Montà: vent'anni di accoglienza dei ragazzi bielorussi

Nel 1996 il Gruppo famiglie di Montà e tutta la sua comunità parrocchiale ha partecipato al progetto "Puer" di Caritas italiana accogliendo alcuni ragazzi provenienti dall’internato di Beresino in Bielorussia. Un’esperienza piena di emozioni che le famiglie padovane, a vent’anni di distanza, ammettono essere stata decisiva per il loro futuro .

Montà: vent'anni di accoglienza dei ragazzi bielorussi

Vladimir, Sergey, Evgeniy e Olga sono alcuni dei ragazzi che vent’anni fa, grazie al progetto "Puer" di Caritas italiana, sono arrivati a Padova dall’internato di Beresino in Bielorussia per trascorrere cinquanta giorni di vacanza presso un gruppo di famiglie della parrocchia di San Bartolomeo di Montà. «Un’esperienza nata per caso – spiega Nadia che con il marito Renato ha ospitato Vladimir – In parrocchia ci si preparava alla Missione cittadina e con questo spirito il Gruppo famiglie ha aderito al progetto pensando semplicemente di offrire ai ragazzi un periodo di vacanza utile a disintossicarli dagli effetti della nube tossica di Cernobyl. Dopo vent’anni possiamo dire che questa esperienza ha cambiato le nostre vite».

Il 26 ottobre 1996 sono arrivati a Padova quattordici ragazzi bielorussi accompagnati da un’insegnante e da un’interprete. Non parlavano italiano e, anche se erano alti e forti, nell’animo erano fragili e provati da una vita trascorsa in un internato che offriva loro solo il minimo indispensabile per la sopravvivenza. «All’inizio – racconta Giancarlo che con la moglie Martina ha ospitato Sergey – è stato traumatico vedere che il nostro ragazzo di 14 anni non sapeva che dai rubinetti usciva acqua calda, non aveva mai mangiato la frutta, con conosceva il profumo della biancheria pulita e aveva paura di tutto».

Fino al compimento del diciassettesimo anno di età, ogni anno, i ragazzi sono ritornati dalle loro famiglie italiane durante le vacanze invernali ed estive. In quei giorni tutta la comunità parrocchiale di Montà era coinvolta nella raccolta di vestiti, di materiale scolastico e nell’organizzazione di gite o momenti conviviali.

«Forse avremmo dovuto affrontare questa esperienza con un supporto psicologico – ammette Nadia – non era facile donare loro solo pochi giorni all’anno di serenità. Ricordo bene il rito della pizza prima di ogni partenza di nostro figlio Vladimir, i sabato passati ad aspettare uno squillo del telefono segno che potevamo chiamare l’internato per parlare con lui, l’aeroporto quando rientrava in Italia e la paura che non fosse partito perché in Bielorussia ogni motivo era buono per non farli imbarcare».

Negli anni le famiglie hanno cercato di far trasferire i ragazzi in Italia e oggi: Vladimir, Evgeniy, Olga e la giovane interprete vivono in Veneto dove hanno trovato lavoro e costruito le loro nuove famiglie altri, invece, hanno scelto di rimanere in Bielorussia come Sergey che oggi ha 34 anni, tre lauree e vive con la sua compagna. «Avremmo fatto carte false per averlo con noi – confessa Giancarlo – ma lui ci ha spiegato che voleva partecipare alla costruzione del futuro del suo paese. La sua scelta ci ha colpito e così lo abbiamo sostenuto da lontano. Ma appena può viene a trovarci».

A distanza di vent’anni le famiglie di Montà sono consapevoli di aver superato una dura prova, che ha insegnato loro che l’amore si esprime anche attraverso il silenzio, la rinuncia e l’accettazione delle scelte dell’altro.

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