Visita pastorale del vescovo Claudio. Le comunità chiamate a guardarsi dentro

Visita pastorale del vescovo Claudio. Partirà a novembre e avrà al centro una domanda per le comunità cristiane – come state? – che le invita a verificare l’annuncio del Vangelo, la capacità di celebrare e pregare e il suo fare spazio alla carità verso poveri e deboli

Visita pastorale del vescovo Claudio. Le comunità chiamate a guardarsi dentro

Il vescovo Claudio in più occasioni ha espresso il desiderio che la visita pastorale, che inizierà nel prossimo mese di novembre, sia una visita alla comunità e nella comunità. E dunque ciò che viene messo al centro non è una parte, il singolo, ma l’intera comunità, come a ribadire uno dei cardini dell’insegnamento di papa Francesco: «Il tutto è superiore alla parte» (EG n. 236). È, infatti, nella fede dell’intera comunità che viene alla luce un nuovo cristiano.

È nella sua fede, attraverso il Battesimo, che si viene immersi nella vita di Cristo, ed è sempre nella sua testimonianza che la fede cresce.

Del resto, la domanda che guida questa visita è stata ben esplicitata nella lettera di indizione che il vescovo ha mandato a tutte le parrocchie: come state? Una domanda assai semplice, immediata, e tuttavia significativa e carica di profondità.

Chiedere a una parrocchia come sta è orientare lo sguardo non tanto sulle strutture o l’efficienza della sua organizzazione, piuttosto è invitare la comunità nel suo insieme a verificare il suo stato di salute, sia per quanto riguarda il modo di annunciare e testimoniare il Vangelo, sia per la capacità di celebrare e pregare e sia, infine, nel suo fare spazio alla carità verso i poveri e i più deboli.

Accogliere il vescovo sarà, dunque, per ogni parrocchia occasione per verificare se al suo interno si viva una fede matura, se ci siano cristiani adulti maturi in grado di trasmetterla, se al centro della sua vita venga posto ciò che veramente costruisce la comunità o se invece ci siano solo le cose marginali o superate, debitrici di un superato modello di parrocchia, che non ha più senso di esistere. In altre parole, la visita è un’opportunità per verificare se esista realmente una comunità cristiana, o se a esistere sia soltanto il suo nome.

Una comunità cristiana matura vive una fede che ha il suo cuore, il suo centro propulsore, non tanto nella somma di pratiche o di devozioni, né in un codice di comportamenti e di abitudini, ma in ciò che è l’essenziale: l’adesione a Gesù Cristo, al suo Vangelo. Se al cuore della fede vi è il mistero della persona del Signore Gesù, allora nella vita tutto si rapporta a Lui; si vive come Lui, perché si vive con Lui.

Una comunità matura è quella che si lascia generare dal Signore e dal suo amore. E nella misura in cui è comunità adulta, genera la fede di tutti i suoi figli, sia piccoli che adulti.

Una comunità che vive una fede matura è quella che genera altra fede, perché è vissuta come gratuità e come dono. Si mette in ascolto attento degli uomini e donne del nostro tempo, sapendo cogliere nei passaggi della loro vita delle opportunità per far sentire ancora buono e significativo l’annuncio del Vangelo. Una comunità che genera alla fede, è capace di compassione, senza lacci affettivi che sarebbero ricattatori ma genera a quella liberà che non stringe nelle regole che essa stessa crea. Si tratta di una chiesa che incoraggia senza appesantire sapendo vivere l’equilibrio tra affetto e libertà.

La visita pastorale è una grande occasione per verificare, quindi, quanto nelle parrocchie ci siano veri adulti nella fede e quanto essi sappiano fare, ad altri adulti, un secondo annuncio, quanto riescano a iniziare alla fede le nuove generazioni e quanto siano capaci di dar fiducia ai giovani, sapendo che senza di loro non ci potrà essere futuro nelle nostre parrocchie.

Il vescovo insiste affinché durante la visita ogni parrocchia offra uno spaccato ordinario della sua vita e non quello delle grandi occasioni, per potere così cogliere le vere relazioni che si vivono. È nella vita ordinaria, infatti, che si saggia l’autentica vita cristiana, la capacità di sentire, da parte dei battezzati, la comunità come propria, coscienti che il futuro della comunità non dipende solo dal parroco, ma è nelle mani di tutti.

Una comunità di fede mette al centro più che le strutture, pur necessarie, le relazioni fraterne. Così c’è vera comunità cristiana quando si sa accogliere senza giudicare, si sa dare fiducia anche a chi è stato lontano per molto tempo e ha poi avvertito, in una stagione della vita, il bisogno di tornare. La porta per qualsiasi cammino è l’accoglienza che non vuol dire relativismo. Una comunità è feconda nella misura in cui si rende ospitale. Non è destinata a scegliere tra l’accoglienza di Dio e degli uomini perché il Signore si presenta nelle sembianze umane.

Al centro della comunità cristiana c’è, comunque e sempre, l’Eucaristia domenicale, quale cuore della missione, dell’azione pastorale e della testimonianza della carità. Saper celebrare bene per una comunità, riscoprendo il gusto per il linguaggio liturgico, è vivere realmente il mistero di morte e risurrezione di Gesù, inteso come momento di salvezza dove tutta l’esistenza diventa grazia.

La comunità fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la comunità, è così che ogni cristiano dovrebbe sempre ricordare la testimonianza vigorosa dei martiri di Abitene, (nell’odierna Tunisia), i quali, piuttosto di rinunciare alla celebrazione della domenica, hanno preferito morire confessando: «Senza la domenica non possiamo vivere!» (Sine dominico, non possumus!).

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