotto di Padova (che negli anni precedenti aveva già realizzato un’apertura verso il movimento per la pace attraverso la creazione del Comitato Popolare Veneto), don Giulio Battistella di Verona e don Vittorio Cristelli di Trento (direttore della rivista Vita Trentina). «Allora il movimento pacifista si stava leccando le ferite dopo la sconfitta di Comiso», riflette oggi don Albino Bizzotto. Il riferimento è all’8 agosto 1983, quando le forze dell’ordine misero fine a tre giorni di sit-in da parte di centinaia di pacifisti contro l’apertura della base Nato di Comiso, in Sicilia, dove erano installati i missili Cruise americani capaci di colpire Mosca. «Il nostro problema era aprire un varco per le istanze pacifiste anche a livello ecclesiale, l’apporto della Chiesa sarebbe stato fondamentale per far ripartire tutto il movimento pacifista italiano». Inizia quindi la sensibilizzazione presso i vescovi triveneti. Alla fine saranno ben 14 mila le firme in calce all’appello, di cui 5 mila di religiosi e preti. «Una volta mobilitate così tante persone ci siamo detti: e ora cosa facciamo? Sarebbe bello che tutte queste persone sapessero cosa facciamo, come ci muoviamo. Dall’appello al primo raduno all’Arena di Verona il 4 ottobre 1986 il passo è stato breve da allora ci siamo incontrati all’Arena ben sei volte, sempre con una presenza ampia e da molti Paesi del mondo. Una sorpresa, perché il movimento pareva definitivamente afflosciato, ma il nostro appello aperto a tutti ci permise di ripartire». Finché nel 1991 scoppia la guerra alle porte di casa. Durante il digiuno che i “Beati” osservavano sempre il 6 agosto di fronte a una base militare per ricordare la bomba atomica di Hiroshima, giunsero da Milano le parole del card. Martini che spiegavano come l’“intercessione” non sia tanto chiedere miracoli alla Madonna o a un santo, ma intercedere secondo la valenza latina, cioè avanzare all’interno dei confini. «Quella notte non dormii – ricorda ancora oggi don Albino – compresi che la cosa da fare per la pace era camminare nella guerra e di farlo in Bosnia. Il mattino dopo ci fu una discussione accesa tra gli attivisti presenti, finché una donna e una mamma convinse tutti: non poteva rimanere indifferente alle atrocità commesse sulla popolazione e in particolare su ragazze pari età delle sue figlie». Fu così che nacquero la spedizione del dicembre 1992, Mir Sada nell’agosto 1993 e poi le “Dieci città”, dopo la pace di Dayton, per sensibilizzare la cittadinanza bosniaca al primo voto post bellico per ritornare alla normalità.

La forza della condivisione
Mir Sada rappresentò la conferma che le armi possono bloccare la vita di interi stati e anche un movimento di pace di 17 nazionalità, come i Beati i costruttori di pace. Da qui nacquero sofferenze e tensioni ma anche forti relazioni e soprattutto la condivisione di vita con la popolazione. «Ho avuto l’opportunità di vivere a Sarajevo fino a imparare la lingua – racconta Lisa Clark dei “Beati” – Abbiamo vissuto lì, andando al pozzo per l’acqua esattamente come loro, sostenendo la Caritas locale, portando qualche provvista e infine mantenendo la città aperta al mondo smistando 6-7 mila lettere a settimana nell’inverno 1993-94». Un bagaglio che il movimento ha continuato a far fruttare in Kosovo, in Burundi e in Montenegro, oltre che con le sue iniziative a Padova come la “Cena per tutti” che potrebbe tornare nel 2024, dopo lo stop imposto dal Covid.

Tutti, nessuno escluso, possiamo agire per la pace
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Il vero successo di Mir Sara è stato mettere ciascuno di fronte alla propria responsabilità per giungere alla pace. L’idea di non delegare ad altri (Governi, eserciti, organizzazioni internazionali) ma compiere tutti insieme il passo possibile per arrivare a far tacere le armi. Così in duemila partirono consapevoli per un teatro di guerra. «In quelle situazioni la paura emerge, com’è normale che sia, e va governata – spiega don Bizzotto – Nel nostro caso è stato fondamentale organizzarci in gruppi di affinità, in cui le persone si sceglievano e decidevano insieme se e come procedere nell’azione di pace in un contesto di guerra. Nessuno può essere costretto, ma la presenza di compagni, rappresentati da uno speaker per ogni gruppo ci ha permesso si agire in modo consapevole e di prendere insieme decisioni con agilità».

La Bosnia tre decenni prima dell’Ucraina

La guerra alle porte d’Europa ha colpito fortemente l’opinione pubblica occidentale nel febbraio 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione russa. Eppure tre decenni prima sanguinose ostilità erano scoppiate proprio nel cuore del continente, tra le diverse etnie che vivevano entro i confini dell’allora Jugoslavia. In quella circostanza la popolazione si mobilitò, come dimostrato da Mir Sada e dalle altre iniziative di Beati i costruttori di pace e non solo. «Rispetto ad allora – riflette don Albino Bizzotto – mi pare che manchi una presenza internazionale stabile in Ucraina. Gli attivisti che si sono recati lì per portare supporto hanno grandi meriti, ma sono viaggi rapidi, che faticano a instaurare relazioni e a fornire informazioni complete all’esterno. Manca una presenza civile, come fu la nostra in Bosnia, molto corretta nei confronti dell’Onu, costantemente informata e perfettamente in grado di controllare quello che facevamo, compreso il servizio postale».

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